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Il Film del mese






Il caso Kerenes di Calin Netzer


Mentre il cinema italiano continua a proporre poco o nulla di nuovo, ci sono delle cinematografie quasi sconosciute, o di nazioni considerate marginali che dimostrano invece una straordinaria vitalità. E’ il caso della Romania, il cui esponente di punta è il Cristian Mungiu, di “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni”, Palma d’Oro al festival di Cannes 2007, e del recente “Oltre le colline”, anche questo pluripremiato a Cannes 2012.  Che non si tratti di un caso isolato, ma di una vera e propria scuola, è dimostrato dall’Orso d’Oro di Berlino 2013, assegnato a “Il caso Kerenes” di Calin Netzer, anche lui romeno.
Il caso Kerenes” è un film che si può leggere su due livelli diversi, facilmente comprensibili e strettamente connessi tra loro. Il primo livello è quello del rapporto tra una madre possessiva, la sessantenne Cornelia, e Barbu, il figlio ormai trentaquattrenne. Questi non sopporta più le ingerenze della madre nei suoi affari, ma continua a comportarsi da eterno adolescente viziato, incapace di dare un senso alla propria vita. Caparbiamente, cerca di sottrarsi al controllo ossessivo della madre, ma finisce sempre col mettersi nei guai. Con la sua auto sportiva, ingaggia una gara con un altro automobilista e investe un bambino che stava attraversando la strada. Toccherà alla madre accorrere ancora una volta in suo aiuto e fare tutto il possibile per salvarlo dalla prigione, ricorrendo anche alla corruzione e ai favori che vengono dall’alto.
Il secondo livello, quello più interessante, è il ritratto di una società, quella romena, delineato dal film. Cornelia e il figlio, infatti, appartengono alla classe dei nuovi ricchi, che si è formata in Romania dopo la caduta del regime di Ceausescu. Il regista, Calin Netzer, conosce bene questo ambiente, visto che proviene da una famiglia fuggita in Germania ai tempi del regime e tornata in Romania dopo la sua caduta. Si tratta spesso degli stessi che gestivano il potere anche prima, che ora possono esibire senza più finzioni le ricchezze e l’egemonia che si sono conquistati, un’ostentazione fin troppo smaccata di beni e modi di vita provenienti dall’occidente. Come se avessero paura che la festa  possa finire presto e volessero approfittarne finché dura. Paura che li costringe a vivere rinchiusi nella cerchia dei loro simili, isolati da tutto il resto, per impedire a chi ne è escluso di condividere un benessere che sono decisi a difendere a denti stretti.
Ma ecco che l’evento inatteso mette in crisi tutto questo. Il bambino investito, infatti, appartiene a una famiglia di contadini, che, quando Cornelia accorre sul luogo dell’incidente, la accoglie con una rabbia cupa e ostile. All’inizio, lei non vuole aver nulla a che fare con loro e tenta di salvare il figlio con ogni mezzo, lecito o no. Tutti i suoi espedienti, però, si rivelano inutili e capisce che non potrà fare a meno di incontrare la famiglia del bambino ucciso. Così, con il figlio e la compagna di questo, a bordo della sua BMW, si reca in uno sperduto paese le cui strade sono invase dal fango, alla ricerca della casa del bambino. Una volta lì, il figlio si rifiuterà nuovamente di assumersi le proprie responsabilità e toccherà alle due donne entrare, per incontrare una povertà estrema ma dignitosa, che non chiede aiuti o compassione, ma solamente un riconoscimento del proprio esserci, dei propri diritti , in primo luogo quello di esprimere il dolore.
Ma tra le due parti non sembra esistere una possibilità di incontro, ognuno appare chiuso in se stesso. Sarà il figlio, inaspettatamente, al momento di ripartire, a scendere finalmente dall’auto per parlare con il padre del bambino e stringergli la mano. Un gesto altamente simbolico, una  concreta indicazione di speranza nel futuro.
Spicca, nella colonna sonora, l’utilizzo di “Meravigliosa Creatura”, la canzone di Gianna Nannini. Il nostro paese come oggetto di desiderio, idealizzato, pronto a trasformarsi in una grossa delusione per molti che ci sono arrivati, animati da improbabili attese.

Il film del mese...


“No – i giorni dell’arcobaleno” 
di Pablo Larrain. 
Recensione a cura di Domenico CENA.

Pablo Larrain è un regista cileno che, a trentasette anni, può già vantare all’attivo tre film di valore assoluto, che ne fanno uno dei giovani emergenti più interessanti a livello mondiale.
Si tratta di una vera e propria trilogia, con un unico soggetto, anzi, un’ossessione, quella del Cile di Pinochet. Il primo film, Tony Manero, del 2008, vincitore del Torino Film Festival, è la storia di Raul Peralta, ballerino pluriomicida, ossessionato dal personaggio interpretato da John Travolta in “La febbre del sabato sera”. Siamo nel Cile del 1979, un paese distrutto, logorato dalla violenza poliziesca, privato dei propri valori, che ha perso ogni riferimento culturale ed esistenziale. L’unico sogno rimasto è quello importato, falso, esaltato dalle luci degli studi televisivi e per raggiungerlo si è disposti a tutto, anche ad uccidere con indifferenza chi ci è vicino.
Il secondo film, “Post mortem, del 2010, è ambientato nel 1973, al momento del colpo di stato. Attraverso gli occhi di un impiegato all’obitorio, assistiamo all’autopsia effettuata sulla salma di Allende. In quel corpo si addensano tutti i problemi irrisolti del suo paese, quasi come, per il nostro, nel corpo di Moro infilato nel baule della R4 rossa.
L’ultimo tassello della trilogia, “No - i giorni dell’arcobaleno”, uno dei migliori film visti a Cannes 2012, per certi aspetti sembra allontanarsi dalle atmosfere opprimenti della dittatura. Siamo infatti nel 1988, quando il generale Pinochet, ormai screditato agli occhi del mondo intero nonostante il sostegno ricevuto nel corso della recente visita in Cile di papa Wojtyla, cerca una conferma popolare con un referendum che dovrebbe mantenerlo al potere per altri dieci anni. A differenza dei film precedenti, che ci presentavano un paese senza speranza, oppresso dalla paura e dall’indifferenza, qui troviamo un Cile in cui l’opposizione al regime si manifesta apertamente, nelle piazze e nelle sedi dei partiti, e in cui molti sono pronti a impegnarsi per vincere la sfida.
Il protagonista, René Saavedra (interpretato dall’attore Gael Garcia Bernal, l’indimenticabile protagonista de “I diari della motocicletta”), è un giovane pubblicitario ritornato da poco dall’esilio. Molti pensano che occorra usare i pochi minuti di spazi elettorali concessi, nel cuore della notte, dal regime alle opposizioni, per mostrare la ferocia e i guasti provocati da quindici anni di dittatura. Renè, invece, è convinto che per vincere bisogna diffondere un messaggio positivo, aperto al futuro, servendosi degli stessi mezzi usati dalla pubblicità per convincere i consumatori della bontà del prodotto. Superate non poche resistenze, René, insieme ai suoi collaboratori, imposta una campagna basata sull’ottimismo, accesa dai colori dell’arcobaleno, con volti giovani e sorridenti e testimonial famosi nel paese.
Arriva così una vittoria inattesa, che permetterà il ritorno del paese alla democrazia e a una nuova stagione di speranza. Anche se non mancano le contraddizioni, prima tra tutte la mancanza di una cultura e di valori condivisi, che non siano quelli del consumismo e delle false immagini di un consolatorio ottimismo di maniera. Non per nulla è proprio questo repertorio mediatico l’unico elemento che accomuna i sostenitori del no e quelli del sì, come dimostra il fatto che le due opposte campagne sono portate avanti da persone che lavorano nella stessa agenzia pubblicitaria.
Dal punto di vista filmico, l’elemento forse più affascinante di “No – i giorni dell’arcobaleno” è dato dalla qualità delle immagini, con una grana e dei colori simili a quelli che avevano le immagini dell’epoca in cui si svolgono i fatti. Larrain infatti ha usato per le riprese le stesse attrezzature di allora, per cui non c’è alcuna differenza tra le immagini di repertorio proposte nel corso del film e quelle girate oggi. E’ come essere trasportati indietro nel tempo, direttamente sulla scena dei fatti, come fare della storia su avvenimenti del presente.

