GiovaniZen sempre piu' inkazzati...

"Siamo Incazzati Neri", NO al CARBONE!
I Giovani Zen hanno fatto sentire la loro voce anche durante il Carnevalone di Chivasso.

CHIVASSO - Domenica, durante il Carnevalone di Chivasso, i Giovani Zen hanno animato la loro cittadina sfilando per le vie del centro completamente neri in volto in segno di protesta contro la scelta politica d'investire sulla produzione d'energia a partire dal Carbone piuttosto che puntare sulle fonti rinnovabili. Sicuramente i giovani ambientalisti non sono passati inosservati riuscendo a veicolare il messaggio di forte impatto visivo e coinvolgendo lungo il cammino altri ragazzi che poi si sono uniti a loro.

"Abbiamo voluto portare anche a Chivasso la campagna di sensibilizzazione nazionale INCAZZATI NERI (www.incazzatineri.it), ribadendo il nostro NO all'utilizzo di tutte le fonti di derivazione fossile, quindi anche il Carbone ed abbiamo voluto ricordare che il nostro paese a tutte le caratteristiche necessarie per ottimizzare al massimo la produzione di energia usando esclusivamente le fonti rinnovabili anche in questo momento di crisi economica". - dichiara Irene Leonelli, dei Giovani Zen - "E' stata una bella giornata ed un bel momento da condividere con altri ragazzi che come noi non rimangono indifferenti difronte a certi temi".
“100 STRADE PER GIOCARE”
Anche quest'anno i Giovani Zen organizzeranno l'importante incontro di "100Strade X Giocare" che vedrà come tema principale la qualità dell'aria e dei trasporti pubblici locali sempre nell'ottica della sostenibilità ambientale. Ovviamente, come vuole la tradizione, l'appuntamento sarà rivolto ai più piccini e alle famiglie in uno spazio ludico e di gioco ritagliato intorno alle loro esigenze e alle loro curiosità.
"Come ogni anno arriva il momento per riprenderci degli spazi sottraendoli al traffico e allo smog ed è proprio di smog che cercheremo di parlare con i bambini che vorranno venire a divertirsi con noi" - conclude Irene Leonelli - "Certamente non saremo soli a realizzare quest'iniziativa, ma avremo il supporto delle Associazioni che operano nel chivassese, del Comune oltre che del nostro Circolo Legambiente Chivasso".
Irene Leonelli, portavoce Giovani Zen
INFOTEL: 349.3316862.

Candidati cercasi...

