Mi sembra che il nuovo nome della formazione, Sinistra Arcobaleno, sia azzeccato;
infatti, se non si riesce a fare una formazione unitaria, alle prossime elezioni ce lo fanno arcobaleno!
Saturnino
5 commenti:
Anonimo
ha detto...
Sei proprio sicuro che sia azzeccato? Nel 1990, quando si stava per scioglere la gloriosa Democrazia Proletaria, la parte ecologista del partito, conflui' nei VerdiArcobaleno, poichè non trovarono un accordo politico con i Verdi del sole che ride. Fu un risultato così-così, un po' inferiore alle aspettative, anche se accettabile perchè all' epoca i verdi "tiravano" nel supermarket della politica, al contrario di oggi. Francamente non so se si tratti di una buona soluzione; anche l' abbandono della falce & martello non credo che sia una cosa furba: sarebbe stato meglio mettere graficamente dei richiami al lavoro, oltre all' arcoobaleno che richiama alla pace e all' ambiente nell' immaginario colletivo. Resto perplesso, e temo una sonora sconfitta...non certo soltanto per la questione del simbolo... F.D. f.d.
forse hai ragione, ma visto che probabilmente saremo all'opposizione, perche non approfittarne per mettere una regola per il nuovo rassambement: i dirigenti devono avere al massimo 35 anni?
A Chivasso si dovrebbe chiudere... ah, no ce n'è uno molto promettente, ma dovrebbe vedere lui se riesce a portare anche qualhe altro under-35 o giu' di l'... A me non spiacerebbe affatto tiorare un po' i remi in barca, mi potrei dedicare finalmente al paracudutismo acrobatico senza lo sfinimento di dover fare sempre riunioni la sera. F.D.
Caro Blog, sono il ragionier Filippo Turati, sono già intervenuto su questo blog, e in occasione dell’assemblea della Sinistra e degli Ambientalisti dell’8 e del 9 dicembre, mi permetto di fare qualche osservazione. Avrei voluto andare a Roma e partecipare di persona, ma non mi è stato concesso con il pretesto che sono morto da tanto tempo, addirittura dal 1932. E con questo? Vi pare una giustificazione seria? Cari compagni, se cominciamo a discriminare i più deboli iniziamo proprio male. Mi scuserete perciò se qua e là sarò un po’ acido. Non è simpatico sentirsi dire: NO TU NO perché sei morto! Ma lasciamo perdere e veniamo al sodo. Quando ho saputo dell’assemblea romana, mi sono chiesto: che ci andranno a fare i partecipanti? La prima riposta che mi è venuta in mente è stata: si riuniscono per elaborare il programma del futuro partito o federazione di partiti. Leggo invece che si redigerà una carta di intenti e dei valori. Permettetemi di essere scettico. Per comporre la carta, ogni partito mette la sua listarella di valori a cui tiene maggiormente, si incolla tutto insieme e si ottiene un documento che forse sarà dimenticato il giorno dopo, e che difficilmente ci sarà utile: né per agire al governo qui ed ora, né per elaborare un’idea di società alternativa. Voglio precisare che parlo di un “programma di governo”. Immagino cioè lo scenario seguente. Il nuovo partito si rivolge agli elettori e dice: abbiamo elaborato un programma di governo, non solo un elenco di desideri, ma una lista di punti concretamente realizzabili. Un programma realistico, che si propone di migliorare le condizioni delle fasce deboli della popolazione pur conoscendo i tanti vincoli e i tanti ostacoli che si interporranno all’azione del governo. Pertanto chiediamo agli elettori del centrosinistra di dare il voto a noi e non al PD, perché il nostro programma è migliore di quello del PD, perché è realistico, realizzabile, e al tempo stesso protegge meglio le categorie deboli. Noi non puntiamo ad ottenere solo il 10 o il 12 %, noi puntiamo ad ottenere la maggioranza dei voti del centrosinistra superando i consensi del PD. Il nostro obiettivo non è quello di entrare a “far parte” di un governo in condizioni di minoranza, ma quello di “guidare” un governo, di cui noi vogliamo essere la componente di maggioranza al posto del PD. E abbiamo anche gli uomini e le donne pronti a realizzare questo programma: un candidato premier, e dei candidati ai principali