Il film del mse...


“Un giorno devi andare”
di Giorgio DIRITTI.

Recensione a cura di Domenico CENA.

Giunto al suo terzo lungometraggio, Giorgio Diritti, classe 1959, regista bolognese allievo di Olmi e già collaboratore di Pupi Avati, conferma ancora una volta di essere un autore assolutamente originale, in qualche modo atipico nel panorama del cinema italiano attuale.
Originalità che era emersa chiaramente già dal film d’esordio, il celebrato “Il vento fa il suo giro”, ambientato in una isolata comunità delle Valli Occitane del Cuneese, la cui vita viene sconvolta dall’arrivo di un corpo estraneo, una famiglia originaria dei Pirenei francesi, che fa emergere tutte le contraddizioni e i conflitti latenti al suo interno. Anche il secondo film, “ L’uomo che verrà”, era ambientato in un contesto montano, l’Appennino bolognese, sconvolto anch’esso dall’irruzione violenta della guerra, che ne spezza per sempre i ritmi e le consuetudini ancora legate alla natura, costringendo i suoi abitanti a fare i conti con le tragedie della storia.
Il terzo film, “Un giorno devi andare”, appena uscito nelle sale e accolto con scarso entusiasmo sia dal pubblico che dalla critica, riprende i temi cari al regista e cerca di approfondirli, allargando lo sguardo già dall’ambientazione. Se da una parte, infatti, abbiamo ancora delle località di montagna, un piccolo e  appartato monastero sulle montagne del Trentino, dall’altra il regista ci porta all’estremo opposto, negli sconfinati paesaggi acquatici della foresta amazzonica  e dei fiumi che la percorrono fino al mare.
La comunità ospite del monastero, formata da sole donne, vive isolata nel ripetersi dei suoi riti quotidiani ormai logori ed estenuati, incapaci di generare una nuova linfa vitale in grado di rinnovarla. Di qui partono una delle suore e una giovane donna che ha subìto recentemente un grave trauma, per svolgere attività missionaria nelle regioni amazzoniche del Brasile. La giovane, Augusta, interpretata da Jasmine Trinca, non approva però i metodi adottati dalla suora per evangelizzare gli indios della foresta, torna da sola a Manaus e va a vivere in una favela, cercando di inserirsi nella comunità che la abita. Costretta a constatare come anche qui siano giunti gli influssi inquinanti e corruttori di una società distruttiva e annientante basata sui consumi, sceglie una soluzione estrema che, apparentemente, la aiuta a ritrovare una vita pacificata con gli altri e con se stessa. Prima, però, fa in modo che una delle donne della favela parta per il monastero trentino, in una sorta di scambio esistenziale e culturale dagli esiti incerti.
Nel film si ritrovano tutti i temi cari al regista bolognese, a partire da quelli derivati dal maestro Olmi, relativi al mondo ancora legato ai cicli della natura e al senso del sacro che  lo regola, con gli effetti  distruttivi provocati dal venire a contatto con la “civiltà” e la storia. Ma Giorgio Diritti riprende questi temi da una prospettiva originale, come dimostra lo sguardo critico nei confronti dei modi della religiosità tradizionale, la condanna di una società incapace di rinnovarsi, chiusa nei suoi riti, incapace di trasmettere qualcosa agli altri e di capire che cosa potrebbe ricevere da loro. In definitiva, di trovare un senso che le permetta di avere un futuro.

Film del mese...


                                                                                    
                                                             

 "Zero dark thirty"
di Kathryn Bigelow.

Recensione a cura di DOMENICO CENA.

Forse è solo un’impressione, dovuta alla quasi contemporanea uscita di tre film di grande impatto sia spettacolare che culturale, ma per il cinema americano sembra tornare una nuova età dell’oro. Stiamo parlando di “Lincoln” del veterano Steven Spielberg, di “Django Unchained” di Tarantino e di “Zero dark thirty” di Kathryn Bigelow.
Se Spielberg nel suo ultimo film, attraverso una riflessione sulla storia americana, riesce a darci la sua visione dell’America di ieri e di oggi, di quella mistura, cioè, di idealismo e realismo che riesce, anche nei momenti di maggiore difficoltà, a tenere insieme la nazione, Tarantino conferma ancora una volta la sua straordinaria  capacità di essere originale e sorprendente rifacendo cose altrui, da perfetto rappresentante della cultura postmoderna. Un film, “Django Unchained”, che dura quasi tre ore, ma che si vorrebbe non finisse mai: puro godimento.
Anche “Zero dark thirty” di Kathryn Bigelow dura oltre due ore e mezza, e procede con una pulizia e una padronanza assoluta della materia filmica, senza concessioni né cedimenti, tanto che in molti hanno parlato di un film confuso e deludente che, escluse la prima e l’ultima scena, quelle più spettacolari, per il resto è piuttosto noioso. In realtà, al di là delle apparenze, nei suoi film Kathryn Bigelow non cerca lo spettacolo, anche se questo finisce per essere sempre presente, grazie al ritmo perfetto che la regista riesce a creare, con un controllo totale dei tempi e degli spazi: anche qui cinema allo stato puro.
Nei suoi film, Kathryn Bigelow parte solitamente da un’operazione antispettacolare, riduttiva, togliendo subito di mezzo quasi ogni notazione psicologica o ideologica, tanto che i suoi personaggi, e gli attori che li interpretano, possono sembrare, al di là della forte presenza fisica, quasi inespressivi. E’ il caso qui della bella e brava Jessica Chastain, del tutto priva di trucco e di mimica, ma  dotata di grande intensità. E anche per quanto riguarda il genere, è difficile dire se “Zero dark thirty” sia un film d’azione, di guerra, o un thriller. O magari un cosiddetto docufilm, o un western postmoderno.
Si potrebbe dire che la regista ricerchi invece dei sentimenti più profondi, primordiali, come potrebbero essere qui quelli della solitudine e dell’ossessione. Nella sua dedizione assoluta alla causa che si è scelta, anzi in un certo senso inventata, Maya, la novizia agente della CIA, impegna tutta se stessa, rinunciando a tutto il resto, amicizia, amore, onori e riconoscimenti. L’unico scopo della sua vita diventa la cattura di Osama Bin Laden, una missione cui dedica tutto il suo tempo e il suo talento da “killer”, senza pause e senza dubbi, anche quando la sua vita è in estremo pericolo, o la cosa non sembra più interessare a nessuno. E per riuscirci, Maya si serve di tutti i mezzi possibili, dalla tecnica più sofisticata, come gli elicotteri e le armi in dotazione alla pattuglia che compie la missione finale, alla tortura, cui assiste e collabora con sgomento, atterrita, ma di cui non rifiuta i frutti.
Un punto di vista comunque c’è, ed è una prospettiva femminile, di una che fa un lavoro duro, da uomini, sola o quasi in mezzo a tanti uomini, ma meglio degli uomini e con un qualcosa di diverso, che loro non hanno.  Come una regista che fa lo stesso cinema che fanno e hanno fatto tanti uomini, ma meglio di loro, e con un qualcosa di diverso.