CHIVASSO - La ricerca dei candidati a sindaco e a consigliere comunale è partita, ma i
migliori – se vengono contattati - non accettano per la scarsissima fiducia nei
partiti e perché temono certe convivenze. Così, se non ci sarà ricambio, i
partiti avranno vinto e lo status quo sarà garantito, cioè le difficoltà si
aggraveranno. Si continuerà con le negative esperienze di questi anni, con la
Città che ha perso smalto e con la trasformazione rimasta a metà strada.
Servono nuove energie, che forse potrebbero arrivare dalle liste civiche, che
dovrebbero però muoversi unite, per favorire il bene comune, fuori dalle
logiche di potere.
Ma quali caratteristiche dovrebbe avere un buon candidato?  Dev’essere uomo d’
immagine, che si pavoneggia con un sorriso a 32 denti, che dà pacche sulle
spalle, punta in alto e si piega al volere del capo partito per sistemarsi?
Oppure ci vuole un galantuomo, competente, che parla con tutti e guarda ai
problemi del lavoro, dello sviluppo, e persegue il solo interesse generale?
Ciò che non serve è la superficialità,  perché da troppi anni sono fermi
progetti importanti, che andranno avanti se ci saranno persone affidabili,
capaci di fare analisi e sintesi. Da questo giornale apprendiamo di un corposo
aumento della tariffa rifiuti per Brandizzo. E per Chivasso? Quand’è che avremo
amministratori che parlano di problemi reali, di quelli che toccano i nostri
portafogli?
Il popolo non ama i politici, disgustato da privilegi e arroganza. Sono spesso
falsi e opportunisti. Non c’è dubbio che si deve cambiare. Servono quindi
persone con passione e con spirito di servizio, persone con sentimenti,
razionalità e capacità di fare squadra e di risolvere i problemi.
Basta con spregiudicati e bugiardi, con chi non conosce la morale, si dichiara
liberale, ma ha la forma mentis da statalista burocratico e populista. Né
vogliamo chi spunta sotto elezioni, ma non conosce nulla, chi rigetta il
confronto, ha scheletri nell’armadio, non fa niente per niente, e chiede il
voto con promesse che mai manterrà.
Nel momento in cui la Corte dei Conti denuncia il dilagare di corruzione e
illegalità, ed ora che una Commissione Prefettizia indaga sul malaffare in
Città, vorremmo candidati probi, che sappiano leggere un bilancio e che
sappiano contrastare i poteri forti. Serve dunque competenza, trasparenza e
disponibilità. Se viceversa vincerà la mediocrità il declino sarà
inarrestabile. La gente non capirà per quale motivo dovrà andare a votare. Se
non ci saranno volti nuovi e affidabili sarà chiaro che quella scelta dei
partiti sarà per non cambiare nulla.  Cosicché le formiche continueranno a
subire, ma non potranno lamentarsi, specie per le nuove tasse comunali. Perché
per cambiare bisogna impegnarsi in prima persona, non solo nella vita privata,
ma anche in quella sociale.
Sandro RECCHIA

Nasce il Comitato locale di appoggio al Referendum regionale sulla caccia...

Referendum caccia: un comitato chivassese per la modifica della legge

  di Annarita Scalvenzo per LOCALPORT.IT 
Ormai è sicuro che il referendum regionale per l’abolizione di alcuni articoli della legge sulla caccia si terrà il 3 giugno con Decreto del Presidente della Giunta Regionale 22 febbraio 2012, n. 6 e per le associazioni ambientaliste, e anche per molti partiti, si tratta di un evento straordinario, rispetto al quale è fondamentale mobilitarsi, anche per formare al più presto un comitato referendario locale.

La riunione costitutiva del comitato referendario chivassese si terrà questa sera, martedì 28, alle 21 al Centro di Documentazione “Paolo Otelli”, in Via Paleologi 2, e all’iniziativa hanno già aderito Pro Natura, Lac, Lav, Lipu, Legambiente, Wwf, Italia Nostra, Radicali Italiani, Federazione dei Verdi, Insieme per Bresso, Italia dei Valori, Movimento 5 Stelle, Per la Federazione – Sinistra Europea, Sel.

La storia del referendum comincia da lontano, precisamente nel 1987, quando vennero raccolte ben 60 mila firme di cittadini a favore di un referendum regionale sulla caccia. Occorre dire che questa iniziativa è ancora precedente a quella del referendum nazionale sulla caccia promosso dai radicali nel 1990: quel referendum ottenne, a livello nazionale, un quorum di oltre il 43% e in Piemonte superò il 50%. Intanto, i promotori del referendum regionale avevano presentato una denuncia contro la Regione Piemonte che aveva escluso lo svolgimento del referendum stesso, a loro avviso con delle motivazioni non sostenibili.

Dopo 24 anni e nove gradi di giudizio, la Corte d’Appello di Torino ha dato ragione ai promotori, con una sentenza con cui è stato dato il via al referendum richiesto nel 1987. Il 22 febbraio scorso, la Giunta regionale ha indicato finalmente la data del referendum, bocciando così la proposta del comitato e di alcuni altri consiglieri di accorparlo alle elezioni amministrative che si terranno il 6 maggio in alcuni Comuni piemontesi.

