
“La pulizia etnica della Palestina”
di Ilan PAPPE
Fazi Editore, Roma.
364 pagg. - 19,oo euro
Recensione a cura di Domanico CENA.
Fazi Editore, Roma.
364 pagg. - 19,oo euro
Recensione a cura di Domanico CENA.
“Ci portarono fuori uno dopo l’altro; spararono a un uomo anziano e quando una delle sue figlie si mise a piangere spararono anche a lei. Poi chiamarono mio fratello e gli spararono davanti a noi, e quando mia madre gridò chinandosi su di lui, con in braccio la mia sorellina che stava ancora allattando, spararono anche a lei”
“I prigionieri venivano condotti in gruppi 200 metri più in là e poi fucilati. I soldati andavano dal comandante supremo e gli dicevano: «Mio cugino è stato ucciso in uno degli scontri». Il comandante ordinava alla truppa di prendere un gruppo di cinque, sette persone, condurle da parte e ucciderle. Poi arrivava un altro soldato e diceva che suo fratello era morto in una battaglia. Per un fratello, la punizione era maggiore. Il comandante ordinava alle truppe di prendere un gruppo più numeroso e fucilarlo. E così via”.
I racconti di crudeltà di questo tipo richiamano immediatamente, in ognuno di noi, il ricordo delle stragi naziste ai danni degli Ebrei e dei civili inermi delle popolazioni sottomesse, come quelle di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema, di Boves e tante altre tristemente note, non solo nel nostro paese.
Eppure, è difficile crederlo, queste testimonianze riguardano crimini commessi nel 1948 dall’esercito israeliano contro dei civili palestinesi e sono riportate, con altre dello stesso tipo, nel libro di Ilan Pappe: “La pulizia etnica della Palestina”.
Ilan Pappe è uno storico israeliano, nato ad Haifa da genitori ebrei sfuggiti alla persecuzione nazista. Per la sua opera di coraggiosa e paziente ricerca sugli avvenimenti che hanno accompagnato la nascita dello Stato di Israele, ha subito in patria un vero e proprio boicottaggio e, dopo aver insegnato per molti anni all’università di Haifa, è stato costretto a trasferirsi in Inghilterra.
La versione dei fatti data dagli Israeliani ha sempre sostenuto che, nonostante gli appelli del leader ebrei a rimanere, furono i Palestinesi stessi ad abbandonare volontariamente le proprie case e il proprio paese, per non ostacolare l’ingresso delle truppe arabe in Israele.
Basandosi soprattutto sugli archivi israeliani (sui quali è stato tolto di recente il segreto di stato, essendo trascorsi cinquant’anni), sui diari di Ben Gurion, il primo vero leader israeliano, e sulle opere di vari storici israeliani e palestinesi, Pappe ricostruisce le drammatiche vicende del 1948, l’anno della nascita dello stato di Israele, ma anche di quella che i Palestinesi definiscono “la Nabka”, cioè la catastrofe. E arriva a delle conclusioni perlomeno sorprendenti.
La prima è che la cacciata dei palestinesi dal loro paese ha inizio addirittura prima della nascita dello stato di Israele, quando la Palestina è ancora sotto il protettorato britannico, come annota Ben Gurion nel suo diario: “Fino alla partenza degli inglesi, il 15 maggio 1948, nessun insediamento ebraico, anche remoto, era stato attaccato o occupato dagli arabi, mentre l’Haganà aveva conquistato molte posizioni arabe e liberato Tiberiade, Haifa, Giaffa e Safad… Quella parte della Palestina dove l’Haganà poteva operare era quasi ripulita dagli arabi”. (pag.312)
Il termine “ripulita” ricorda da vicino la “pulizia etnica”, e l’obiettivo del libro di Pappe è proprio quello di dimostrare, documenti alla mano, che in Palestina gli Israeliani hanno attuato una vera pulizia etnica, che non si è arrestata nel 1948, ma è proseguita fino ai giorni nostri.