Il film del mese...


"Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore" 
di Wes Anderson.

Recensione a cura di Domenico CENA.
 

 Wes Anderson è un regista statunitense poco più che quarantenne con alle spalle già un buon numero di film di successo, come I Tenenbaum, o Il treno per il Darjeeling. Basta guardare una sua foto per farsi una prima idea dei suoi film: aspetto tenero, da bravo ragazzo un po’ eccentrico, il classico primo della classe, che però non si dà arie, ma vive in un mondo tutto suo. Personaggio a metà tra l’artigiano meticoloso e il genio estroso, costruisce con minuzia i suoi film pezzo per pezzo, un puzzle in cui ogni inquadratura contiene un mondo intero studiato nei minimi particolari, come dei quadri coloratissimi e un po’ surreali. Quadri e scenografie che prendono vita grazie alla musica, che svolge un ruolo fondamentale.
Il suo ultimo film, Moonrise Kingdom, che ha aperto l’edizione 2012 del Festival di Cannes, è ambientato su un’isola che non c’è al largo delle coste del New England. Siamo nell’estate del 1965, tre giorni prima di una catastrofica tempesta che devasterà l’isola, come ci annuncia una improbabile e imperturbabile guida locale in una delle prima scene.
La prima scena si svolge in una specie di casa di bambole, dove i genitori se ne stanno rinchiusi in una stanza ognuno per conto suo, mentre i tre figli piccoli giocano e si organizzano da soli senza problemi. Per ultima compare lei, Suzy, una dodicenne tenebrosa, forse anche per via del trucco un po’ accentuato, e dalle gambe troppo lunghe. Il tutto accompagnato da una voce fuori campo che spiega come i diversi strumenti che compongono l’orchestra contribuiscano a formare un insieme armonico e ordinato: si tratta della composizione didattica di Benjamin Britten, “The Young Person’s Guide to the Orchestra”.
Nella scena successiva ci trasferiamo in un campeggio scout, dove un capo un po’ pignolo ispeziona il campo al mattino presto subito dopo la sveglia e scopre che uno dei suoi allievi è fuggito durante la notte. Si tratta di Sam Shakusky, un orfano per nulla amato dai compagni e rifiutato anche dalla famiglia adottiva, che troveremo subito dopo equipaggiato di tutto punto, con un pesante cappello alla Davy Crocket  e una pipa da pioniere, in marcia verso la casa di Suzy, che a sua volta ne attende l’arrivo scrutando l’orizzonte con un binocolo. I due, infatti, si sono incontrati l’anno prima ad una recita parrocchiale e hanno organizzato la loro fuga d’amore per corrispondenza.
La storia del film è tutta qui, nello smarrimento che l’imprevisto provoca negli adulti un po’ svagati che abitano sull’isola, costretti a fare i conti con se stessi, con le proprie ipocrisie e le finzioni di ogni giorno. E nell’ingenuità intrisa di malinconia e solo apparentemente sprovveduta dei due protagonisti. Suzy, infatti, come nota subito il suo compagno di viaggio, indossa delle scarpette inadeguate e si è portata dietro un sacco di cose inutili, come il mangiadischi del fratello con un 45 giri di Françoise Hardy, una cesta con dentro il gatto che miagola, una borsa di cibo per gatti e una valigia di libri di avventure fantastiche.  Tutti oggetti curiosi, che risulteranno utilissimi nello sviluppo della loro vicenda.
E alla fine, come per gli strumenti dell’orchestra, tutti quanti, grandi e piccoli, troveranno il loro posto e daranno il loro contributo, fino al gran finale, scandito dallo scatenarsi degli elementi nella più terribile tempesta mai vista prima.
Consolatorio? Per niente, siamo nel mondo delle fiabe, non sulla terra. 

Il film del mese...

"AMOUR"
di M. Haneke.

Recensione a cura di DOMENICO CENA.

Regista scomodo e allo stesso tempo di successo, l’austriaco Michael Haneke ha ottenuto per due volte la Palma d’Oro al festival di Cannes, quest’anno con questo film e nel 2009 con il precedente “Il Nastro Bianco”, spietata analisi dei mali nascosti che minano la vita di un villaggio tedesco alla vigilia dell’avvento del nazismo. 
Molto amato dai suoi colleghi cineasti, ma anche da un considerevole pubblico di fedeli, forse per il rigore assoluto che lo porta a rifiutare tutte le dinamiche e gli effetti che fanno del cinema uno spettacolo, Haneke ama confrontarsi con dei temi ardui e scabrosi. In questo film ha deciso di affrontare quelli che sono forse i più ostici e difficili fra tutti, cioè la vecchiaia e la morte. “Amour” racconta la storia di un’anziana coppia borghese, magnificamente interpretata da Emmanuelle Riva e  Jean-Louis Trintignant, 85 anni lei, 82 lui (ve lo ricordate il giovane straniero un po’ timido, trascinato da Vittorio Gassman in una rovinosa corsa sulla sua decapottabile ne “Il Sorpasso”?).
Anne e George, insegnanti di musica in pensione, vivono isolati nel loro lussuoso appartamento parigino, limitando la vita sociale a qualche rara uscita per assistere a un concerto, o ai rapporti più che formali con il portiere dello stabile e la moglie, per la spesa e le pulizie. Non chiedono altro che di essere dimenticati, per vivere in pace la loro vecchiaia fatta di ricordi, di piccole abitudini quotidiane, di intimità e di uno guardo ironico e disincantato rivolto agli altri e a se stessi. Ma il mondo non vuole saperne di rimanere fuori. Fin dall’inizio, un pubblico folto e indiscreto li guarda, e ci guarda, con invadente curiosità e, tornando a casa dal concerto, trovano la porta del loro appartamento forzata dai ladri. E poi ci sono la figlia musicista che, forse perché si sente in colpa, negli intervalli tra un concerto e l’altro in giro per il mondo, ritorna e pretende di organizzare la loro vita, o gli ex allievi di successo che ci tengono ad esibire il cammino compiuto.
Ma tutto questo fa ancora parte del gioco, è accettabile, si può superare con il ragionamento e con il garbo acquisito col tempo. Ciò che invece è ineludibile, a cui non ci si può sottrarre, è il corso naturale della vita, il male che inevitabilmente colpisce il corpo e devasta l’anima. Come quel piccione insistente e cocciuto che si ostina a introdursi nell’appartamento dalla finestra che dà sul cortile e non si riesce più a cacciare fuori. Di fronte a una tale cieca e assurda invadenza, non valgono né la ragione, né l’educazione o la cultura. Ogni ordine ed equilibrio vengono sovvertiti da un meccanismo incontrollabile e inesorabile.
O forse si può tentare di affrontare insieme anche questo, con il dovuto distacco e con discrezione, ma anche con decisione e senza paura di fronte agli estremi rimedi. Insomma, con amore.





Il film di novembre

                                                            
“Bella Addormentata”
di Marco Bellocchio.