«Questa decisione non è neutra – dicono gli organizzatori dei comitati -: consideriamo che, da un lato suona come l’ennesimo ostacolo politico alla realizzazione del referendum a causa della maggiore fatica a raggiungere il quorum, dall’altro si realizza come uno spreco di risorse in tempi di forte crisi».

Nei suoi contenuti, il referendum avanza quattro richieste: la limitazione del numero di specie cacciabili rispetto alla legge vigente nel 1988. Si prevede che ne rimangano soltanto tre: lepre, fagiano e cinghiale. Resta la possibilità di intervenire con abbattimenti di controllo laddove l’eccessiva presenza di fauna selvatica comporti danni alle attività agricole; il divieto di caccia nella giornata di domenica, dovuta alla necessità di salvaguardare la vita dei frequentatori dell’ambiente quali escursionisti, agricoltori, cercatori di funghi, bambini, animali domestici; il divieto di cacciare su di un terreno coperto da neve. Attualmente sono previste numerose eccezioni, ad esempio per la volpe, gli ungulati e la tipica fauna alpina che sono effettuate anche in presenza di innevamento, situazione che rende più facile l’inseguimento attraverso le tracce lasciate dagli animali; la limitazione ai privilegi concessi alle aziende faunistico-venatorie. Nelle ex riserve private di caccia si possono abbattere animali in numero maggiore rispetto al territorio libero, poiché non si applicano i limiti di carniere.

Per informazioni sulla costituzione a livello locale del comitato, è possibile contattare Rossella Montagono al 328.1085857 e Domenico Cena al 347.6294560.

NOTav, Presidio anche a Chivasso


Si è svolto anche a Chivasso un presidio in solidarietà con la lotta della Valle di Susa, contro il buco che sta aspirando la democrazia. Contro chi vuole fare solo affari, distruggendo i territori e le economie, pur di riempire i propri portafogli. Contro chi non esita ad usare violenza e manganelli contro la volonta dei cittadini. In questo duro momento ci sembrava indispensabile essere vicino ai compagni incarcerati, a Luca, al quale vanno tutti i nostri auguri di pronta guarigione, ad un movimento che dimostra tutti i giorni che il cuore della gente può molto di più dei soldi e della polizia. Resistere, un minuto di più è possiblie, tutti insieme.

Massimo Zesi

Stop that Train. La Val Susa continua la lotta...



In una splendida giornata di sole, la Valle ha ancora una volta dimostrato di non volere il treno della morte, il treno degli affari, il treno delle mafie. In tantissimi (70.000) hanno sfilato per le strade in maniera gioiosa e tranquilla chiedendo di fermare le espropiriazioni illegali, di liberare i compagni ingiustamente incarcerati, di uscire dalle logiche affaristico/sfruttatrici del nostro paese. Di fronte  a tale forza Manganelli non ha trovato di meglio che fare delle imboscate ai compagni che tornavano, caricandoli a Porta Nuova.
A loro serviva la notizia, a loro serviva poter continuare l'equazione Notav=violenti, dichiarata dal capo della polizia e dai vari Fassino di turno.Ma non si preoccupino, non saranno certo questi e i loro pennivendoli (la repubblica che titola "tafferugli a Torino" quando i fatto sono stati cariche a feddo) a fermare la lotta contro la TAV.



Massimo Zesi - FdS Chivasso


Interessante incontro con il prof Rocco Sciarrone sulla diffusione della criminalità organizzata nel nord...