Ad attuare questa pulizia furono, fin dagli anni ’30 e ’40, alcune organizzazioni paramilitari della comunità ebraica, poi protette e infine inglobate nell’esercito regolare israeliano. Tra queste, come detto, l’Haganà, attiva fin dagli anni venti, l’Irgun, guidato da Menachem Begin, il Palmach e la Banda Stern. “Ad Haifa, i 75.000 palestinesi della città furono sottoposti a una campagna di terrore istigata congiuntamente dall’Irgun e dall’Haganà. Arrivati da pochi decenni, i coloni ebrei avevano costruito le loro case più in alto sulla montagna. Quindi abitavano sopra i quartieri arabi e da lì potevano con facilità bombardarli e fare i cecchini. Usavano anche altri sistemi di intimidazione: i soldati ebrei rotolavano barili pieni di esplosivo ed enormi palle di acciaio giù nelle zone residenziali arabe e versavano lungo le strade olio misto a carburante, al quale poi davano fuoco. Appena i palestinesi, presi dal panico, correvano fuori di casa per cercare di spegnere quei fiumi di fuoco, venivano colpiti dal fuoco delle mitragliatrici. Nelle aree dove le due comunità intrattenevano ancora delle relazioni, l’Haganà portava a riparare le automobili nei garage palestinesi, le riempiva di esplosivi e detonatori e seminava caos e morte.” (pag. 80)
Con simili metodi, non solo Haifa, ma molte altre città sono diventate totalmente o in grande maggioranza abitate da Ebrei, e sono stati distrutti centinaia di grandi e piccoli villaggi palestinesi. “La popolazione delle città di Ramla e Lydd fu costretta a marciare, senza cibo e acqua, verso la Cisgiordania, e molti morirono di sete e di fame lungo la via… Rabin stimò che un totale di 50.000 persone fosse stato trasferito in questo modo disumano. Di nuovo si ripresenta la domanda inevitabile: tre anni dopo l’Olocausto, cosa passava per la mente di questi ebrei mentre vedevano marciare questa gente sventurata?” (pag.207)
Nelle aree dei villaggi distrutti sorgono ora nuovi insediamenti ebraici. Varie zone, invece, sono state trasformate in parchi nazionali. Sui loro siti web “si dichiara con orgoglio che queste foreste e parchi furono creati su zone deserte e aride” (pag.273). Ma la realtà e diversa: “La foresta di Birya è situata nella zona di Safad… E’ la più grande foresta dovuta all’opera dell’uomo in Israele ed è molto frequentata. Nasconde le case e le terre di almeno sei villaggi palestinesi.” (pag.274)
E’ quello che viene definito “il memoricidio”, cancellare anche la memoria storica di ciò che è avvenuto. “Circa 750.000 palestinesi furono cacciati dalla loro terra. Ma al di là dei numeri, quel che più sorprende è il profondo iato che separa la realtà dalla rappresentazione. E’ davvero difficile capire, e quindi spiegare, perché un crimine, perpetrato in tempi moderni e in un contesto storico che richiamò osservatori ONU e giornalisti da tutto il mondo, sia stato ignorato così totalmente… Immaginate che non molto tempo fa, in un qualsivoglia paese a voi familiare, metà dell’intera popolazione sia stata espulsa con la forza in un solo anno, la metà dei paesi e dei villaggi cancellati, lasciando al loro posto solo mucchi di macerie. E ora immaginate che sia in qualche modo possibile che questo accadimento non venga mai riportato nei libri di storia e che ogni sforzo diplomatico per risolvere il conflitto scoppiato nel paese metta da parte, quando non lo ignori del tutto, questo evento catastrofico. Da parte mia, ho cercato invano nella storia del mondo a noi noto un altro esempio della stessa natura e con lo stesso destino, dopo la seconda guerra mondiale.” (pag.21)
Nessun commento:
Posta un commento