“Basta che funzioni”
di Woody Allen.
Recensione a cura di Dominique DINNER.
Woody l’imbranato, il represso, il nevrotico pieno di tic e di manie è tornato. E’ di nuovo a New York, dopo un lungo viaggio in Europa e in altri paesi che conosce solo lui. Intanto gli anni sono passati, e il giovane Woody si è trasformato in un vecchio “quasi genio” arrabbiato, intollerante, insofferente della stupidità altrui e delle proprie antiche e febbrili ossessioni. Ma sempre pieno di energia e più cattivo e intransigente che mai. Non accetta più alcuna convenzione, neppure quelle più condivise e scontate, come la finzione cinematografica. Così, fin dall’inizio, si rivolge direttamente al pubblico per impartirgli una lezione di filosofia induttiva, la cui regola universale è che non ci sono regole, né scopi, né sensi reconditi o profondi. L’importante è non fare troppo male a sé e agli altri, anche in occasione di un mancato suicidio in cui, saltando da una finestra, si finisce addosso alla propria anima gemella. E non è neanche il caso di indagare troppo sull’origine e sulla qualità di un rapporto. Basta che funzioni, appunto, magari con l’aiuto di un po’ di fortuna e il favore delle combinazioni fortuite.
Nella ormai lunghissima filmografia di Woody Allen, composta da oltre quaranta opere, questo film rappresenta un nuovo punto di raccordo e di riflessione sul proprio fare cinema. Dopo la cosiddetta “trilogia londinese”, iniziata con il suo film più bello degli ultimi anni, “Match Point”, seguito da “Scoop” e “Sogni e delitti”, tutti ambientati a Londra, e la solare parentesi di “Vicky Cristina Barcelona”, una specie di vacanza trascorsa a vagare senza meta per le vie di Barcellona e Oviedo, Allen sembra sentire il bisogno, con questo film, di tirare le somme sugli ultimi sviluppi della sua indagine, per ripartire di nuovo, con la consueta frenesia accentuata dal passare degli anni, verso inediti percorsi e direzioni per ora non ancora dichiarate.
E per farlo, ha deciso di tornare alle origini, nella città dove tutto era iniziato, con le forme leggere e i tempi veloci che caratterizzavano le sue prime opere, quali “Prendi i soldi e scappa” o “Il dormiglione”. Apparentemente, sembra non essere cambiato molto, la commedia è sempre quella classica, con delle movenze quasi da teatro greco, l’azione procede spedita, senza esitazioni né sbavature. Mai come in questo film, forse, il protagonista non è altro che uno schermo dietro il quale si nasconde lo stesso regista,
Eppure si avverte un’inquietudine diffusa, un’ansia nascosta che attraversa anche le scene più divertenti. Non si tratta dell’angoscia esistenziale che spingeva il giovane Woody a frequentare i lettini degli psicanalisti alla moda, né di quel male di vivere proprio della cultura ebraica da cui Allen proviene. O meglio, non è più soltanto quello. Invecchiando, il giovane Woody ha modificato il proprio sguardo, ha capito che la differenza tra comico e tragico spesso dipende soltanto da quella frazione di secondo in cui la pallina rimane sospesa sulla rete prima di cadere da un lato o dall’altro del campo. Ha elaborato una specie di antropologia personale, dopo aver constatato come gli uomini siano spesso stupidi e volgari, come le nostre vite si stiano sempre più imbarbarendo. E poi ci sono delle cose, che presto o tardi arriveranno, di fronte alle quali non possiamo fare niente.
Allora diventa essenziale riuscire a raggiungere, per una volta ancora, quell’attimo di sospensione in cui tutto sembra essere in perfetto equilibrio, in cui tutto sembra che funzioni, e, approfittando della finzione cinematografica, bloccare quel momento e mettere proprio lì la parola fine. Ben sapendo che un attimo dopo l’entropia e il degrado riprenderanno il loro inarrestabile cammino.
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