| Dopo la notizia che il governo stava cadendo per via del peduncolo, un'altro segno di quanto Chivasso sia centrale nella vita della nostra nazione arriva dal Senato. Pare proprio che dietro la quasi-crisi sulla giustizia, dove il governo ha rischiato di cadere, ci sia la longa manus del Cambursa, o almeno del suo gruppo di riferimento. Mi spiego. L'ennesima trombatura del nostro ha scatenato l'ira del gruppo "Vecchi Ulivisti"(??) di Bordon e company. La spericolata mossa di Venetti, che in collaborazione con Bobba ha favorito un teocom pugliese, (probabilmente per non lascire sola la ciliciata Binetti) ha scatenato l'ira degli old ulivisti (???) che, in una versione del muoia sansone e tutti i filistei, hanno quasi fatto affondare la baracca. Tutto ciò mi pare che confermi ( se ce ne fosse ancora bisogno) due cose: 1) il costituendo partito democratico si rivela sempre di più un terreno di battaglia per lobby e spartizioni; 2) L'agire di questi nostri rappresentanti è legato alle loro carriere, non alle nostre aspettative. So che qualcuno bollerà queste considerazioni come antipolitica, ma visto che lorsignori sono tutti cristiani, usero un detto tratto da quella che dovrebbe essere una loro lettura (nonchè fonte di ispirazione) "non guardare la pagliuzza nell'occhio degli altri, ma la trave che c'è nel tuo". Se la smettessero di utilizzare una logica da bande forse le cose potrebbero andare meglio. Se poi rispettassero gli impegni elettorali (vedi DICO e PENSIONI, ad esempio) forse potremo anche sperare in un futuro migliore. Cipputi |
Le disavventure del Cambursano....della serie "E chissenefrega!"...
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2 commenti:
Sono un assiduo frequentatore del vostro blog, e, nonostante il nome che porto, collaboro con soddisfazione con la sinistra di alternativa – generalmente definita «radicale» - alla quale credo che la redazione del blog sia vicina. Per la precisione, lavoro con Rifondazione comunista.
In un recente articolo di Cipputi comparso sul blog e intitolato Le disavventure del Cambursano… della serie: e chissenefrega, l’autore, dopo aver deprecato il comportamento dell’ex senatore, critica il nascente Partito Democratico: lo definisce “un terreno di battaglia per lobby e spartizioni”, e accusa i suoi membri di essere motivati quasi solo da interessi di carriera.
1. E’ del tutto naturale che la sinistra di alternativa critichi il Partito Democratico. Tuttavia mi pongo la domanda: essa è veramente legittimata ad esprimere queste critiche? Mi spiego. Mi pare che nella sinistra di alternativa sia diffusa una concezione che chiamerei la teoria delle due sinistre, che cerco di riassumere in questo modo: nello schieramento di centro sinistra oggi al governo ci sono, o si vanno formando, due grandi soggetti politici, il PD e la sinistra di alternativa, o, se si vuole, un centro-sinistra e la sinistra autentica, ancora la sinistra moderata e quella radicale o di alternativa. E non solo le cose stanno così, ma è bene che siano così.
2. Faccio qualche esempio. In una intervista rilasciata a “il Riformista”, Bertinotti ha detto: «Continuo a ritenere, malgrado tutto, che un buon assetto per il futuro in Europa sia quello di pensare non a una ma a due sinistre, in grado, allo stesso tempo, di competere e convergere» (13 luglio 2007). Ne consegue che bisogna augurarsi che la costruzione del PD non fallisca: «penso che un suo fallimento sarebbe un guaio per tutta la sinistra» (intervista a “La Repubblica”, 31 maggio 2007). Insomma, la sinistra di alternativa non deve puntare al «massacro» dei riformisti […] che non solo non è pensabile, ma non costituirebbe nemmeno un bene» (ancora da “il Riformista”, 13 luglio 2007).
3. Questa posizione mi sembra contraddittoria per più ragioni. Per prima cosa, è autolesionista: se il PD avrà successo sottrarrà dei voti anche alla sinistra di alternativa. Gli elettori che sono a metà strada saranno attratti dalla forza del PD. Quindi augurarsi che il PD abbia successo equivale ad accettare di rimanere piccoli. Ma un partito (Rifondazione Comunista, in generale la sinistra di alternativa) che ritiene di avere ragione non dovrebbe puntare non solo a diventare più grande, ma anche a sottrarre consenso al PD, al limite fino a rimpiazzarlo nel ruolo di maggior partito del centrosinistra? Per noi il PD sbaglia, e infatti lo critichiamo: ma se sbaglia, perché dovremmo augurargli il successo?