CHIVASSO - Venerdì 24 febbraio si è concluso il ciclo di incontri "Risorse rubate" organizzato dal Centro Paolo Otelli e svoltosi sotto la direzione di Piero Meaglia e Ermanno Vitale. L'ultima puntata, dedicata alla mafia e in particolare agli insediamenti mafiosi nell'Italia del nord, ha visto come protagonista il prof. Rocco Sciarrone (in foto), sociologo dell'Università di Torino e studioso dei fenomeni mafiosi.
La notorietà del relatore e il tema, evidentemente molto sentito anche per le recenti vicende che hanno coinvolto la politica chivassese, hanno fatto sì che la sala del consiglio comunale fosse davvero piena; e con soddisfazione abbiamo potuto contare sulla presenza di numerosi giovani.
E' inutile in queste poche righe tentare di sintetizzare i tanti spunti di discussione e le informazioni diverse da quelle proposte dal circo mediatico che Sciarrone ha saputo proporre al pubblico: conviene a tutti, ma soprattutto ai politici e agli amministratori locali, leggersi la seconda edizione del su libro Mafie vecchie, mafie nuove. Radicamento ed espansione, Donzelli, Roma 2009 e i recenti articoli pubblicati su "Narcomafie". Lì chi vuole troverà, oltre ad un'analisi articolata del fenomeno mafioso, nomi, cognomi e riferimenti precisi a fatti ed atti giudiziari. Insomma, non potrà più dire di non sapere.
Anche per quanto riguarda Chivasso e dintorni non mancano analisi e indicazioni precise all'interno del capitolo "La diffusione in aree non contigue. Il caso del Piemonte". Auspichiamo che tutti coloro che in questi giorni stanno costruendo alleanze elettorali in vistra delle imminenti elezioni amministrative non dimentichino di chiedersi se, al di là della condivisione sui programmi, stanno trattando con una persona perbene o con un appartenente o fiduciario di questa o quella "locale" della 'ndrangheta.
Vier.



Giornata nazionale in ricordo delle vittime di mafia: partecipiamo da Chivasso...

Dal 1996 ogni 21 marzo si celebra la Giornata della Memoria e dell'Impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie. Sono oltre 900 i nomi delle vittime innocenti delle mafie, semplici cittadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell' ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali morti per mano delle mafie solo perchè, con rigore e coerenza, hanno compiuto il loro dovere.
Il 21 marzo, primo giorno di primavera, è il simbolo della speranza che si rinnova ed è anche occasione di incontro con i familiari delle vittime che in Libera hanno trovato la forza di risorgere dal loro dramma, elaborando il lutto per una ricerca di giustizia vera e profonda, trasformando il dolore in uno strumento concreto, non violento, di impegno e di azione di pace.
Quest'anno si svolgerà a Genova, sabato 17 marzo la diciassettesima edizione della "Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime delle mafie", promossa dall'associazione Libera e Avviso Pubblico. 
Il Presidio Chivassese di Libera Angelo Vassallo organizza la partenza di un pullman da Chivasso per partecipare alla manifestazione, animato dalla convinzione che oggi più che mai vi sia bisogno di segnali forti da parte dei cittadini chivassesi per combattere l'infiltrazione mafiosa sul proprio territorio. E quale migliore inizio di una nutrita presenza alla più grande manifestazione nazionale antimafia?
 Il costo complessivo è di soli 10 euro. Andata e ritorno ovviamente in giornata. La scadenza delle iscrizioni, entro la quale si debbono versare le quote di partecipazione, è martedì 28 febbraio.
Confidiamo nell'aiuto di tutti per diffondere la notizia e supportare l'iniziativa!
Matteo Cerutti Sola e Carlo Debernardi, referenti del Presidio di Libera-Chivasso.
I contatti per iscriversi e chiedere maggiori informazioni sono: 
347 7470633 Matteo  346 5798676 Carlo    vassallo.chivasso@liberapiemonte.it

Banche, chiunque ha avuto un fido potrebbe chiedere rimborso: ma nessuno lo sa!

QUESTO BLOG ha aderito all'iniziativa promossa da FermiamoLeBanche per il Comitato promotore per il referendum per l'abrogazione delle sei leggi "regala soldi" alle banche e abolizione del signoraggio bancario.

