"FAST FOOD NATION"
di Richard LINKLATER.
Recensione a cura di Andrea DEMARCHI.
Non c’erano più di trenta spettatori in sala l’altra sera a vedere Fast Food Nation, ma potevi contarne senz’altro qualcuno di meno sull’ultimo quarto d’ora di proiezione, durante la riproduzione in tempo reale, senza trucchi e senza ellissi, del puntuale e luttuoso itinerario che in un mattatoio come tanti nel mondo occidentale converte una mucca viva e muggente in hamburger. Dai tempi forse del “Salò” di Pasolini, non si vedevano così tanti spettatori abbandonare la sala di un cinema in preda allo schifo...
Detto questo, Fast Food Nation è tutt’altro che un film inchiesta sui disastri delle diete carnivore. Tanto per cominciare, non è un film inchiesta. Lo ha diretto Richard Linklater, che è stato il regista di due commedie sentimentali che hanno fatto tanto piangere i giovani (“Prima dell’alba” e “Prima del tramonto”) e di un filmetto scacciapensieri e pimpante con Jack Black, “School of Rock”. Questo per dire che siamo dalle parti del cinema cinema, con le trame, gli attori più o meno famosi, i colpi di scena e tutto il recit classico che vi potete aspettare. Anche se poi il libro che lo ha ispirato, scritto da Eric Schlosser nel 2001, consisteva in una lunga inchiesta durata più di due anni sui lati, purtroppo nemmeno poi così più tanto oscuri, dell’industria del fast food. Il film di Linklater presenta tre storie intrecciate che corrispondono a tre livelli sociali dell’organigramma di una multinazionale del fast food. C’è il dirigente della catena Mickey’s che deve condurre un’indagine per scoprire cosa c’è di vero nella notizia che la carne degli hamburger dei propri fast food presenta tracce di feci bovine; poi ci sono i messicani che attraversano il confine per fornire manodopera all’industria di carni collegata con i fast food della Michey’s, ci sono le donne dei messicani che devono subire le smargiassate maciste dei capi reparto yankee, e ci sono inesorabilmente anche i giovani alternativi e “no global” – fra i quali spicca, quasi per metonimia, la popstar Avril Lavigne – che si sono messi in testa di sabotare gl’ingranaggi della macchina fast food restituendo la libertà a intere mandrie di mucche sacrificali, attonite e imperturbabili di fronte all’occasione della libertà concessa, che non comprendono e di cui pertanto non approfittano.
È la scena più forte e emblematicamente riassuntiva del significato di un film che parla della carne come oggetto di manipolazione e trasformazione, non solo per gli animali ma anche per gli esseri umani che nell’industria della carne sono costretti a lavorare per sopravvivere e non conoscono altra libertà che la schiavitù del loro benessere.
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