ministeri (politici o tecnici che siano). Un “governo ombra” pronto a diventare il governo vero. Anche dal punto di vista del personale di governo siamo dunque autosufficienti, e non avremmo bisogno di prestiti. Non escludo affatto che in un determinato momento politico, in un una certa fase storica, sia più opportuno rimanere all’opposizione. Molti oggi pensano che sarebbe meglio stare fuori dal governo. Anche da fuori si possono influenzare le decisioni del governo, persino dall’opposizione, come dimostra la storia del PCI. Ma questa fase può finire, e in circostanze diverse si può nuovamente ritenere opportuno far parte del governo, ad allora la necessità di un programma si ripresenta. Ed à meglio prepararlo per tempo, sfruttando bene il tempo breve o lungo in cui se ne è fuori. Cito in proposito le parole attribuite da “La Repubblica” a Fabio Mussi: “Può capitare che una grande forza politica debba stare all’opposizione, per forza di numeri o per libera scelta. Ma non esiste, voglio dirlo a Fausto Bertinotti, una grande forza politica che non parta sempre da un’ambizione di governo” (5 dicembre 2007). Sergio Cremaschi chiede l’uscita dal governo in base alla considerazione che la sinistra moderata e quella radicale non possono stare insieme al governo. All’indomani della strage della Tyssen, commentando l’intervento di Bertinotti sul fallimento di questo centrosinistra, scrive che si tratta del fallimento di un’idea: “Quella che una sinistra liberista o social-liberista che dir si voglia e una sinistra anticapitalista possano governare insieme” (“Liberazione”, 7 dicembre 2007). Dunque, al governo o ci sta la prima o ci sta la seconda. Anche questa è una posizione legittima. Ma se, per ipotesi, al governo ci fosse quella radicale, non avrebbe bisogno anch’essa di un programma di governo? E’ vero che vi sono posizioni politiche che non richiedono l’elaborazione di un programma di governo. Ad esempio, si può pensare che, finché esisterà il capitalismo, il posto di una autentica sinistra sarà sempre fuori da qualsiasi governo. In questo caso non occorre ovviamente avere un programma di governo. Anche questa posizione può avere le sue buone ragioni: il capitalismo è tanto forte che chiunque provi a trasformarlo operando all’interno delle attuali istituzioni politiche potrebbe venire assorbito, metabolizzato, reso impotente o addirittura asservito. E una posizione seria, che non manca di solidità: la forza e l’aggressività dell’odierno capitalismo delle multinazionali potrebbero fornirle buoni argomenti. Ma se si è convinti di questo, si deve dirlo chiaramente, uscendo definitivamente dalla sfibrante discussione tra governo sì e governo no. Si può anche ritenere che il capitalismo vada superato, e che possa venire superato soltanto attraverso la classica via della rivoluzione. E’ una delle posizioni tradizionali del movimento operaio, e non vi sarebbe nulla di nuovo o di sconcertante nel ripresentarla: purché, anche in questo caso, la si affermi in modo esplicito, senza equivoci. Chi ha queste convinzioni può dunque fare a meno di un programma di governo. Non escludo che possano essere convinzioni fondate. Ma qui, in questa lettera, ragiono stando all’interno della cultura prevalente nella sinistra che si riunisce a Roma in questi giorni, una cultura e una sinistra che non respingono (più) aprioristicamente la partecipazione al governo in una società capitalistica, anche se, di volta in volta, ne valutano l’efficacia, i costi e i benefici, i prezzi che si pagano e i vantaggi che si ottengono, le opportunità e i rischi, e di volta in volta decide se partecipare o no. Questa sinistra deve avere un programma di governo nel senso in cui ne ho parlato all’inizio della lettera. Un programma concepito, pensato, per sfidare il PD, per cercare di sottrargli la maggioranza dei voti del centrosinistra, e quindi per sostituire il PD nella leadership di un futuro governo di centrosinistra. Per questo non mi convince la raffigurazione del centrosinistra che è emersa in alcune