Recensione a cura di DOMENICO CENA

Anche in questo suo ultimo film, Marco Bellocchio rimane fedele a se stesso, alla reputazione di regista ostico e scomodo, sempre controcorrente, che si è creato fin dall’inizio con gli ormai mitici “I pugni in tasca” e “La Cina è vicina”. E, come sempre, una tale coerenza gli costa assai cara, come dimostra l’ormai abituale scarso successo dei suoi film nei vari festival in cui vengono presentati, anche quelli più prestigiosi, quali il Festival di Venezia.
“Bella addormentata”, in realtà, è un film meno riuscito rispetto all’autentico capolavoro che era il film precedente, “Vincere”, che raccontava l’ascesa al potere del giovane Mussolini vista con gli occhi di Isa Dalser, la donna prima amata, poi respinta e segregata con fredda indifferenza. 
Anche qui, però, l’intento è quello di scavare a fondo nella nostra società, di analizzarne tutti gli aspetti e le contraddizioni più profonde, partendo non più dalle radici storiche, ma dall’attualità, quella più scottante e che crea contrasti insanabili e irriducibili conflitti, come il caso di Eluana Englaro.
Ma il “caso Englaro” è solo il pretesto, l’occasione che porta alla luce le contraddizioni latenti. Così Bellocchio, inserendosi nel filone del docufilm, cioè del film che combina documentario e finzione, parte dalle immagini televisive del febbraio 2009, quando Eluana, su richiesta del padre, dopo diciassette anni di coma profondo, viene trasportata in una clinica di Udine, dove verrà interrotto il trattamento che la tiene artificialmente in vita. Siamo cioè al momento culminante dello scontro tra due diverse Italie, con princìpi e certezze apparentemente inconciliabili.
A questo piano documentaristico, si intrecciano quattro storie di fiction, che rappresentano quattro vicende private, per molti versi opposte tra loro, messe in crisi dall’avvenimento pubblico. Così abbiamo il senatore del Pdl (interpretato magistralmente, come sempre, da Toni Servillo) che accorre a Roma per votare il decreto voluto dal governo Berlusconi per impedire il trasferimento a Udine di Eluana e, per coerenza con se stesso, decide di non votare il provvedimento. Maria, sua figlia, invece, raggiunge la clinica per manifestare contro l’interruzione del trattamento, ma, arrivata lì, le sue convinzioni verranno messe in crisi da un incontro inatteso. Intanto, il dottor Pallido (interpretato da Pier Giorgio, il figlio di Bellocchio) lotta con tutte le sue forze per impedire a Rossa, una attraente tossicodipendente, di suicidarsi. E infine c’è la diva del cinema (anche qui, una splendida Isabelle Huppert) che si aggrappa ad una fede egoistica e assoluta nella vana speranza di far uscire la propria figlia dal coma, fede che però paga a caro prezzo. 
Si tratta di situazioni estreme, ma per nulla convenzionali. Siamo cioè al secondo livello, quello del privato, che sta sotto, o va di pari passo, con pubblico, il politico. Se il pubblico si manifesta con le immagini dei media espressione del potere (specie la tv), il privato si esprime soprattutto attraverso i sentimenti, cioè il melodramma. E infatti qui entrano in scena l’amore, quello adolescenziale, ma anche quello coniugale e paterno. E anche il dubbio, l’incertezza, lo smarrimento, insomma, tutti i vari sentimenti che caratterizzano la nostra vita.  Ed è partendo di qui che si potrebbe trovare una soluzione ai conflitti. In questo senso si spiega la frase di Maria, la figlia, citata spesso dai critici anche con una evidente ironia: "L'amore cambia il modo di vedere le cose".
Bellocchio è probabilmente uno dei pochi registi, se non l’unico, almeno in Italia, che riesce a tenere insieme i due piani, il pubblico e il privato e lo fa senza retorica, con una intelligenza e uno sguardo capaci di andare al di là delle convenzioni e degli stereotipi di ogni tipo. 

Il film di giugno





L’industriale di Giuliano Montaldo

Giuliano Montaldo, 82 anni, una carriera ormai cinquantennale alle spalle (con film come Sacco e Vanzetti, Giordano Bruno, L’Agnese va a morire e il Marco Polo televisivo) affronta nel suo ultimo lavoro il più attuale dei temi del presente: la crisi.
Certo, le scorie di una lunga parabola esistenziale e artistica sono evidenti e condizionano in alcuni tratti il film, ma in generale lo sguardo del regista si rivela sempre molto lucido e per molti versi originale. Anzitutto (e non è un merito da poco), riesce ad evitare le trappole giovanilistiche con cui il cinema nostrano ha fin qui affrontato il racconto della crisi, riducendolo a soggetto da commedia a sfondo generazionale, con incursioni scontate e abusate nel mondo del precariato, rappresentato, questo sì, con mezzi da cinema anni sessanta.
Montaldo evita la percezione più facile e immediata del tema della crisi, allontanandolo e filtrandolo tramite un approccio letterario. Sono evidenti, infatti, i riferimenti a Dostoevskij, a cui il regista ha dedicato il suo film precedente, “I demoni di San Pietroburgo”, e la cui visione “tragica” dell’esistenza è presente in tutta l’opera del nostro. Visione che si esprime anzitutto nella fotografia, che ci restituisce una Torino fosca, quasi in bianco e nero, con prospettive insolite, come un deserto in cui ognuno va incontro ai suoi fallimenti senza trovare, o senza accettare, un aiuto da chi gli sta vicino, o cercandolo dove non lo può ottenere, per una specie di innato orgoglio autodistruttivo.
Così Nicola, il giovane imprenditore protagonista del film (molto ben interpretato da Pierfrancesco Favino), per salvare la fabbrica ereditata dal padre, cerca prima un sussidio in banca e, ottenuto un rifiuto, si rivolge a una fantomatica compagnia tedesca che, da buon italiano, tenta di fregare. Eppure ci sono attorno a lui una rete di rapporti sociali e affettivi in grado di dargli il sostegno di cui ha bisogno. A cominciare dagli operai, con cui riesce a stabilire un legame basato sulla correttezza e sulla lealtà reciproca, agli impiegati, fino agli amici che incontra in piscina, con quella figura dell’anziano imprenditore, ironica e paterna insieme, a cui Nicola non riesce a trovare la forza per chiedere un aiuto, in uno scacco, questo sì, generazionale. E poi ci sono i vincoli affettivi, anzitutto quello con la moglie, ma anche qui, il protagonista, spinto come da un istinto autolesionista, non riesce, o non vuole accettare il soccorso più semplice e immediato che gli viene offerto, dando il via a una catena di eventi che lo porterà a un tracollo non solo economico.
E forse sta proprio qui l’elemento più significativo di tutto il film, la capacità di Montaldo di unire la crisi economica con lo smarrimento esistenziale, e di farci capire che non si può uscire dalla prima senza tener conto dell’altro.

