Il film di gennaio...

                                            

                        
Le nevi del Kilimangiaro 
di Robert Guédiguian
Recensione di Domenico Cena.

Marsiglia, il porto, esterno giorno. Davanti a un rimorchiatore attraccato alla banchina, un gruppo di persone sta estraendo a sorte dei nomi per quella che a prima vista sembrerebbe una lotteria tra compagni di lavoro, dei portuali molto probabilmente. Rifacendosi al titolo del film, lo spettatore immagina che la posta in gioco possa essere un viaggio in Kenia, anche se le espressioni di coloro che vengono chiamati non sono esattamente di gioia. Si scoprirà subito dopo che in palio c’era il posto di lavoro, i sorteggiati finiranno in cassa integrazione.
Comincia così l’ultimo lavoro di Robert Guédiguian, il regista marsigliese che ha fatto della propria città, soprattutto della sua periferia, il luogo primario in cui si manifestano e si sviluppano le dinamiche sociali e umane tipiche del nostro tempo. Protagonista del film è Michel, sindacalista della CGT, che ha chiesto di inserire il proprio nome nell’urna, anche se, in quanto rappresentante sindacale, non era obbligato a farlo. Ma sarebbe stato un privilegio e lui non ne ha mai voluti. Così, a cinquant’anni suonati, Michel si ritrova all’improvviso senza quel lavoro a cui ha dedicato praticamente tutta la sua vita.
A questo punto, lo spettatore si aspetta un veemente dramma a sfondo sociale, ma ancora una volta le sue aspettative andranno deluse. Non siamo più ai tempi del cinema del fronte popolare, ma neanche dalle parti di Ken Loach, piuttosto da quelle del Mike Leigh più leggero. Il film infatti si muove in un clima da commedia familiare, dai toni delicati e gioiosi. Michel trova rifugio nel calore degli affetti che si è costruito con una vita basata sull’impegno civile, sul rigore morale e soprattutto sull’amicizia e sulla solidarietà nei confronti di chi gli sta vicino. Con l’aiuto della moglie, di figli e nipoti e dei suoi tanti amici, e grazie anche al modesto benessere che si è garantito con tanti anni di lavoro, Michel riesce a superare il trauma della perdita del posto di lavoro, senza perdere la propria gioia di vivere.
Ma il peggio deve ancora arrivare. Una sera, mentre si trova in casa insieme alla moglie e ad una coppia di amici, viene rapinato e picchiato brutalmente da due uomini incappucciati. Deciso ad ottenere giustizia, Michel scoprirà che uno dei due rapinatori è Christophe, un suo ex compagno di lavoro, un giovane precario licenziato insieme a lui. Contrariamente a quanto è successo a lui, per Christophe il licenziamento è stato un’autentica sciagura, perché deve mantenere da solo due fratelli più piccoli e non può usufruire di alcun tipo di ammortizzatore sociale.
Qui inizia il vero dramma, e la parte più originale del film. Ancora una volta, caparbiamente,  Michel cerca di capire. “Era un operaio come noi” dice all’amico sindacalista che si trovava con lui la sera della rapina. “Come noi? Perché, andavi in giro a fare il delinquente, tu?” gli ribatte l’amico.
Ma Michel non si accontenta di questa facile autogiustificazione, vuole capire il perché di quel gesto violento, e doloroso per lui e i suoi amici. Scoprirà così che, mentre si parlava di scomparsa della classe operaia, mentre lui stesso si costruiva una confortevole posizione “piccolo borghese”, nasceva una nuova classe di esclusi, senza quei diritti per cui si è battuto lungo una intera vita. E neppure i padroni sono scomparsi.  Anzi, forse sono cambiati in peggio: licenziano in modo oltraggioso e sono pieni di tracotanza, come la figlia dell’anziana a cui Marie Claire, la moglie di Michel, fa da badante.

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