interviste a Bertinotti: un centrosinistra costituito da un soggetto più grande, il PD, e da uno più piccolo, la Sinistra. In caso di vittoria il PD guiderà il governo esprimendo il premier e la maggior parte dei ministri, e alla Sinistra andrà quel che resta. Bertinotti non ha solo detto di prevedere che l’assetto del centrosinistra sarà questo. E’ andato oltre, sostenendo che questo sarebbe un assetto auspicabile. Cito da alcune interviste rilasciate questa estate: «Continuo a ritenere, malgrado tutto, che un buon assetto per il futuro in Europa sia quello di pensare non a una ma a due sinistre, in grado, allo stesso tempo, di competere e convergere» (“il Riformista”, 13 luglio 2007). Ne consegue che bisogna augurarsi che la costruzione del PD non fallisca: «penso che un suo fallimento sarebbe un guaio per tutta la sinistra» (intervista a “La Repubblica”, 31 maggio 2007). Insomma, la sinistra di alternativa non deve puntare al «massacro» dei riformisti […] che non solo non è pensabile, ma non costituirebbe nemmeno un bene» (ancora da “il Riformista”, 13 luglio 2007). Questa mi sembra una posizione contraddittoria. Noi critichiamo regolarmente il PD: perché dovremmo augurargli il successo? Condanniamo il PD perché non fa abbastanza per migliorare le condizioni delle categorie sociali più deboli: ma allora perché noi stessi dovremmo assegnargli il ruolo permanente di soggetto principale di un governo di centrosinistra? Lo critichiamo continuamente per la sua moderazione: allora perché noi per primi dovremmo rassegnarci alla sua egemonia all’interno dell’elettorato del centrosinistra? E’ una posizione contraddittoria e anche debole: in questo modo la Sinistra si assegna da sé un ruolo subalterno, si concepisce come eterna minoranze. Perché mai dovrebbe farlo? Se noi riteniamo di poter fare meglio del PD, se ne siamo veramente convinti, il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di diventare più grandi del PD e sostituirlo nel ruolo del guida di un eventuale governo di centrosinistra e di azionista di maggioranza del medesimo. Se siamo veramente convinti che potremmo fare meglio del PD, allora ci compete l’obbligo di dimostrarlo, e quindi di elaborare un “programma di governo” completo, realistico, praticabile, e di chiedere all’elettorato di centrosinistra di sostenere questo programma abbandonando il PD. Dovremmo cioè assumere una posizione “non ancillare rispetto al PD, ma concorrente” (Pietro Folena, “il riformista”, 8 dicembre 07). Se non lo facciamo, e conserviamo una vocazione “minoritaria” all’interno del centrosinistra, ne subiamo le conseguenze negative. Ad esempio, ogni volta che chiediamo più risorse per determinati provvedimenti a favore di categorie sociali deboli, ci sentiremo sempre rispondere che le risorse non ci sono, che siamo degli irresponsabili, e che ci possiamo permettere il lusso di avanzare richieste “demagogiche” perché tanto poi, a far tornare i conti, ci penserà chi veramente ha le principali responsabilità di governo. L’atteggiamento minoritario ha un altro difetto: pensarsi come eterna minoranza impedisce a molti elettori, iscritti, e anche dirigenti, di maturare politicamente, cioè di agire e parlare come se fossimo alla guida di un governo e dovessimo ben calcolare le conseguenze delle nostra parole e delle nostre azioni. Ci sono molti che, nella sinistra, hanno potenzialmente le qualità di “uomo di governo”: ma se non assumono fino in fondo la deprecata prospettiva “governista”, cioè la prospettiva di guidare un governo e non solo di esercitarvi un ruolo marginale, corrono il rischio di restare in una permanente condizione di infantilismo politico. L’atteggiamento minoritario ci permette di continuare a chiedere quel che “vorremmo” senza preoccuparci di sapere se ciò è anche possibile, e senza preoccuparci di indicare con precisione in che modo conseguirlo. Molti di noi vengono da una lunga storia di militanza in piccoli o piccolissimi gruppi e partiti che sono quasi sempre stati all’opposizione. Abbiamo così maturato una