A proposito del discutibile libretto del Borgo Po sponsorizzato dal Comune di Chivasso...


C' è chi tenta di difendere l'indifendibile opuscolo che l'Associazione Borgo Po ha pubblicato per celebrare il decennale della fondazione. Di cosa stiamo parlando? E' una raccolta di barzellette, intitolata Il Borgo si racconta barzellettando, e forse i suoi autori non otterranno il premio Nobel. Il libretto è pubblicato (e stampato dove?) con il patrocinio della Città di Chivasso, e si apre con il saluto del sindaco Matola e dell'assessore alla cultura (cultura?) Germani: i nostri due amministratori scrivono che «tanti di voi [chivassesi]… potrebbero raccontare la crescita e la storia del [loro] borgo attraverso tante piccole storie». La storia del Borgo Po? Certo è difficile pensare che una raccolta di barzellette oscene e offensive possa degnamente raccontare «la storia e la crescita» del borgo. C'è la mamma che teme che il figlio sia un «finocchio» (p. 64), il «negretto» che viene trasformato in un «bidè» (p. 45), uno stupro che diventa occasione per ridere (79), la moglie che allo zoo viene spinta dal marito dentro la gabbia del gorilla, il «balbuziente» che non riesce a spiegarsi. Ci sono le «zitelle» e il sesso, le suore e il sesso, il prete e la suora che viaggiano insieme e il sesso, la bambina e il sesso (p. 43), le donne dal dottore e il sesso, le prostitute e il sesso. Non mancano le barzellette più usurate che esistano, quelle sui carabinieri e sui finanzieri. Quasi tutte le altre sono storie di «corna»: e naturalmente sono quasi sempre le mogli a tradire i mariti. Del resto, le «donne sono tutte p…» (p. 72). Il lettore scuserà il linguaggio: ma non si poteva fare diversamente per dare un'idea di questa nobile e austera pubblicazione.

C' è chi considera il libretto una specie di espressione del carattere gioioso dei chivassesi e del loro modo di «andare incontro alla vita», e chi più o meno accusa Lina Borghesio – intervenuta contro l'opuscolo - di essere una sorta di bacchettona. Manca solo l'accusa di volere imporre agli allegri chivassesi il plumbeo «politicamente corretto». Ma, a ben vedere, che cosa è il «politicamente corretto»? Non è la convinzione che sia ingiusto deridere i deboli? Cioè le categorie di persone che per la loro condizione già subiscono discriminazione, emarginazione, violenza. In base a questa convinzione si è lentamente diffuso il principio secondo cui è incivile prendersi gioco delle donne stuprate, degli omosessuali, delle persone che hanno il colore della pelle diverso dal nostro, di coloro che soffrono di una qualche forma di handicap. Lo ammetto: forse non è nemmeno il caso di usare tanti paroloni per quel penoso libretto. Comunque sia, la domanda che rivolgo è questa: Lina Borghesio è una fondamentalista del politicamente corretto oppure sta solo difendendo quel minimo di civiltà a cui siamo faticosamente arrivati?

Piero Meaglia


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