E le scorie radioattive restano sotto casa...

SALUGGIA/ITALIA - Sono decenni che a Saluggia si aspetta una soluzione che non arriva: una scelta definitiva sulle scorie radioattive. L’impianto Eurex e il deposito Avogadro fanno infatti di questo borgo vercellese di appena 4.105 abitanti la capitale atomica italiana. È stoccato qui l’85% dei rifiuti radioattivi del nostro Paese, tra cui oltre 300 metri cubi liquidi a più alta radioattività. Collocati in un luogo che più inappropriato non potrebbe essere: nella zona golenale della Dora Baltea. A ogni alluvione è un allarme. Nel 2000, quando l’impianto Eurex fu allagato, si sfiorò, secondo Carlo Rubbia (al tempo presidente Enea), «una catastrofe planetaria». Più a valle ci sono il Po e i pozzi dell’acquedotto del Monferrato. Zona sensibile, anche per la sicurezza. Si spiega così la presenza dell’Esercito nei momenti delicati della vita politica e internazionale. I militari sono riapparsi in forze anche in questi giorni, dopo l’inizio dei raid sulla Libia.

Quella del nucleare a Saluggia sembra una storia senza fine. Barre che vanno per poi tornare (a La Hague, in Francia e prima ancora a Sellafield, in Gran Bretagna), scorie che restano senza farsi solide, depositi quasi in cantiere che preoccupano non solo gli ambientalisti (si chiama D2 e c’è chi teme possa diventare quello «nazionale») e altri impianti che rimangono sulla carta. Sospesi. Annullati?

È il caso di Cemex, l’impianto per cementare le scorie liquide, lo stato fisico più pericoloso, per poi trasferirle altrove una volta solidificate. «Un progetto – spiega Gian Piero Godio, responsabile Energia di Legambiente Piemonte e un tempo tecnico Enea proprio a Saluggia, «che vedeva d’accordo tutte le parti». L’autorizzazione alla costruzione era stata data nel 2005. A gennaio, la Sogin (Società gestione impianti nucleari), «in autotutela», ha deciso di sospendere la procedura di appalto per i lavori di realizzazione e avvio dell’impianto in grado di trattare 230 metri cubi di rifiuti radioattivi liquidi a media e bassa attività (la gara prevedeva un importo di appalto pari a 144,6 milioni di euro). «Non c’è nulla di strano, né motivo di scandalo. Solo aspetti amministrativi. Rifaremo il bando», assicura l’ufficio stampa della Sogin. Storia chiusa, parrebbe. «Mi permetterei però di essere scettico», ribatte Godio, «se un bando è imperfetto, un ente ne emana un altro corretto. Non lo annulla, se è intenzionato a proseguire il progetto. Forse la decisione dipende dai nuovi equilibri politici (con il cambio di governo, da Prodi a Berlusconi, è cambiato pure il vertice della società, ndr) o forse dalla volontà di tirare a campare»...
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