diffidenza verso il potere, una diffidenza legittima, perché il potere corrompe chi lo esercita, e perché è esperienza eterna che chi ha il potere tende ad abusarne. Perciò una prospettiva “ipergovernista” come quella appena delineata ci mette tutti a disagio. Un grande partito di governo non finisce prima o poi per corrompersi? I suoi dirigenti non finiscono prima o poi per diventare spregiudicati professionisti della politica, che dimenticano gli ideali e l’intransigenza di un tempo? Questo è un rischio sempre presente. Il timore è giustificato. L’esperienza di sempre lo conferma. Ma non vedo altro rimedio che la crescita di una società civile organizzata che svolga funzioni di controllo e di contropotere. Al di fuori di una “cosa rosso-verde” politica deve prosperare una “cosa rosso-verde” extra-politica, una rete di comitati e associazioni (ambientalisti, “girotondini, ecc.) che eserciti il ruolo di vigilanza, di controllo, di contropotere nei confronti degli stessi politici di cui pure condivide gran parte degli ideali. Ognuno di noi potrà scegliere se stare nella “cosa” politica o nella “cosa” extra politica, nella società civile organizzata. Sceglierà di volta in volta dove lavorare. Potrà stare in un posto o nell’altro a seconda delle circostanze e del momento politico. Potrà fare l’andirivieni. C’è lavoro per tutti in entrambi i luoghi. Cordiali saluti Filippo Turati
Riposta a Filippo Turati. Personalmente, giudico la questione del governo secondaria. Non perché ritenga che occorre stare all'opposizione sempre e comunque ma perché quella del governo non mi pare la questione cruciale che abbiamo di fronte. Il governo è un mezzo talvolta efficace, molte altre volte no - e bisognerà che prima o poi lo si riconosca apertamente - di produrre cambiamenti. Tutto sommato, o forse di conseguenza, non sono neanche ossessionato dal programma di governo. Siamo di fronte ad una formidabile offensiva di classe che dura ormai da vent'anni, ad una crisi del ceto medio che si accentua sempre più e noi, invece di capire come ricostruire dentro questo quadro, dentro quest'assetto capitalistico, un'ipotesi di conflitto, di far sì che quel ceto medio in via di proletarizzazione, anziché assecondare gli impulsi regressivi della società, sia parte di un più ampio schieramento di classe contro il capitalismo, passiamo il tempo a discutere se è giusto o no stare al governo? Ma i soggetti politici non durano cinque anni. La verità è che io non credo che i cambiamenti si producano per effetto del quadro politico-istituzionale che il ceto politico è capace di costruire. Sono i cambiamenti materiali, dei rapporti di forza dentro i processi produttivi e sociali che semmai producono i cambiamenti del quadro politico-istituzionale. La teoria delle due sinistre non convince neanche me ma, temo, per ragioni abbastanza diverse da quelle espresse da Filippo Turati. Avanti di questo passo di sinistra non ne avremo neanche una, anziché due. Senza il movimento dei lavoratori e le loro lotte anticapitalistiche la sinistra smette di esistere e non vengono neppure formati governi che mettono in atto politiche riformiste, come ormai dovrebbe essere chiaro a chiunque voglia esaminare i risultati ottenuti in questi ultimi quindici anni in cui la sinistra al governo c'è stata eccome. Toni Capuano
5 commenti:
Sei proprio sicuro che sia azzeccato? Nel 1990, quando si stava per scioglere la gloriosa Democrazia Proletaria, la parte ecologista del partito, conflui' nei VerdiArcobaleno, poichè non trovarono un accordo politico con i Verdi del sole che ride. Fu un risultato così-così, un po' inferiore alle aspettative, anche se accettabile perchè all' epoca i verdi "tiravano" nel supermarket della politica, al contrario di oggi. Francamente non so se si tratti di una buona soluzione; anche l' abbandono della falce & martello non credo che sia una cosa furba: sarebbe stato meglio mettere graficamente dei richiami al lavoro, oltre all' arcoobaleno che richiama alla pace e all' ambiente nell' immaginario colletivo.
