Il FILM DEL MESE DI LUGLIO 2008









"IL DIVO"

di Paolo Sorrentino.


Recensione a cura di Domenico CENA.



Kafka e Dostoevskij, lo Scorsese di Goodfellas e il miglior cinema “civile” italiano alla Rosi e alla Bellocchio, il “Todo modo” di Sciascia e Petri. O la peggior commedia all’italiana dei vari De Sica e Neri Parenti, unita alla farsa più becera, tipo Bagaglino? C’è tutto questo e di più ne “Il divo” di Paolo Sorrentino, premiato all’ultimo festival di Cannes. Ma prima di tutto c’è il suo regista, il trentottenne Sorrentino appunto, napoletano di origine, giunto ormai al suo quarto film e noto soprattutto per il bellissimo, e anche questo premiatissimo, “Le conseguenze dell’amore”.
Fin dal suo primo film, “L’uomo in più”, del 2001, Sorrentino ha presentato una sua precisa visione cinematografica, una poetica già pienamente risolta, come un copione che passa da un’opera all’altra. I suoi film raccontano solitamente la storia di un personaggio che vive una sua vita solitaria, vuota, in cui all’apparenza non succede nulla. Il protagonista stesso è impalpabile, irraggiungibile nella sua solitudine, falso, ma reale e definito proprio dalla sua finzione. C’è però un’ambiguità di fondo, perché quest’uomo potrebbe essere tutt’altro da ciò che appare, come il tranquillo ospite dell’albergo svizzero ne “Le conseguenze dell’amore”, che in realtà è un cassiere della mafia, o il cortese sarto sessantenne de “L’amico di famiglia”, che svolge nell’ombra una spietata attività di usuraio.
Ne “Il divo”, Sorrentino ha trovato il suo protagonista perfetto, l’ambiguità fatta persona, il simbolo del potere solitario e inafferrabile, la Sfinge, Belzebù, il papa nero, il grande vecchio, insomma, il divo Giulio. L’Andreotti del film ha il volto insieme sinistro e grottesco di Toni Servillo, un qualcosa di ambiguamente a metà tra la maschera tragica e la caricatura del fumetto. Un volto, e un corpo, plasmati da decenni, verrebbe quasi da dire “secoli”, di pratica ascetica, per arrivare a cancellare qualsiasi accenno di reazione emotiva, qualsiasi forma di sentimento, tanto da risultarne deformati, dalla mitica gobba, alle labbra atteggiate a un sorriso da eunuco, alle orecchie che ricordano quelle di un orsetto di peluche.
La vita, o la non vita, dell’uomo che rappresenta l’emblema della politica italiana degli ultimi cinquant’anni ci viene raccontata a partire dal momento in cui raggiunge il suo apice. Dopo essere stato 17 volte ministro, 7 o 8 volte presidente del consiglio, all’inizio degli anni ’90 Andreotti diventa il più autorevole candidato alla presidenza della repubblica. Ma proprio qui, alle soglie della carica che significherebbe la realizzazione degli sforzi di un’esistenza intera, avviene la caduta. Forse a causa dell’agire dissennato della sgangherata pattuglia di incapaci che rappresenta la sua corrente, i suoi compagni di partito, non gli avversari, gli preferiscono Scalfaro. Così il divo Giulio, da presidente in pectore, in pochi mesi si trova trasformato in imputato per associazione mafiosa e per l’omicidio del giornalista Pecorelli. Ma in realtà, l’unico che non si era mai fatto illusioni, che quindi era pronto ad affrontare anche la sconfitta e a combatterla con astuzia, a sopportarla con cristiana pazienza è lo stesso Andreotti. Si direbbe quasi che a questo punto il divo Giulio dimostri una qualche traccia di umanità, che interpreti la sua caduta come una specie di punizione divina per non essere riuscito a salvare Moro. E’ questo il più grande rimorso che si porta dietro.
Si tratta di uno dei tanti momenti spiazzanti del film. Lo spettatore è indotto a chiedersi più volte, durante il film, quale sia il punto di vista del regista, spesso sembra di essere vicini ad un giudizio definito, ad una interpretazione chiara del personaggio. Ma ogni volta, lo spettatore resta sorpreso da uno sviluppo inatteso, tanto che, alla fine, è praticamente impossibile dire se si tratti di un film sull’Andreotti politico, o sul personaggio privato, di una cronaca dei nostri anni bui, o di un film in qualche modo surreale, una parodia. Il regista evita qualsiasi valutazione, i delitti di mafia e i fatti di sangue sono raccontati, ma non collegati al personaggio Andreotti, si potrebbe anche concludere che il nostro non sia altro che una vittima. E Sorrentino moltiplica di proposito i punti di vista, senza adottarne nessuno. Ad un certo punto, ci troviamo persino a guardare Andreotti con lo sguardo distaccato e guardingo di un gatto.
La realtà è senza spiegazione, incomprensibile. Almeno, così è da noi, in Italia.








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