Il film di maggio



To Rome with love di Woody Allen

“Un minus habens che non vuole andare in pensione”, così si definisce Woody Allen nel suo ultimo film: To Rome with love. Perciò, nel tentativo di esorcizzare la paura della morte, continua imperterrito a girare, per la gioia dei suoi affezionati proseliti, senza deluderli mai, o comunque molto raramente.
E’ vero, ormai ripete a memoria schemi e situazioni tipicamente alleniane, ma con un tocco sempre più raffinato e rigoroso, ogni volta arricchito di una sfumatura diversa, che questa volta, trattandosi di Roma, non poteva che essere una venatura in puro stile felliniano.
In una Roma dal fascino senza tempo, dove le grandiose scenografie non si distinguono dai set improvvisati, dove la realtà è pura finzione e l’illusione rappresenta l’unico elemento concreto, si intrecciano gli incontri più o meno casuali dei personaggi che ritroviamo ormai da anni nei film del regista newyorkese, ognuno alla ricerca di quell’Altro ideale, (“l’uomo dei tuoi sogni”, come recitava un titolo di un paio di anni fa) in grado di farlo uscire dallo smarrimento esistenziale in cui si trova al momento.
Ecco allora la giovane turista americana che si innamora di un fascinoso ragazzo romano, il padre di lei che crede di scoprire un nuovo Pavarotti nel futuro consuocero che canta arie d’opera sotto la doccia, l’architetto famoso che, passeggiando per le vie più appartate di Roma, ritrova una parte di sé nello studente pieno di speranze, ma a sua volta stanco del solito menage quotidiano.
A tutto questo, lo sguardo profondo e acuto di Woody Allen aggiunge una serie di elementi tipicamente italiani, per molti versi autentici e originali. E’ vero, come hanno fatto notare molti critici, che alcune situazioni  sembrano raffigurare un’Italia da film anni settanta, quali l’ingenua coppia di provincia che si perde nella grande città, i borghesi bigotti tutto casa e famiglia che si rifanno frequentando prostitute d’alto bordo (la focosa Anna, interpretata da Penelope Cruz), l’italiano geniale per natura, ma incapace di metodo.
 Ma il regista americano riesce ad andare oltre gli stereotipi e i modelli e a darci una propria visione critica dell’Italia di oggi. Una censura che si esprime soprattutto, ma non solo, nel personaggio interpretato da Roberto Benigni, l’uomo qualunque, senza storia e senza idee se non quelle insulse del pensiero unico televisivo,  che diventa famoso per puro caso, e lo rimane per un po’,“famoso per essere famoso”, prima di essere sostituito da un altro in tutto uguale a lui e ricadere nell’anonimato. E in generale, sono tutti i romani (e gli italiani) ad essere inaffidabili, inconsistenti, pasticcioni. Bellissima la gag della giovane provinciale che chiede informazioni ai passanti: è chiaro fin da subito che non raggiungerà mai la sua meta. Ma anche dalla confusione e dal caos può arrivare qualcosa di buono, almeno secondo Woody il saggio.

Il film di Aprile...

                                           
                                                     
" J. Edgar "
 di Clint Eastwood
 Recensione a cura di Domenico Cena.
Superati brillantemente gli ottant’anni, e con oltre trenta film alle spalle, il giovane Clint continua senza  cedimenti la sua rigorosa investigazione sull’America, indagandone in profondità il passato, la società dell’oggi e le prospettive future. Così, dopo  due film “storici” come  Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima, in cui analizzava un episodio della seconda guerra mondiale da due punti di vista diversi, e con molti riferimenti all’attualità naturalmente, negli ultimi film Eastwood pare voler privilegiare due aspetti particolari della sua ricerca.
Da un lato, con film come Gran Torino e Hereafter,  sembra voler sondare le possibilità di sopravvivenza della società americana di fronte ai possibili e probabili sconvolgimenti cui va incontro, dall’altro, con Changeling e Invictus, ragiona sul potere, visto come strumento di repressione e annientamento dell’individuo, in un discorso quasi foucaultiano, o come possibilità e dovere di partecipazione del singolo a un cammino volto al riscatto e al rinnovamento di una società e di una nazione intera.
L’ultimo film della saga easwoodiana, J. Edgar, si potrebbe inserire in questo secondo ambito, pur con una serie di riserve, poiché una delle principali caratteristiche del regista americano e quella di sorprendere e spiazzare i suoi ammiratori, a cominciare da quelli che pensano di conoscerlo ormai perfettamente.
J. Edgar è la storia di John Edgar Hoover, uno dei miti fondatori dell’America attuale, l’inventore dell’FBI, l’uomo ombra del potere americano, colui che ne ha tessuto le trame nascoste per circa cinquant’anni e sotto ben otto presidenti, da Coolidge fino a Nixon, passando per gente come Roosevelt (che non amava particolarmente) e Kennedy. Ossessionato dal timore della minaccia comunista, angosciato dal tentativo di tenere tutto sotto controllo, di sorvegliare, identificare e reprimere tutto ciò che non rientri nell’ambito del prevedibile e dell’ordine costituito, Hoover  può essere considerato senza dubbio come una delle figure in assoluto più rappresentative del Potere con la lettera maiuscola.
Il ritratto che ne fa Eastwood è complesso e multiforme, frutto di punti di vista diversi e non tutti conciliabili. E soprattutto, Eastwood non sceglie né il punto di vista moralistico, né quello “psicoanalitico”, cioè il tentativo di spiegare i comportamenti sociali con i deliri e  le paranoie individuali. O almeno, non sceglie un unico sistema interpretativo. Così vediamo l’amore tormentoso di Hoover per la madre assillante e castrante, la sua omosessualità, negata o celata che sia, il  bisogno maniaco di registrare e archiviare ogni cosa, di nascondere il vero se stesso con  la negazione di tutto quanto c’è di autentico e genuino in lui, l’incapacità di avere dei rapporti profondi con gli altri. Ma anche il desiderio di apparire, la ricerca della notorietà e della fama, il senso del dovere e del servizio dello stato, il patriottismo, unito a una diabolica capacità di ricatto e di estorsione per ottenere favori e privilegi.
Alla fine non c’è un vero ritratto, la biografia che lo stesso Hoover, ormai anziano, detta ai suoi giovani collaboratori non trova un suo senso. Anche gli episodi che a prima vista appaiono inconfutabili vengono smentiti, come ad esempio il ruolo di primo piano giocato dal capo dell’FBI nella cattura dell’assassino del figlio di Lindbergh: falso anche quello.  E forse sta proprio qui uno dei  significati di fondo del film: il potere è una maschera, quella del bravissimo Di Caprio nei panni del vecchio Hoover, che nasconde il nulla, ma che condiziona e grava senza scampo e senza alternative.

Il film di febbraio...

                                         

                               

"E ora dove andiamo?"
di Nadine Labaki.

Recensione a cura di Domenico Cena



Opera seconda della regista e attrice libanese Nadine Labaki, “E ora dove andiamo?”, presentato a Cannes nella sezione “Un certain regard” e premiato al festival di Toronto, è un film pieno di difetti. Colori forti, anche troppo, coreografie ad effetto, personaggi spesso simili a macchiette, gag di facile presa sul pubblico e, forse il peccato più grave, una combinazione caotica dei generi più disparati, commedia, musical,  farsa, tragedia …

Eppure, nonostante tutto, “E ora dove andiamo?” è un bel film. Non uno di quelli che incantano e seducono lo spettatore, che lo inducono all’immedesimazione, all’ammirazione viscerale, ma un film che costringe chi lo vede a reagire. A tratti con fastidio, di fronte a certe astuzie talmente disinvolte da apparire volute e provocatorie, a volte con un certo imbarazzo, specie per lo spettatore di sesso maschile, spesso con dolore, di fronte ad un’angoscia e una sofferenza che si avvertono come sincere e reali.