Resto perplesso, e temo una sonora sconfitta...non certo soltanto per la questione del simbolo...
F.D.
f.d.
forse hai ragione, ma visto che probabilmente saremo all'opposizione, perche non approfittarne per mettere una regola per il nuovo rassambement:
i dirigenti devono avere al massimo 35 anni?
A Chivasso si dovrebbe chiudere...
ah, no ce n'è uno molto promettente, ma dovrebbe vedere lui se riesce a portare anche qualhe altro under-35 o giu' di l'... A me non spiacerebbe affatto tiorare un po' i remi in barca, mi potrei dedicare finalmente al paracudutismo acrobatico senza lo sfinimento di dover fare sempre riunioni la sera.
F.D.
Caro Blog,
sono il ragionier Filippo Turati, sono già intervenuto su questo blog, e in occasione dell’assemblea della Sinistra e degli Ambientalisti dell’8 e del 9 dicembre, mi permetto di fare qualche osservazione. Avrei voluto andare a Roma e partecipare di persona, ma non mi è stato concesso con il pretesto che sono morto da tanto tempo, addirittura dal 1932. E con questo? Vi pare una giustificazione seria? Cari compagni, se cominciamo a discriminare i più deboli iniziamo proprio male. Mi scuserete perciò se qua e là sarò un po’ acido. Non è simpatico sentirsi dire: NO TU NO perché sei morto!
Ma lasciamo perdere e veniamo al sodo. Quando ho saputo dell’assemblea romana, mi sono chiesto: che ci andranno a fare i partecipanti? La prima riposta che mi è venuta in mente è stata: si riuniscono per elaborare il programma del futuro partito o federazione di partiti. Leggo invece che si redigerà una carta di intenti e dei valori. Permettetemi di essere scettico. Per comporre la carta, ogni partito mette la sua listarella di valori a cui tiene maggiormente, si incolla tutto insieme e si ottiene un documento che forse sarà dimenticato il giorno dopo, e che difficilmente ci sarà utile: né per agire al governo qui ed ora, né per elaborare un’idea di società alternativa.
Voglio precisare che parlo di un “programma di governo”. Immagino cioè lo scenario seguente. Il nuovo partito si rivolge agli elettori e dice: abbiamo elaborato un programma di governo, non solo un elenco di desideri, ma una lista di punti concretamente realizzabili. Un programma realistico, che si propone di migliorare le condizioni delle fasce deboli della popolazione pur conoscendo i tanti vincoli e i tanti ostacoli che si interporranno all’azione del governo. Pertanto chiediamo agli elettori del centrosinistra di dare il voto a noi e non al PD, perché il nostro programma è migliore di quello del PD, perché è realistico, realizzabile, e al tempo stesso protegge meglio le categorie deboli. Noi non puntiamo ad ottenere solo il 10 o il 12 %, noi puntiamo ad ottenere la maggioranza dei voti del centrosinistra superando i consensi del PD. Il nostro obiettivo non è quello di entrare a “far parte” di un governo in condizioni di minoranza, ma quello di “guidare” un governo, di cui noi vogliamo essere la componente di maggioranza al posto del PD. E abbiamo anche gli uomini e le donne pronti a realizzare questo programma: un candidato premier, e dei candidati ai principali ministeri (politici o tecnici che siano). Un “governo ombra” pronto a diventare il governo vero. Anche dal punto di vista del personale di governo siamo dunque autosufficienti, e non avremmo bisogno di prestiti.
