"Il Colore del vento"
di Bruno Bigoni.
Recensione a cura di Domenico CENA.
“Il colore del vento” si potrebbe considerare un eccellente esempio di quello che oggi viene definito “docufilm”. Cioè un documentario che, a differenza di quelli classici, non si prefigge intenti di informazione/formazione etnologico-sociale, culturale o anche politica, ma semplicemente di raccontare delle storie. Storie diverse, spesso senza legami visibili tra loro, che si propongono di mostrare differenti aspetti del nostro reale, senza dover dimostrare, spiegare o promuovere alcunché. L’unico intento evidente di Bigoni si potrebbe definire “poetico”, nel senso della leggerezza di calviniana memoria, a cominciare dalla sinestesia del titolo e con l’impiego, come elemento di collegamento tematico, di una canzone di De Andrè e del viaggio lungo i porti del Mediterraneo di un cargo che trasporta container.
Così, senza motivi apparenti, ci troviamo a salpare anche noi da Barcellona, non senza aver prima incontrato uno degli ultimi sopravvissuti della guerra civile, una minuta donna ormai novantacinquenne amata e venerata dai giovani che le stanno intorno, che ci racconta il suo impegno nelle file dell’anarchia, per passare poi sulle coste del Nordafrica e a Lampedusa, dove vediamo e sentiamo le storie di quei non-uomini che partono e di chi, anche volendolo, non è in grado di accoglierli. Ma davvero non c’è alcun legame tra l’impegno drammatico e luttuoso di ieri e le inutili tragedie quotidiane di oggi?
Intanto il cargo è già ripartito, non c’è tempo per attardarsi a pensare. In un viaggio che ricalca in qualche modo le misteriose logiche dell’Ulisse omerico, ci ritroviamo a Bari, in quel torrido agosto del 1991, per assistere all’entrata in porto della nave Vlora, con il suo carico di disperati provenienti dall’Albania. Tra loro c’è Violeta, incinta, partita alla ricerca del marito che l’ha preceduta nel nostro paese. E la ritroviamo oggi, mediatrice culturale, sindacalista e badante, a rievocare la propria esperienza. La tappa successiva è Dubrovnik, dove incontriamo Ivana e un padre che ha visto il suo unico figlio corrergli incontro per morirgli tra le braccia, i cui sguardi che non riescono a dimenticare trovano un momento di pace soltanto contemplando il mare.
Il nostro viaggio finisce a Genova, la città di Faber, in quei vicoli dove si aggirano gli esclusi che lui amava e cantava. Qui incontriamo una ragazza nera che ci racconta il suo viaggio durato sei mesi attraverso il deserto africano, lei è una dei pochi che sono riusciti a sopravvivere. Come premio per tanto coraggio e tanta ostinazione, oggi si prostituisce nei carrugi, ma non si lamenta, anzi si considera fortunata, è ancora viva e spera di poter tornare a vivere libera nel proprio paese al di là del mare.

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