Gli illeciti bancari più gravi, quelli che maggiormente danneggiano l'economia e pesano sulle tasche dei cittadini e delle aziende italiane sono quelli inerenti i fidi, in cui all'applicazione di un tasso di interesse eccessivo - ILLEGALE - si aggiunge l'accredito tardivo dei versamenti, le commissioni di massimo scoperto e l'anatocismo, ovvero la capitalizzazione degli interessi su un capitale, affinché essi siano a loro volta produttivi di altri interessi (in pratica è il calcolo degli interessi sugli interessi) infatti TUTTI coloro che hanno un fido - o che lo hanno avuto in passato - hanno il DIRITTO ed i requisiti per chiedere un RIMBORSO alla propria banca, un risarcimento che si attesta intorno al 10-12% dell'importo del fido per ogni anno della durata dello stesso.

Chi ha avuto un FIDO da 10.000€ per 5 anni, per esempio, ha diritto di recuperare 1.000-1.200€ all'anno, per un totale di 5-6.000€ !!! Chi ha avuto un FIDO di 10.000€ per 10 anni, ha diritto di recuperare un totale di 10-12.000€ E' possibile richiedere un rimborso entro 10 anni dalla CHIUSURA del Conto corrente (non del fido) dopo 10 anni che il conto corrente è chiuso, il "reato" va in prescrizione e non è più possibile fare rivalsa per recuperare il maltolto.

Ci sono aziende che hanno avuto fidi di importi elevatissimi, che spesso - a causa del tasso di interesse esoso applicato dalla banca - anziché ridursi negli anni come  previsto, è lievitato negli anni: e guai a sconfinare dal fido previsto: in quel caso i tassi di interesse applicati divengono un vero e proprio salasso, capace di mandare sul lastrico anche una solida azienda.

Quando, nell'ambito del Comitato FermiamoLeBanche, illustriamo questi aspetti agli ignari cittadini, spesso riceviamo reazioni di incredulità e sbigottimento: a molte persone sembra impossibile che le banche agiscano abitudinariamente nell'illegalità, ma il fatto che agire in questo modo sia una prassi consolidata per le banche, non significa che ciò è legale, tantomeno accettabile.

Se tutti i commercianti non emettessero lo scontrino fiscale, diventerebbe legale non emetterlo? Quando qualche anno fa, prima dell'entrata in vigore della "patente a punti" nessuno indossava la cintura di sicurezza, era legale non metterla? Lo stesso principio vale per le banche: il fatto che tutte le banche applichino un tasso di interesse sui fidi troppo elevato, non significa che ciò sia lecito. 

In italia sono MILIONI le persone e le aziende che avrebbero il diritto di RECUPERARE I SOLDI PAGATI INDEBITAMENTE, ma la stragrande maggioranza di loro ignorano questa possibilità, a causa del black out dell'informazione in merito: i mass media - succubi della politica - hanno innalzato una vera e propria cortina di silenzio, e persino le "associazioni dei consumatori" - che sono pronte ad imbastire "class action" addirittura per far recuperare ai cittadini poche decine di euro per il ritardo di un treno - evitano accuratamente di entrare in questi ambiti: mettersi contro il sistema bancario significa rinunciare a introiti pubblicitari, favori, finanziamenti.

L'associazione FermiamoLeBanche è nata anche per questo: cercare di bucare la corazza di collusioni che ha reso possibile questo sistema: far recuperare i soldi sottratti indebitamente ai cittadini, oltre ad esser un atto di giustizia, è anche l'unica strada praticabile per scardinare questo sistema.Migliaia di imprenditori, più o meno "piccoli" sono stati costretti a cessare la propria attività a causa dei debiti nei confronti delle banche, molti hanno dichiarato persino fallimento, alcuni si sono persino SUICIDATI dalla disperazione, stroncati dall'aver perso tutto, dall'esser oberati dai debiti, IGNORANDO IL FATTO che se avessero fatto causa al loro istituto, avrebbero ottenuto un cospicuo rimborso, con tanto di interessi. 