Non escludo affatto che in un determinato momento politico, in un una certa fase storica, sia più opportuno rimanere all’opposizione. Molti oggi pensano che sarebbe meglio stare fuori dal governo. Anche da fuori si possono influenzare le decisioni del governo, persino dall’opposizione, come dimostra la storia del PCI. Ma questa fase può finire, e in circostanze diverse si può nuovamente ritenere opportuno far parte del governo, ad allora la necessità di un programma si ripresenta. Ed à meglio prepararlo per tempo, sfruttando bene il tempo breve o lungo in cui se ne è fuori. Cito in proposito le parole attribuite da “La Repubblica” a Fabio Mussi: “Può capitare che una grande forza politica debba stare all’opposizione, per forza di numeri o per libera scelta. Ma non esiste, voglio dirlo a Fausto Bertinotti, una grande forza politica che non parta sempre da un’ambizione di governo” (5 dicembre 2007).
Sergio Cremaschi chiede l’uscita dal governo in base alla considerazione che la sinistra moderata e quella radicale non possono stare insieme al governo. All’indomani della strage della Tyssen, commentando l’intervento di Bertinotti sul fallimento di questo centrosinistra, scrive che si tratta del fallimento di un’idea: “Quella che una sinistra liberista o social-liberista che dir si voglia e una sinistra anticapitalista possano governare insieme” (“Liberazione”, 7 dicembre 2007). Dunque, al governo o ci sta la prima o ci sta la seconda. Anche questa è una posizione legittima. Ma se, per ipotesi, al governo ci fosse quella radicale, non avrebbe bisogno anch’essa di un programma di governo?
E’ vero che vi sono posizioni politiche che non richiedono l’elaborazione di un programma di governo. Ad esempio, si può pensare che, finché esisterà il capitalismo, il posto di una autentica sinistra sarà sempre fuori da qualsiasi governo. In questo caso non occorre ovviamente avere un programma di governo. Anche questa posizione può avere le sue buone ragioni: il capitalismo è tanto forte che chiunque provi a trasformarlo operando all’interno delle attuali istituzioni politiche potrebbe venire assorbito, metabolizzato, reso impotente o addirittura asservito. E una posizione seria, che non manca di solidità: la forza e l’aggressività dell’odierno capitalismo delle multinazionali potrebbero fornirle buoni argomenti. Ma se si è convinti di questo, si deve dirlo chiaramente, uscendo definitivamente dalla sfibrante discussione tra governo sì e governo no. Si può anche ritenere che il capitalismo vada superato, e che possa venire superato soltanto attraverso la classica via della rivoluzione. E’ una delle posizioni tradizionali del movimento operaio, e non vi sarebbe nulla di nuovo o di sconcertante nel ripresentarla: purché, anche in questo caso, la si affermi in modo esplicito, senza equivoci.
Chi ha queste convinzioni può dunque fare a meno di un programma di governo. Non escludo che possano essere convinzioni fondate. Ma qui, in questa lettera, ragiono stando all’interno della cultura prevalente nella sinistra che si riunisce a Roma in questi giorni, una cultura e una sinistra che non respingono (più) aprioristicamente la partecipazione al governo in una società capitalistica, anche se, di volta in volta, ne valutano l’efficacia, i costi e i benefici, i prezzi che si pagano e i vantaggi che si ottengono, le opportunità e i rischi, e di volta in volta decide se partecipare o no. Questa sinistra deve avere un programma di governo nel senso in cui ne ho parlato all’inizio della lettera. Un programma concepito, pensato, per sfidare il PD, per cercare di sottrargli la maggioranza dei voti del centrosinistra, e quindi per sostituire il PD nella leadership di un futuro governo di centrosinistra.