Il film racconta la storia di un gruppo di donne che abitano in un villaggio libanese rimasto praticamente isolato a causa della guerra, ma che, proprio per questo, è riuscito a trovare un’originale forma di pacifica convivenza tra le due comunità religiose che lo compongono, cristiani e musulmani. Una tregua fragile, sempre  sul punto di spezzarsi al minimo accenno proveniente dall’esterno. Gli uomini soprattutto, con una ostinazione infantile, sono sempre pronti a farsi i dispetti, a insultarsi, ad affrontarsi con violenza. Pur di tenerli tranquilli e sotto controllo, le donne non esitano a ricorrere a qualunque mezzo, compreso quello di far sgorgare lacrime di sangue dagli occhi di una statuetta della Madonna, di invitare in paese una improbabile troupe di ballerine provenienti dall’Europa dell’Est, o addirittura di cambiare religione. Ma al di là delle gag, spesso indovinate, e dei toni da commedia, anche la fervida fantasia delle donne non sembra in grado di trovare un mezzo efficace per conservare la pace.

Ed è proprio questo, forse, uno degli aspetti più convincenti e autentici del film. L’impossibilità, cioè, di vivere serenamente, come tutti vorrebbero, di allontanare i fantasmi che impediscono di lasciarsi alle spalle ciò che è stato e di avere una vita propria, oltre le appartenenze e i condizionamenti culturali, etici e religiosi. Cosa che vale, naturalmente, sia per i singoli che per un paese intero: la metafora è anche troppo evidente. 

Un altro elemento interessante del film è la capacità della regista di creare un universo popolato di donne, una specie di coro che, a differenza di quello dell’antica tragedia greca, non si limita a commentare l’azione, ma interviene direttamente cercando di  guidarla e cambiarne i prevedibili esiti.

Già con il film d’esordio, “Caramel”,  Nadine Labaki aveva saputo costruire un piccolo mondo al femminile, gioioso e colorato, con i propri piccoli e grandi drammi, le debolezze, i segreti e gli umori di ognuna. Qui forse, oltre alla precisione nel tratteggiare ogni singola componente del gruppo con le sue specificità sociali, religiose, fisiche o legate all’età, troviamo qualcosa di più. La sensazione, cioè, di un qualcosa di inesorabile che condiziona e rinchiude le nostre vite, da cui non riusciremo mai a liberarci, neppure dopo morti.

Il film di gennaio...

                                            

                        
Le nevi del Kilimangiaro 
di Robert Guédiguian
Recensione di Domenico Cena.

Marsiglia, il porto, esterno giorno. Davanti a un rimorchiatore attraccato alla banchina, un gruppo di persone sta estraendo a sorte dei nomi per quella che a prima vista sembrerebbe una lotteria tra compagni di lavoro, dei portuali molto probabilmente. Rifacendosi al titolo del film, lo spettatore immagina che la posta in gioco possa essere un viaggio in Kenia, anche se le espressioni di coloro che vengono chiamati non sono esattamente di gioia. Si scoprirà subito dopo che in palio c’era il posto di lavoro, i sorteggiati finiranno in cassa integrazione.
Comincia così l’ultimo lavoro di Robert Guédiguian, il regista marsigliese che ha fatto della propria città, soprattutto della sua periferia, il luogo primario in cui si manifestano e si sviluppano le dinamiche sociali e umane tipiche del nostro tempo. Protagonista del film è Michel, sindacalista della CGT, che ha chiesto di inserire il proprio nome nell’urna, anche se, in quanto rappresentante sindacale, non era obbligato a farlo. Ma sarebbe stato un privilegio e lui non ne ha mai voluti. Così, a cinquant’anni suonati, Michel si ritrova all’improvviso senza quel lavoro a cui ha dedicato praticamente tutta la sua vita.
A questo punto, lo spettatore si aspetta un veemente dramma a sfondo sociale, ma ancora una volta le sue aspettative andranno deluse. Non siamo più ai tempi del cinema del fronte popolare, ma neanche dalle parti di Ken Loach, piuttosto da quelle del Mike Leigh più leggero. Il film infatti si muove in un clima da commedia familiare, dai toni delicati e gioiosi. Michel trova rifugio nel calore degli affetti che si è costruito con una vita basata sull’impegno civile, sul rigore morale e soprattutto sull’amicizia e sulla solidarietà nei confronti di chi gli sta vicino. Con l’aiuto della moglie, di figli e nipoti e dei suoi tanti amici, e grazie anche al modesto benessere che si è garantito con tanti anni di lavoro, Michel riesce a superare il trauma della perdita del posto di lavoro, senza perdere la propria gioia di vivere.
Ma il peggio deve ancora arrivare. Una sera, mentre si trova in casa insieme alla moglie e ad una coppia di amici, viene rapinato e picchiato brutalmente da due uomini incappucciati. Deciso ad ottenere giustizia, Michel scoprirà che uno dei due rapinatori è Christophe, un suo ex compagno di lavoro, un giovane precario licenziato insieme a lui. Contrariamente a quanto è successo a lui, per Christophe il licenziamento è stato un’autentica sciagura, perché deve mantenere da solo due fratelli più piccoli e non può usufruire di alcun tipo di ammortizzatore sociale.
Qui inizia il vero dramma, e la parte più originale del film. Ancora una volta, caparbiamente,  Michel cerca di capire. “Era un operaio come noi” dice all’amico sindacalista che si trovava con lui la sera della rapina. “Come noi? Perché, andavi in giro a fare il delinquente, tu?” gli ribatte l’amico.
Ma Michel non si accontenta di questa facile autogiustificazione, vuole capire il perché di quel gesto violento, e doloroso per lui e i suoi amici. Scoprirà così che, mentre si parlava di scomparsa della classe operaia, mentre lui stesso si costruiva una confortevole posizione “piccolo borghese”, nasceva una nuova classe di esclusi, senza quei diritti per cui si è battuto lungo una intera vita. E neppure i padroni sono scomparsi.  Anzi, forse sono cambiati in peggio: licenziano in modo oltraggioso e sono pieni di tracotanza, come la figlia dell’anziana a cui Marie Claire, la moglie di Michel, fa da badante.

Il film di dicembre...

  
Melancholia 
di Lars von Trier. 
Recensione a cura di Domenico Cena.