4. Ma la teoria delle due sinistre soffre di una contraddizione ancora più grave. Augurarsi che nel centrosinistra vi siano due soggetti, uno più moderato e uno più radicale, significa, in pratica, accettare che la guida di qualsiasi governo sarà dei riformisti. Nello stesso tempo in cui noi – la sinistra di alternativa, Rifondazione Comunista - critichiamo il “moderatismo” del PD, accettiamo tranquillamente l’idea che tocca a quel partito guidare il governo, esprimere il capo dell’esecutivo e i titolati dei ministeri più delicati, come quelli economici.
5. Questa posizione ci espone a una facile critica. Ci potrebbero infatti dire: la sinistra di alternativa sa bene, anche quando non lo dice, che per formare un governo di centrosinistra è necessario che vi sia un partito moderato, ma poi critica quel partito proprio perché è moderato. Insomma, anche se preferiamo non ammetterlo, siamo consapevoli che per formare un governo di centrosinistra occorre anche rastrellare voti al centro: non è un po’ troppo comodo lasciare che quel necessario “lavoro sporco” lo faccia il PD e poi criticare quel partito proprio perché si sporca le mani per fare quel “lavoro sporco”? E inoltre per il suo moderatismo, per i suoi compromessi, per i suoi cedimenti, ecc.?
6. Sono contraddizioni che sembrano rivelare una vocazione «minoritaria» della sinistra di alternativa: essa sempre concepire se stessa, all’interno del centrosinistra, come una eterna minoranza, magari percentualmente più forte di oggi, ma pur sempre una minoranza, che lascia alla maggioranza di moderati (al futuro PD e ai suoi satelliti) il compito di esprimere la leadership di governo, e si limita a presidiare una porzione minoritaria dell’elettorato di centrosinistra.
7. Perché la sinistra di alternativa non dovrebbe, invece, assumere una impostazione «maggioritaria»? Che significa dire: noi abbiamo idee migliori di quelle dei moderati, un programma migliore dei moderati, e pertanto chiediamo agli elettori di centrosinistra, a tutti gli elettori di centrosinistra, di votare NOI e non i moderati. NOI ci candidiamo alla guida del paese al posto dei moderati, e pertanto NOI ci battiamo per sottrarre ai moderati la maggioranza dell’elettorato di centrosinistra.
8. In che senso un programma migliore? Qualsiasi partito di sinistra giunga oggi al governo deve inevitabilmente conciliare due obiettivi: 1) affrontare efficacemente la durissima competizione economica internazionale; 2) e nello stesso tempo proteggere le fasce deboli della popolazione, evitando che i costi della competizione vengano scaricati su queste fasce. Ebbene, la sinistra di alternativa dovrebbe saper dire agli elettori: per affrontare entrambi questi problemi, per conciliare questi due obiettivi, NOI abbiamo un programma superiore a quello della sinistra moderata. NOI abbiamo elaborato un programma in grado di affrontare entrambi i problemi, e di conciliare entrambi gli obiettivi, meglio di quanto saprebbero fare i moderati.
9. Questo implica anche che la sinistra di alternativa deve sapere e poter dire agli elettori del centrosinistra: NOI abbiamo anche gli uomini capaci di realizzare questo programma. Abbiamo un nostro compagno in grado di guidare un governo per realizzare questo programma, perfettamente all’altezza del compito, e pertanto lo proponiamo per la presidenza del consiglio in alternativa al leader dei moderati. E abbiamo altri compagni perfettamente in grado di guidare i ministeri più importanti, sono questi e ve li indichiamo. Abbiamo cioè un programma dettagliato e una completa squadra di governo, pronta ad assumersi il difficile compito di governare, o meglio di guidare il governo al posto dei moderati del PD.