Per questo non mi convince la raffigurazione del centrosinistra che è emersa in alcune interviste a Bertinotti: un centrosinistra costituito da un soggetto più grande, il PD, e da uno più piccolo, la Sinistra. In caso di vittoria il PD guiderà il governo esprimendo il premier e la maggior parte dei ministri, e alla Sinistra andrà quel che resta. Bertinotti non ha solo detto di prevedere che l’assetto del centrosinistra sarà questo. E’ andato oltre, sostenendo che questo sarebbe un assetto auspicabile. Cito da alcune interviste rilasciate questa estate: «Continuo a ritenere, malgrado tutto, che un buon assetto per il futuro in Europa sia quello di pensare non a una ma a due sinistre, in grado, allo stesso tempo, di competere e convergere» (“il Riformista”, 13 luglio 2007). Ne consegue che bisogna augurarsi che la costruzione del PD non fallisca: «penso che un suo fallimento sarebbe un guaio per tutta la sinistra» (intervista a “La Repubblica”, 31 maggio 2007). Insomma, la sinistra di alternativa non deve puntare al «massacro» dei riformisti […] che non solo non è pensabile, ma non costituirebbe nemmeno un bene» (ancora da “il Riformista”, 13 luglio 2007).
Questa mi sembra una posizione contraddittoria. Noi critichiamo regolarmente il PD: perché dovremmo augurargli il successo? Condanniamo il PD perché non fa abbastanza per migliorare le condizioni delle categorie sociali più deboli: ma allora perché noi stessi dovremmo assegnargli il ruolo permanente di soggetto principale di un governo di centrosinistra? Lo critichiamo continuamente per la sua moderazione: allora perché noi per primi dovremmo rassegnarci alla sua egemonia all’interno dell’elettorato del centrosinistra? E’ una posizione contraddittoria e anche debole: in questo modo la Sinistra si assegna da sé un ruolo subalterno, si concepisce come eterna minoranze. Perché mai dovrebbe farlo? Se noi riteniamo di poter fare meglio del PD, se ne siamo veramente convinti, il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di diventare più grandi del PD e sostituirlo nel ruolo del guida di un eventuale governo di centrosinistra e di azionista di maggioranza del medesimo. Se siamo veramente convinti che potremmo fare meglio del PD, allora ci compete l’obbligo di dimostrarlo, e quindi di elaborare un “programma di governo” completo, realistico, praticabile, e di chiedere all’elettorato di centrosinistra di sostenere questo programma abbandonando il PD. Dovremmo cioè assumere una posizione “non ancillare rispetto al PD, ma concorrente” (Pietro Folena, “il riformista”, 8 dicembre 07).
Se non lo facciamo, e conserviamo una vocazione “minoritaria” all’interno del centrosinistra, ne subiamo le conseguenze negative. Ad esempio, ogni volta che chiediamo più risorse per determinati provvedimenti a favore di categorie sociali deboli, ci sentiremo sempre rispondere che le risorse non ci sono, che siamo degli irresponsabili, e che ci possiamo permettere il lusso di avanzare richieste “demagogiche” perché tanto poi, a far tornare i conti, ci penserà chi veramente ha le principali responsabilità di governo. L’atteggiamento minoritario ha un altro difetto: pensarsi come eterna minoranza impedisce a molti elettori, iscritti, e anche dirigenti, di maturare politicamente, cioè di agire e parlare come se fossimo alla guida di un governo e dovessimo ben calcolare le conseguenze delle nostra parole e delle nostre azioni. Ci sono molti che, nella sinistra, hanno potenzialmente le qualità di “uomo di governo”: ma se non assumono fino in fondo la deprecata prospettiva “governista”, cioè la prospettiva di guidare un governo e non solo di esercitarvi un ruolo marginale, corrono il rischio di restare in una permanente condizione di infantilismo politico. L’atteggiamento minoritario ci permette di continuare a chiedere quel che “vorremmo” senza preoccuparci di sapere se ciò è anche possibile, e senza preoccuparci di indicare con precisione in che modo conseguirlo.