Forse qualcuno ricorderà le roventi polemiche con cui è stato accolto qualche mese fa “Melancholia” al Festival di Cannes, quando, durante la conferenza stampa di presentazione del film, von Trier affermò di essere nazista e definì lo stato di Israele come “un dolore in quel posto”. Parole che gli provocarono l’allontanamento immediato dal festival, in quanto “persona non grata”, e che probabilmente stanno frenando la distribuzione nelle sale del film. Naturalmente si trattava di una provocazione, una di quelle terrificanti battute a cui il regista, nel suo supremo masochismo, non riesce a resistere, anche se sa bene che gli costeranno care.
La provocazione è una delle componenti principali del cinema di von Trier e non manca neppure qui. Utilizzando qualche battuta tratta dal film, si potrebbe sintetizzarne il contenuto, il cosiddetto messaggio, dicendo che la terra è cattiva e merita di essere distrutta, il che accadrà tra breve, anzi sta già accadendo, anche se tutti, o quasi, fingono di non accorgersene.
Lucido, o deprimente, a seconda dei punti di vista. Ma questa è solo apparenza, la verità sta nel modo in cui si dicono le cose. E qui entrano in gioco tutto il furore e la genialità del regista danese, che ne fanno uno dei più importanti autori dei nostri giorni, e non solo in campo cinematografico.
Il film è preceduto da un prologo, una specie di sinfonia di immagini su musica di Wagner, paesaggi e forme di cui capiremo il senso solo in seguito, come quello bellissimo della veduta notturna con le due lune. Un romanticismo surreale, fuori tempo, che confonde e sconcerta, lo sventurato spettatore si chiede cosa lo aspetti. In realtà, almeno nella prima parte, ci troviamo di fronte a quella che il regista stesso definisce una commedia: “Per me in un certo senso Melancholia è una commedia, se avessi voluto farne una tragedia, vi avrei spaventati davvero”. E c’è da credergli sulla parola.
Una commedia che inizia dalla fine, con il più classico dei matrimoni, bella gente, ricca e colta, riunita in un castello da fiaba per celebrare il rito sociale della felicità e della fede in un radioso futuro. Tutto finto, naturalmente, ma così discreto e ben orchestrato che si finisce col crederci. L’unico corpo estraneo, in senso letterale, è proprio il più importante, quello della sposa. E’ colpa sua se gli sposi arrivano in ritardo e pian piano emergono la sua fragilità, l’inquietudine, un turbamento angoscioso che si trasforma in una profonda depressione che la rende incapace di vivere. E mai come in questo caso appare appropriato l’uso frenetico della steadycam cui ci ha abituato il metodo dogmatico del regista.
Per fortuna, Justine, la sposa (un’eccellente Kirsten Dunst, premio come miglior attrice al Festival di Cannes) ha una sorella, Claire (interpretata in modo altrettanto esemplare da Charlotte Gainsbourg). Sarà lei a prendersi cura della sorella schiacciata dal male di vivere, cercando di farla uscire dal vuoto profondo in cui sta annegando.
Ma se Justine non sa vivere, è però l’unica che, di fronte alla minaccia di una catastrofe incombente, trova la forza di guardare in faccia la realtà e di affrontarla con piena consapevolezza, anzi quasi con gioia. Gli altri, quelli che sanno vivere, si troveranno a sostenere inermi il fallimento delle loro speranze, razionali o irrazionali che siano, travolti da una paura che non sono in grado di controllare.
Ancora una volta, alla fine, Lars von Trier celebra il suo trionfo. Dopo aver illuso lo spettatore con le grandiose immagini iniziali, dopo averlo strapazzato con la forza del suo disfattismo catastrofico, lo abbandona di fronte ad uno schermo nero, inchiodato ad una poltrona che vibra sotto gli effetti dell’impatto finale col pianeta sterminatore. Unica consolazione, un attimo di serenità trovato grazie ad una ritemprante tintarella di luna, integrale.
                                                                                    

Il film di novembre...


                                          
"40%...LE MANI LIBERE DEL DESTINO"
Regia di Riccardo JACOPINO
Recensione a cura di Battista Dutto.
OCCASIONE QUASI UNICA PER VEDERE QUESTO GRAN BEL FILM (A CAUSA DI PROBLEMATICHE LEGATE ALLA DISTRIBUZIONE), SARA' MERCOLEDI' 23 NOVEMRE ALLE ORE 20,30 PRESSO IL CINEMA POLITEAMA DI CHIVASSO.
Piu' che un film, una storia che ci da un po' di speranza. E' la storia di uno dei tanti ragazzi che ha passato buona parte dell'adolescenza e della propria gioventù fra gli errori e gli orrori delle nostre peiferie ubane, fra degrado e storie di droga. La storia immaginaria di Lucio che esce dalla comunità di recupero ed approda alla non immaginaria cooperativa sociale Arcobaleno di Torino, dove  lavora nella raccolta differenziata della carta. Qui si trova in compagnia di altri ex. Ex tossicodipendenti, ex carcerati, ed altri giovani o ex giovani con alle spalle tante storie con dei passati spesso complicati. Dopo i conflitti iniziali con l'albanese Alfred, giunto in Italia con i primi gommoni dei disperati di Tirana, Lucio trova un motivo di riscatto in questo nuovo mondo, grazie ad un gruppo affiatato e grazie anche alla comune passione per il calcio.  Ad un certo punto pero' si riaffacciano i fantasmi del recente passato, che causano nuovi problemi e turbolente vicende che portano ad una trama rocambolesca, quanto appassionante e inaspettata.
Un bel film, prodotto dalla cooperativa Arcobaleno di Torino per raccontare con le suggestioni del cinema le tante realtà di un lavoro ritrovato che puo' essere la via d'uscita migliore dalle problematiche legate all'emarginazione ed ai tanti, troppi luoghi comuni che attanagliano la nostra quotidianità.  Un film importante, che ridà dignità al lavoro inteso come umiltà e come chiusura di un cerchio ecologico legato al recupero di materia ed energia. Una storia immaginaria che si svolge in un contesto troppo spesso dimenticato dai mass media, quella della cooperazione sociale (quella vera, non delle cooperative create a proprio uso e consuno dai nuovi pirati dello sfruttamento), in un ambiente sano in grado di costruire dei validi anticorpi sociali alla disgregazione, all'individualismo sfrenato  ed alla precarietà che contraddistinguono questi nostri giorni di plastica.
Un film che spero potra' trovare una degna distribuzione nelle sale italiane, dove di storie come queste non se ne vedono tante...
Una particolare nota tecnica sulla pellicola, che di fronte ai contenuti rischia di passare in second'ordine, sono gli attori. A parte l'interprete principale (Lucio), interpretato da Lucio Aimasso, la partecipazione straordinaria di una scoppiettante Luciana Littizzietto, e pochi altri, la gran parte degli interpreti do questo film sono proprio i ragazzi dell'Arcobaleno in carne ed ossa. Complimenti ragazzi, ma non "montatevi la testa", perchè il film che avete già scritto con il vostro lavoro quotidiano in cooperativa è il film piu' bello.

Il film di ottobre...

                                    
                                                 "LA PELLE CHE ABITO"
                                                   di Pedro ALMODOVAR.
                                      Recensione a cura di DOMENICO CENA.
Come può un regista cambiare pelle ancora una volta, restando sempre se stesso?
Sembra essere questa la domanda da cui è partito Pedro Almodóvar, superati i sessanta, per girare un film che in qualche modo rappresenta una novità nella sua carriera. Con “La piel que abito”, infatti, il regista spagnolo, dopo il tentativo poco riuscito de Gli abbracci spezzati, si avvicina con determinazione al genere noir, o dark, con una buona dose di horror incorporato.
Sono lontani ormai i tempi del primo Almodóvar, quello di “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, con il culto dell’eccesso e dell’artificio, dagli atteggiamenti ai colori, dai volti, ai gesti, alle passioni, fino alle acconciature, in una girandola di citazioni e impasti di linguaggi, da quello erudito al pop, dalla pubblicità alla soap opera. Il tutto condito di sesso, anzi di postsessualità. Una specie di Tarantino europeo, più colto, legato alla sua città, Madrid, e anche più elegante.
Poi la prima svolta, con una serie di film sul dolore e la morte (Tutto su mia madre, Carne Tremula, Parla con lei), una decisa e del tutto inattesa virata verso il melodramma. Per arrivare a Volver, che costituisce sicuramente uno dei punti più alti nella filmografia del regista. In questa fase, protagoniste assolute del cinema almodovariano sono le donne: madri, figlie, mogli, vedove per niente inconsolabili, assassine. Ma anche solidali tra loro, discrete, ironiche, dispensatrici di affetto e amore, rappresentanti di un mondo fatto di carne e sangue, depositarie di ricordi e nostalgia. Gli uomini sono un peso, un intralcio, meglio lasciarli alle loro inutili occupazioni o ai loro ozi noiosi, se proprio non si riesce a sfuggire alle loro perversioni, non resta che farli fuori con circospezione.
Ed ecco, ora, quella che sembra essere una nuova, importante mutazione. Anzitutto l’atmosfera, quella classica, fredda e inquietante del thriller: “Pedro mi ha assolutamente vietato di sorridere” dice Antonio Banderas, il protagonista. Almodóvar si rivolge alla storia del cinema non più per trarne delle citazioni ironiche e giocose, ma per riprenderne i modi e le forme, per ripeterne gli stili e porsi in continuità con quelli. La novità principale è forse qui: Almodóvar si considera ormai un regista maturo, un”autore”, un po’ come Polanski, e pensa che il suo posto sia lì, nel cuore del cinema stesso.
Ecco allora la muta, ma la nuova pelle, indistruttibile, porta pur sempre i segni delle precedenti. Così ritroviamo la trasgressività giocosa, magari concentrata in un unico personaggio, un cattivissimo che indossa un improbabile costume da carnevale. Ritroviamo Antonio Banderas, quello lanciato giovanissimo ormai più di vent’anni fa, anche lui nella piena maturità. E ancora i viaggi avanti e indietro nel tempo, i traumi indelebili, le colpe e le ossessioni. Ma soprattutto, sempre quella legge del desiderio che sconvolge i ruoli, i generi, la vita. 