Ma per chi fa rivalsa nei confronti della banca, l'epilogo è quasi sempre diverso. E' il caso di un imprenditore veneto, che si è presentato allo sportello di FermiamoLeBanche qualche mese fa; dopo diversi lustri di lavoro in cui consegnava alla banca il frutto del suo impegno, per ripagare un debito che non vedeva mai fine per il frequente aggravio di nuovi interessi, quando a causa della crisi ha visto ridursi il margine di guadagno ha cessato l'attività: e nonostante la banca si sia intascata il provento della vendita del capannone e dei macchinari, vantava ancora un credito di 50.000€ nei suoi confronti, somma insostenibile per una persona priva di reddito. L'unico "consiglio amichevole" che ha saputo dargli il direttore dell'istituto, è stato quello di vendere celermente la prima casa per ripianare il debito, prospettandogli il fatto che altrimenti, "sarebbe destinata ad andata all'asta" in un futuro prossimo. 

Quando i legali di FermiamoLeBanche gli hanno ricalcolato il conto corrente secondo i parametri di legge - che prevedono interessi più bassi di quelli abitualmente richiesti dagli istituti - gli hanno comunicato che era lui che doveva ricevere dalla banca poco meno di 200.000€, una prospettiva molto diversa da quella che gli prospettava il direttore, che gli "consigliava" di vendere la prima casa per saldare un debito di 50.000€ richiesto indebitamente: gli brillavano gli occhi, stentava a credere alle parole degli avvocati. Quando i legali di FermiamoLeBanche hanno presentato il conto all'istituto, nel giro di pochi mesi l'uomo ha ricevuto un indennizzo di 150.000€: la banca ha preferito conciliare evitando di arrivare a sentenza, l'uomo non ha perso la casa e la somma ricevuta gli ha permesso di ricominciare una vita rilevando una piccola attività commerciale. Senza alcun debito con nessun istituto bancario.

L'associazione FermiamoLeBanche, fondata dall'Avv. Alfonso Luigi Marra nel 1987, da oltre 25 anni si occupa di questo tipo di cause, fornendo consulenza ai cittadini vessati dalle banche.

SE HAI AVUTO UN FIDO BANCARIO, RIVOLGITI A FERMIAMOLEBANCHE PER OTTENERE IL RICALCOLO DEL TUO CONTO CORRENTE E CHIEDERE ALLA BANCA UN RIMBORSO! si tratta di cause che hanno una percentuale di vittoria del 100% 

Per Informazioni: email info@pas-fermiamolebanche.it - Tel. 3932039457.

Inkazzatineri...

GIOVANIZEN/LEGAMBIENTE Chivasso - Il  gruppo giovanile chivassese della Legambiente ha partecipato con sucesso all'iniziativa "IncazzatiNeri" promossa in giro per i Carnevali italiani per protestare contro le centrali a carbone. Nelle foto alcuni attivisti GiovaniZen all'opera al Carnevale di Ivrea.
Per saperne di più: http://www.incazzatineri.it  
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Se Keynes non basta più...


