Arriva un momento, per rubare il titolo di un documentario di qualche anno fa sulla scena rock newyorkese, nel quale bisogna “uccidere i propri idoli”. David Sylvian, per chi scrive, rappresenta una delle tre più belle voci di sempre, musicista raffinatissimo, fin dai suoi esordi coi Japan un ponte di inarrivabile classe fra pop colto e sperimentazione. Le ultime prove della sua carriera solista sono andate incontro ad una sempre maggior rarefazione dei suoni. Sylvian pratica da sempre la nobile arte della sottrazione, significativo in tal senso il titolo di un suo lavoro strumentale, “Approaching silence” (“Avvicinandosi al silenzio”).
Ciononostante già il precedente “Blemish” (2003) aveva suscitato qualche perplessità anche fra i fan più oltranzisti. La voce di David (splendida, va da sé), le parti di chitarra di Dereck Bailey e nient’altro. Non esattamente l’album ideale da fischiettare sotto la doccia, per intenderci.
Con questo nuovo “Manafon”, uscito ancora una volta per la sua etichetta personale Samadhi Sound, il cammino di Sylvian arriva ad una tappa ancora più radicale, pericolosamente in bilico fra la pura bellezza e l’incomunicabilità. Un disco che può ammaliare, ma succederà solo a chi si sottoporrà allo sforzo, non indifferente, di ascoltarlo fino in fondo. Per gli altri, tutto il diritto di ricordare al nostro eroe che c’è un pubblico che vorrebbe tornare a godere del suo infinito talento senza vergognarsi per aver riconosciuto qualche brandello di melodia.
PEARL JAM
“Backspacer”
Onestà, coerenza, passione. Sono le tre parole più ricorrenti nei fiumi d’inchiostro che da poco meno di vent’anni si spendono per descrivere l’atteggiamento, prima ancora della musica, del gruppo capitanato da Eddie Vedder. Un rispetto incondizionato che in qualche caso, nella parte centrale della loro carriera, ha consentito ai nostri di uscire indenni da prove discografiche non proprio brillantissime. Tanto, si sa, gli album in studio per i cinque di Seattle sono un passaggio necessario per arrivare sul palco e riscaldare il cuore dei loro milioni di fan con concerti tanto torrenziali quanto appassionati. A tre anni di distanza dal notevole “Pearl Jam”, Vedder ritrova i compagni dopo l’apprezzato lavoro solista per la colonna sonora di “Into the wild” di Sean Penn. Una prova convincente, per chi ha capito che lo sforzo dei Pearl Jam va misurato sul piano dell’intensità. Inutile aspettarsi innovazioni o significative svolte stilistiche, la gran parte di chi li apprezza non saprebbe che farsene. Niente di meglio dunque che ritrovarli con un pugno di bei pezzi, la solita irruenza a cavallo fra punk e hard (quello che quindici anni fa venne definito “grunge”, del quale Vedder e soci fornirono la versione più vicina alle sonorità dei’70), le solite ballate “cuore in mano” cantate ed eseguite con trasporto. Concisione d’altri tempi, meno di 37 minuti in tutto, per il ritorno del produttore storico Brendan O’Brien. Un’altra buona notizia per chi ai Pearl Jam chiede suoni diretti, urgenza, immediatezza e quella notevole dose di enfasi senza la quale…non sarebbero i Pearl Jam
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