10. Al contrario, un partito a vocazione «minoritaria», che - anche quando decide di far parte di un governo - rifugge dall’idea di assumervi un ruolo di guida, impedisce ai suoi elementi migliori di crescere politicamente: anche chi avrebbe doti di leader di governo, sapendo che non assumerà mai il ruolo di primo ministro, o di capo di un importante ministero, perché la vocazione minoritaria del partito lo esclude, non sarà incentivato a maturare, non sarà motivato a concepirsi nel ruolo di «statista» (scusate il termine altisonante), a sentire dentro di sé la responsabilità di guida del paese, oserei dire «un compito nazionale». Che è la prospettiva che assumeva il vecchio PCI. Cito a questo proposito Armando Cossutta: «Il Pci…si sentiva di governo pur essendo all’opposizione» (intervista a “Liberazione”, 20 luglio 2007
11. In parole povere: è legittimo criticare l’azione di governo dei moderati. Ma la critica sarebbe tanto più credibile se noi avessimo il coraggio di dire loro: se vi togliete di lì, noi siamo pronti a sostituirvi e a fare di meglio. Ovviamente i rapporti di forza non consentirebbero un simile cambio: ma noi dovremmo sempre concepire noi stessi come una forza capace di sostituire al governo i moderati, e pronta a farlo in qualsiasi momento. In questo senso la sinistra di alternativa mostrerebbe una impostazione maggioritaria.
12. Qui ragiono indipendentemente dalle prospettiva dell’unità con Sinistra Democratica, PdCI, e Verdi. Tuttavia mi sembra opportuno tenere conto anche delle posizioni di questi partiti. Ad esempio, Fabio Mussi (Sinistra democratica) ha implicitamente criticato la teoria delle due sinistre invitando ad abbandonarla: «diamo per scontato che il centrosinistra italiano venga definito come un campo diviso in sinistra riformista e sinistra radicale» (“Liberazione”, 2 agosto 2007).
13. [Ovviamente la sinistra di alternativa può ritenere che, in questa fase, in questo periodo storico, è opportuno restare all’opposizione, dentro e/o fuori del parlamento. Si può pensare che il capitale sia oggi troppo forte per illudersi di poterlo contrastare da una posizione di governo; e che comunque gli alleati moderati con cui si farebbe il governo siano inaffidabili e succubi del potere del capitale. In tal caso meglio restare all’opposizione, per scelta, nella convinzione che si possa essere più efficaci facendo una dura opposizione e accumulare forze per il futuro, che compromettersi in una ambigua azione di governo. Questa è una posizione legittima e ragionevole, se in un determinato periodo e in base ad una analisi della fase, si ritiene di potere proteggere meglio i ceti deboli dall’opposizione che dal governo. Ma oggi Rifondazione, e la sinistra di alternativa in generale ha scelto, se le condizioni lo permettono, di partecipare ad un governo di centrosinistra, e parto da questa constatazione].
14. Naturalmente, conciliare i due obiettivi – fronteggiare efficacemente la competizione economica internazionale e proteggere le fasce deboli della popolazione - è oggi un compito difficilissimo. Se ne accorge ogni governo di sinistra quando giunge al potere. Da un lato, questo governo di sinistra deve assolutamente evitare che l’economia del paese sia travolta dalla concorrenza internazionale, perché se ciò accadesse anche il governo verrebbe travolto e al potere tornerebbe la destra. Ma dall’altro deve accuratamente evitare di colpire la propria base sociale, perché se questo accadesse i propri elettori lo abbandonerebbero, ed anche in questo caso la destra tornerebbe al potere. Ma questo è la condizione del nostro tempo, questi sono i due problemi ineludibili che la globalizzazione pone qui ed ora alla sinistra.
[14 bis]. Del resto, non è proprio questo che fa la sinistra di alternativa quando va al governo in piccoli comuni? Prendiamo Lauriano e Monteu: qui i compagni che giungono a cariche di rilievo inevitabilmente si pongono sia l’obiettivo di “far crescere” economicamente il paese, attirandovi imprenditori piccoli o grandi in grado di portare lavoro (che vuol dire più ricchezza), sia di promuovere equità e solidarietà sociale].
15. Assumere una prospettiva «maggioritaria», o «governista», forse gioverebbe anche al dibattito sulla «società alternativa» che si vorrebbe costruire, sull’«altro modo possibile» al quale si aspira. Questo dibattito mi sembra a volte confuso. Si gira attorno a formule come «società alternativa», «fuoriuscita dalla società capitalista», senza riuscire a chiarirne il contenuto. Non è un caso che in questo dibattito la sinistra di alternativa definisca se stessa quasi sempre in negativo, attraverso formule con le quali indica quale società rifiuta, ma non quale società vuole (sinistra “anticapitalistica”, sinistra “alternativa”; e anche sinistra che vuole la “fuoriuscita” dal capitalismo: ma uscire per andare dove?). Immaginarsi alla guida di un governo forse offrirebbe elementi di concretezza ad un dibattito che altrimenti resta sospeso per aria.