Non è possibile prospettare una via d’uscita in un quadro nazionale o continentale privo dei riferimenti ai vincoli e alle opportunità offerte dalla crisi ambientale
L’orizzonte esistenziale delle nostre vite è dominato dalla crisi ambientale: non solo dai mutamenti climatici, che rappresentano ovviamente la minaccia maggiore; ma anche dalla scarsità di acqua e suolo fertile (non a causa della loro limitatezza naturale, ma dell’inquinamento e della devastazione a cui sono sottoposti); dalla distruzione irreversibile della biodiversità; dall’esaurimento del petrolio e degli altri idrocarburi (che sono anch’essi “risorse naturali”, anche se utilizzate per devastare la natura); dall’esaurimento di molte altre risorse, sia geologiche che alimentari (il nostro “pane quotidiano”); dall’inquinamento degli habitat umani che riduce progressivamente la qualità della vita e delle relazioni interpersonali. A molte di queste minacce c’è chi pensa di poter fare argine con l’innovazione: nuovi materiali; nuovi processi; nuove tecnologie. È in gran parte un’illusione, ma anche se fosse possibile farlo su una o alcune delle grandi questioni ambientali, è la loro interconnessione in un sistema unico e complesso a imporre un approccio globale. Parlare di crescita economica, qualsiasi cosa si intenda con questa espressione, senza fare riferimento a questo quadro, è un discorso vuoto.
La crisi ambientale offre all’economia delle opportunità e impone dei vincoli: le opportunità sono note (a chi ha interesse per la questione): sono le potenzialità di una conversione ecologica di produzioni e consumi verso beni e servizi meno dipendenti dai combustibili fossili, meno devastanti per la biodiversità, e verso la qualità e la disponibilità di risorse primarie; le potenzialità di una occupazione maggiore e diversa, caratterizzata a una più estesa valorizzazione delle facoltà personali e della cooperazione; le potenzialità legate alle caratteristiche fisiche, storiche e sociali di ogni territorio; i territori sono diversi uno dall’altro e la loro ricchezza dipende dalla conservazione di questa diversità.

Ma i vincoli sono altrettanto rilevanti: il consumo di suolo e di risorse non può procedere al ritmo seguito finora; molte delle produzioni che hanno guidato lo sviluppo industriale dell’ultimo secolo – dall’edilizia all’automobile, dagli armamenti all’utilizzo dei combustibili fossili, dal turismo di massa alle monocolture alimentari – non potranno continuare per molto sulla stessa strada: non solo per mancanza di risorse e per eccesso di rilasci inquinanti, ma anche per saturazione dei mercati: della domanda solvibile.
Vincoli e opportunità indotti dalla crisi ambientale dovrebbero essere i criteri informatori di qualsiasi politica industriale: cioè delle scelte che determinano o orientano le decisioni su che cosa, quanto, con che cosa, come e dove produrre. Sono scelte che non possono essere lasciate al mercato, cioè al libero gioco della domanda e dell’offerta; perché nessun mercato è in grado di cogliere tutti i segnali che provengono dalla complessità del contesto ambientale, da cui non si può più prescindere.

In secondo luogo, la globalizzazione ha trasformato alcune aree geografiche del pianeta in manifatture del mondo. A questo è dovuta la contrazione della domanda di lavoro – qualificato e no – che ha colpito i paesi di più antica industrializzazione, imponendo alle relative classi lavoratrici un drammatico deterioramento delle condizioni di lavoro e di vita: precarizzazione, disoccupazione, contrazione dei redditi, compressione del welfare. Questo processo ha investito tutti i settori e tutta – o quasi – la gamma delle produzioni e, in misura maggiore, i beni consumati dalle classi lavoratrici: i cosiddetti beni-salario. Mentre nelle cittadelle di più antica industrializzazione sono rimaste quasi solo alcune produzioni di beni di investimento di maggiore complessità, molte delle attività di coordinamento e gestione delle attività delocalizzate e alcuni segmenti di produzioni più o meno tradizionali di beni suntuari (ormai riuniti in un’unica categoria merceologica onnicomprensiva, denominata per l’appunto “lusso”).