Il film di settembre...


                                      
 "This is England"
 di Shane Meadows.
 Recensione a cura di DOMENICO CENA.

E’ difficile trovare un film passabile in pieno agosto, molti cinema chiudono, altri si fanno apprezzare più per il fresco dell’aria condizionata che per quello che scorre sullo schermo. Può capitare però che qualche produttore si ricordi di un film uscito anni prima, molto apprezzato nei vari festival prima di scomparire dalla circolazione, e decida di riportarlo alla luce.
Così è successo per “This is England” vincitore del premio della giuria al Festival di Roma 2006, ma mai arrivato sui nostri schermi.  Il regista, Shane Meadows, ha ormai alle spalle 5 o 6 film, ma dà l’impressione di essere ancora alla ricerca di una propria collocazione, un luogo intermedio tra la crudezza verbale e visiva del primo Danny Boyle (Trainspotting) e la leggerezza tipica della commedia inglese, che sa però diventare ironica e graffiante al momento giusto.
Qui sembra prevalere il primo aspetto, una visione aspra e cupa della realtà inglese, ma il gruppo di bravissimi attori (quasi tutti non professionisti) che costituiscono la banda di sconvolti al centro del film ricorda da vicino le atmosfere e gli ambienti tipici della commedia d’oltremanica, e qualche critico ha anche fatto i nomi di maestri come Ken Loach e Mike Leigh.
Protagonista assoluto è il piccolo Shaun, deriso dai compagni per i pantaloni fuori moda e per il padre morto nella guerra delle Falklands. Siamo agli inizi degli anni ottanta (sui titoli di testa compaiono Margaret Tatcher e Lady Diana) ma nessuno si sogna di considerare il padre di Shaun un eroe, anzi lo ritengono uno sfigato che ha lasciato la iella in eredità al figlio. Per rifarsi, Shaun si unisce a un gruppo di ragazzi più grandi di lui, tutti figli dei quartieri popolari e ghettizzati, ma ognuno dotato di una sua spiccata personalità che esprime nelle camicie, pantaloni e scarpe che indossa e nel taglio dei capelli. Con loro sfoga la propria rabbia distruggendo edifici abbandonati e vessando il capro espiatorio del gruppo, un ciccione che, con l’arrivo di Shaun, sperava di passare di grado e di cedergli il proprio ruolo. In fondo, però, sono tutti dei bravi ragazzi, la ragazza del capo ha addirittura un lavoro in fabbrica e un’altra, benché abbia qualche anno più di Shaun, ne accoglie la richiesta di diventare la sua ragazza e gli dispenserà a modo suo una precoce educazione sentimentale.
Tutto procede abbastanza bene fino all’arrivo di Combo, un ex carcerato con amicizie nell’estrema destra, che impartirà al piccolo Shaun una sollecita lezione di vita, inducendolo all’amaro gesto finale di rifiuto di una società razzista e violenta.
Forse alcune scene sono anche troppo brutali e disturbanti per lo spettatore, ma vedendo questo film non si può fare a meno di pensare a ciò che sta accadendo in Inghilterra in questi giorni, a quella spirale di violenza a prima vista inspiegabile e insensata, ma che sembra avere radici profonde nella storia dell’isola, e non solo di quella.

Il film di Agosto...

                                         

"Il Colore del vento"
di Bruno Bigoni.

 Recensione a cura di Domenico CENA.

Il colore del vento si potrebbe considerare un eccellente esempio di quello che oggi viene definito “docufilm”. Cioè un documentario che, a differenza di quelli classici, non si prefigge intenti di informazione/formazione etnologico-sociale, culturale o anche politica, ma semplicemente di raccontare delle storie. Storie diverse, spesso senza legami visibili tra loro, che si propongono di mostrare differenti aspetti del nostro reale, senza dover dimostrare, spiegare o promuovere alcunché. L’unico intento evidente di Bigoni si potrebbe definire “poetico”, nel senso della leggerezza di calviniana memoria, a cominciare dalla sinestesia del titolo e con l’impiego, come elemento di collegamento tematico, di una canzone di De Andrè e del viaggio lungo i porti del Mediterraneo di un cargo che trasporta container.
Così, senza motivi apparenti, ci troviamo a salpare anche noi da Barcellona, non senza aver prima incontrato uno degli ultimi sopravvissuti della guerra civile, una minuta donna ormai novantacinquenne amata e venerata dai giovani che le stanno intorno, che ci racconta il suo impegno nelle file dell’anarchia, per passare poi sulle coste del Nordafrica e a Lampedusa, dove vediamo e sentiamo le storie di quei non-uomini che partono e di chi, anche volendolo, non è in grado di accoglierli. Ma davvero non c’è alcun legame tra l’impegno drammatico e luttuoso di ieri e le inutili tragedie quotidiane di oggi?
Intanto il cargo è già ripartito, non c’è tempo per attardarsi a pensare. In un viaggio che ricalca in qualche modo le misteriose logiche dell’Ulisse omerico, ci ritroviamo a Bari, in quel torrido agosto del 1991, per assistere all’entrata in porto della nave Vlora, con il suo carico di disperati provenienti dall’Albania. Tra loro c’è Violeta, incinta, partita alla ricerca del marito che l’ha preceduta nel nostro paese. E la ritroviamo oggi, mediatrice culturale, sindacalista e badante, a rievocare la propria esperienza. La tappa successiva è Dubrovnik, dove incontriamo Ivana e un padre che ha visto il suo unico figlio corrergli incontro per morirgli tra le braccia, i cui sguardi che non riescono a dimenticare trovano un momento di pace soltanto contemplando il mare.
Il nostro viaggio finisce a Genova, la città di Faber, in quei vicoli dove si aggirano gli esclusi che lui amava e cantava. Qui incontriamo una ragazza nera che ci racconta il suo viaggio durato sei mesi attraverso il deserto africano, lei è una dei pochi che sono riusciti a sopravvivere. Come premio per tanto coraggio e tanta ostinazione, oggi si prostituisce nei carrugi, ma non si lamenta, anzi si considera fortunata, è ancora viva e spera di poter tornare a vivere libera nel proprio paese al di là del mare.