16. Ovviamente stare al governo e cercare di attuarne il programma è una attività pratica diversa dalla elaborazione teorica di un modello di società futura. Ma assumere una prospettiva «governista» forse sarebbe un freno ai disegni alternativi troppo fumosi e inservibili, costituirebbe un argine alle speculazioni troppo astratte, offrirebbe una permanente lezione di realismo.
17. Assumere una prospettiva «maggioritaria», o «governista», forse contribuirebbe anche a chiarire la questione del rapporto tra partito e movimenti. Oggi la situazione mi sembra confusa. Chi vuole sottrarsi alla disciplina di partito può giustificarsi dichiarando di sentirsi più vincolato al mandato ricevuto dai movimenti (vedi il caso Turigliatto). E’ un comportamento che, se diffuso, può disgregare i gruppi parlamentari. Un partito a vocazione «maggioritaria», che si immagini in prospettiva come il fulcro di un governo di sinistra, con le responsabilità che gli spettano, comprende bene che non può correre questi rischi.
18. Il partito ha il proprio programma, concepito come un programma da attuare da posizioni di governo. Se un movimento pone delle richieste incompatibili con il programma, il partito deve discutere, discutere, discutere con il movimento, facendo tutto il possibile per giungere ad una composizione delle divergenze. Ma ad un certo punto deve fermarsi e mantenere le proprie posizioni. Un partito che si concepisca come un partito di governo non può oscillare a seconda delle direzioni in cui lo spingono i movimenti.
19. Nelle nostre società i movimenti hanno una enorme importanza. Attirano l’attenzione su nuove questioni, fino ad allora magari sottovalutate (basta pensare alla questione ambientale). Sollevano problemi che forse i partiti non affronterebbero o che affronterebbero più tardi. Fertilizzano i partiti. Soprattutto, suscitano presso la popolazione la coscienza di nuovi problemi. La loro è anche una grande azione “culturale”, che con il tempo, gradualmente, cambia la mentalità corrente. Anche se perdono una battaglia, ad esempio una specifica battaglia ambientalista, la loro lotta lascerà una traccia nelle idee delle persone che sono riusciti a coinvolgere, e nel lungo periodo la consapevolezza delle questioni che essi hanno indicato finirà per diventare senso comune.
20. Ma i movimenti non hanno sempre ragione. A volte hanno una visione più ampia dei partiti nazionali: si pensi ai movimenti altermondialisti. Ma a volte hanno una visione più ristretta, settoriale, localistica, o semplicemente perseguono obiettivi irrealizzabili. Il partito non deve accogliere indiscriminatamente tutte le domande che salgono dai movimenti. Non deve trasferirle tutte, senza filtrarle, nelle assemblee rappresentative e negli esecutivi dei quali fa parte (ai diversi livelli nazionale, ragionale, ecc.).
21. Quando il partito, che si è dotato di un programma che deve essere concretamente realizzabile, comprende che le richieste dei movimenti non sono accoglibili, deve, senza complessi e senza timori, svolgere un compito di “educazione politica” nei confronti dei movimenti stessi. Non si tratta di salire in cattedra a impartire lezioni, ma di parlare, parlare, parlare, senza stancarsi di esporre e di cercare di far comprendere le proprie buone ragioni. Il partito aiuterà i movimenti più con un atteggiamento fermo, responsabile, argomentato, realistico, che con un atteggiamento arrendevole, indulgente, pronto ad accogliere qualsiasi loro richiesta.
22. Come ho già detto, qui ragiono indipendentemente dalle prospettiva dell’unità con Sinistra Democratica, PdCI, e Verdi, ma mi sembra opportuno tenere conto delle loro posizioni. Sulla questione del rapporto partito – movimenti, Manuela Palermi (PdCI) ha scritto su “Liberazione” del 31 luglio 2007: «Rifondazione ha fatto una cosa di grande azzardo immergendosi nei movimenti in modo totalizzante…Per noi è diverso, siamo più portati a stare nei movimenti a cercare di capire orientamenti e obiettivi e tradurli in pratica politica. Siamo un partito più tradizionale per alcuni versi»
23. Respingere la teoria delle due sinistre e assumere una prospettiva maggioritaria significa adottare una impostazione «governista» (una parola che generalmente viene usata in una accezione deteriore). Vuol dire non solo puntare a far parte di un governo di sinistra, ma mirare a guidarlo al posto dei riformisti. Ma si potrebbe obiettare: andare al governo, e addirittura proporsi di guidarlo al posto dei riformisti, per fare che? Per fare che cosa, visto che l’alternativa di società non sembra nemmeno all’orizzonte?