Tutto ciò ha profondamente alterato l’efficacia delle politiche economiche. Gli Stati ne hanno perso alcune (la determinazione del tasso di sconto, la politica dei cambi, la creazione di moneta, la politica doganale) o per averle cedute a enti sovranazionali (è il caso dell’Unione europea e soprattutto dell’eurozona); o perché esse sono state di fatto requisite dalla finanza internazionale: cioè da organismi di diritto privato detentori – e anche creatori – di una massa monetaria sufficiente a condizionare le decisioni di ogni Stato: anche di quelli più potenti. Ma, soprattutto, le misure economiche adottate in una parte del pianeta possono distribuire i loro effetti (diluendoli o moltiplicandoli) su tutto il resto del mondo (lo si è visto con la crisi dei mutui subprime) e magari non avere alcun effetto, né positivo né negativo, nel paese dove sono state prese. Ciò ha minato molte delle misure di sostegno della domanda di matrice keynesiana con cui di recente si è cercato di stimolare la produzione e, con essa, l’occupazione. Raramente oggi gli incrementi di produzione si traducono in aumenti dell’occupazione – a volte innescano salti tecnologici o organizzativi che addirittura la riducono – ma sempre meno la produzione aggiuntiva messa in moto da una politica di sostegno della domanda riguarda lo stesso paese in cui è stata adottata. Lo si è visto con gli incentivi alla rottamazione con cui quasi tutti i paesi occidentali hanno cercato di fare fronte alla crisi del 2008-2009: in molti casi il sostegno all’occupazione nazionale è stato insignificante. Ma questo è particolarmente vero per la maggioranza dei beni-salario il cui consumo potrebbe essere alimentato da un sostegno ai redditi più bassi. Gli effetti riguarderebbero soprattutto beni di importazione a basso costo; il che si traduce solo in maggiori squilibri della bilancia commerciale da finanziare con l’indebitamento.

Le politiche keynesiane che hanno sorretto lo sviluppo dei cosiddetti “trenta (anni) gloriosi” erano tarate sul contesto di uno Stato nazionale ancora in gran parte in possesso delle principali leve della politica economica (e che non per questo aveva rinunciato a sviluppare anche una robusta politica industriale adatta alle condizioni dell’epoca: per esempio nel campo della siderurgia, degli approvvigionamenti energetici, della navigazione, della infrastrutturazione e, ovviamente, degli armamenti; per sconfinare magari in campi, come l’alimentare o l’automobile, da cui avrebbe forse potuto esentarsi). Ma oggi un ragionamento sulle “vie di uscita” dalla crisi sviluppato in un quadro nazionale (come quello al cui interno hanno funzionato per alcuni decenni le politiche keynesiane), o anche continentale, ma privo di riferimenti ai vincoli e alle opportunità indotti dalla crisi ambientale non è più plausibile. Non ha più molto senso ragionare su meri aggregati economici espressi in termini monetari, senza tener conto che nessuna politica economica è più praticabile senza una contestuale politica industriale che orienti e condizioni l’oggetto delle produzioni e le modalità (individuali o condivise) del consumo di molti beni e servizi. Questo, a mio avviso, è un limite inemendabile delle analisi e delle proposte correnti di stampo keynesiano, come quelle peraltro esemplari di Giorgio Lunghini sul manifesto del 16 febbraio («Riscopriamo Keynes per uscire dalla crisi»).

Non solo; una politica industriale che faccia riferimento alla crisi ambientale, cioè orientata a produzioni e consumi sostenibili – la “conversione ecologica” – non è concepibile se non in un contesto di progressiva riterritorializzazione: con un ridimensionamento e una rilocalizzazione delle produzioni in prossimità (relativa) dei mercati di smercio; o in un rapporto diretto – o comunque meno esposto alle alee di un interscambio non programmato – tra produzione e consumo. Questo indirizzo, che non è protezionismo né abolizione, della competitività (l’idolo del nostro tempo) ma una sua moderazione certamente sì, rimette al centro delle politiche economiche e industriali il governo del territorio. Ed è anche, a mio avviso, l’unica alternativa plausibile al progressivo deterioramento dell’occupazione, dei redditi e delle condizioni di vita delle classi lavoratrici dell’occidente industrializzato, ormai trascinate in una corsa al ribasso per allinearle a quelle dei paesi emergenti; la politica salariale della Grecia (salari minimi quasi al livello di quelli cinesi) ne rappresenta oggi la manifestazione più lampante.
Guido VIALE.