Molti di noi vengono da una lunga storia di militanza in piccoli o piccolissimi gruppi e partiti che sono quasi sempre stati all’opposizione. Abbiamo così maturato una diffidenza verso il potere, una diffidenza legittima, perché il potere corrompe chi lo esercita, e perché è esperienza eterna che chi ha il potere tende ad abusarne. Perciò una prospettiva “ipergovernista” come quella appena delineata ci mette tutti a disagio. Un grande partito di governo non finisce prima o poi per corrompersi? I suoi dirigenti non finiscono prima o poi per diventare spregiudicati professionisti della politica, che dimenticano gli ideali e l’intransigenza di un tempo? Questo è un rischio sempre presente. Il timore è giustificato. L’esperienza di sempre lo conferma. Ma non vedo altro rimedio che la crescita di una società civile organizzata che svolga funzioni di controllo e di contropotere. Al di fuori di una “cosa rosso-verde” politica deve prosperare una “cosa rosso-verde” extra-politica, una rete di comitati e associazioni (ambientalisti, “girotondini, ecc.) che eserciti il ruolo di vigilanza, di controllo, di contropotere nei confronti degli stessi politici di cui pure condivide gran parte degli ideali. Ognuno di noi potrà scegliere se stare nella “cosa” politica o nella “cosa” extra politica, nella società civile organizzata. Sceglierà di volta in volta dove lavorare. Potrà stare in un posto o nell’altro a seconda delle circostanze e del momento politico. Potrà fare l’andirivieni. C’è lavoro per tutti in entrambi i luoghi.
Cordiali saluti
Filippo Turati
Riposta a Filippo Turati.
Personalmente, giudico la questione del governo secondaria. Non perché ritenga che occorre stare all'opposizione sempre e comunque ma perché quella del governo non mi pare la questione cruciale che abbiamo di fronte. Il governo è un mezzo talvolta efficace, molte altre volte no - e bisognerà che prima o poi lo si riconosca apertamente - di produrre cambiamenti. Tutto sommato, o forse di conseguenza, non sono neanche ossessionato dal programma di governo. Siamo di fronte ad una formidabile offensiva di classe che dura ormai da vent'anni, ad una crisi del ceto medio che si accentua sempre più e noi, invece di capire come ricostruire dentro questo quadro, dentro quest'assetto capitalistico, un'ipotesi di conflitto, di far sì che quel ceto medio in via di proletarizzazione, anziché assecondare gli impulsi regressivi della società, sia parte di un più ampio schieramento di classe contro il capitalismo, passiamo il tempo a discutere se è giusto o no stare al governo? Ma i soggetti politici non durano cinque anni. La verità è che io non credo che i cambiamenti si producano per effetto del quadro politico-istituzionale che il ceto politico è capace di costruire. Sono i cambiamenti materiali, dei rapporti di forza dentro i processi produttivi e sociali che semmai producono i cambiamenti del quadro politico-istituzionale. La teoria delle due sinistre non convince neanche me ma, temo, per ragioni abbastanza diverse da quelle espresse da Filippo Turati. Avanti di questo passo di sinistra non ne avremo neanche una, anziché due. Senza il movimento dei lavoratori e le loro lotte anticapitalistiche la sinistra smette di esistere e non vengono neppure formati governi che mettono in atto politiche riformiste, come ormai dovrebbe essere chiaro a chiunque voglia esaminare i risultati ottenuti in questi ultimi quindici anni in cui la sinistra al governo c'è stata eccome.
Toni Capuano
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