24. Qui ci imbattiamo in un’altra contraddizione. Nelle discussioni nei circoli, quando si discute della ragione sociale del partito e della sinistra di alternativa, degli obiettivi di lungo periodo, dello scopo finale della nostra azione, si parla di «alternativa di società», come di un mondo futuro, un obiettivo alto, una società che un giorno verrà, ma di cui per ora non conosciamo i caratteri. Poi, nelle conversazioni a ruota libera, gli argomenti diventano più terreni, più concreti, più “bassi”. Spesso si lamenta il cattivo funzionamento dello stato: la scuola, i trasporti, la viabilità, la sanità, la burocrazia, pubblica, la salvaguardia dell’ambiente, la sicurezza, la mafia, ecc. E c’è sempre qualche compagno che, per uno o per l’altro di questi settori, addita a modello un altro paese europeo. A me viene allora irresistibilmente da pensare che per ora mi accontenterei del seguente programma: per tutti questi settori, bisognebbe cercare di raggiungere lo standard più alto che troviamo in Europa.
25. Un programma «riformista», dunque. Ma non certo un programma minimo, o modesto. Al contrario, un programma di enorme portata. E sicuramente di sinistra: il miglioramento dei servizi pubblici, in generale un miglior funzionamento dello stato, favorisce i ceti deboli. Se lo stato non funziona, i ricchi e i potenti hanno i mezzi per cavarsela, i poveri e i deboli no. Non è un programma rivoluzionario, ma riformista. Un programma di riforme, intendendo per riforme quelle che migliorano la vita dei più deboli. Eppure non riescono a realizzarlo nemmeno i cosiddetti riformisti (che invece sanno fare benissimo le controriforme). E quando i riformisti non riescono a fare nemmeno le riforme, forse tocca alla sinistra alternativa provarci.
26. E’ troppo grande il divario tra il programma «massimo», cioè la realizzazione di un altro modello di società, completamente diversa da quella attuale, e la disperante impotenza che ciascuno di noi avverte nella militanza quotidiana anche di fronte ad obiettivi minimi. Ad esempio, parlando di ambiente, evochiamo «un altro mondo possibile», ma poi non riusciamo nemmeno a impedire che nella città in cui viviamo abbattano una fila di alberi per fare posto a parcheggi. E ognuno di noi potrebbe raccontare tante altre esperienze simili di frustrante impotenza. E non solo noi della base: vogliamo chiedere come se la passano il ministro Ferrero e i sottosegretari di Rifondazione? Vogliamo chiedere al senatore Sodano come se la passa coi Cip 6?
27. Si potrebbe obiettare che questi problemi – ad esempio la distruzione dell’ambiente – non sono risolvibili all’interno della società capitalista. Saranno risolti solo in una diversa e futura società. Però quella società non sappiamo quando riusciremo a realizzarla, e oltretutto non sappiamo nemmeno bene come dovrebbe essere, e siccome non sappiamo come dovrebbe essere, non possiamo nemmeno cominciare a costruirla. E purtroppo è adesso che dobbiamo vivere: e non sarebbe disprezzabile riuscire a vivere un po’ meglio. Temo che i riformisti (PD) non riusciranno nemmeno a farci questo regalo «riformista»: magari potremmo provare a farcelo da soli.
Turati rag. Filippo
Beh, sono contento che la mia riflessione abbia smosso una così articolata riflessione. Di getto mi vien da dire "troppa grazia Sant'Antonio", ma mi pare che la riflessione meriti un commento adegfuato. Io sono rientrato oggi dalle ferie, e mi ripropongo di riflettere attentamente su quanto esposto. Mi pare però che, a prima vista ci siano gli elementi che contraddistinguono l'attuale situazione, e sui quali dobbiamo fare uno sforzo di approfondimento. Ringrazio quindi il Signor Turati rag. Filippo di quanto mi ha mandato, promettendo una risposta in tempi accettabili.
Cipputi
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