La faccia e il cuore della città...

Riportiamo qui di seguito un articolo apparso su La Stampa (08.7.09) a firma di Flavio CORAZZA dal titolo "La faccia e il cuore della città".

TORINO - In questi giorni sono arrivati in redazione molti complimenti per il numero speciale di domenica dedicato all'Africa. L'opportunità, diceva il titolo, e intendeva parlare di qualcosa di molto concreto, non di possibilità remote. Quell'opportunità Torino e i torinesi ce l'hanno tra le mani, ma non sanno coglierla, come se i piccoli problemi locali non fossero il volto visibile dei grandi problemi globali. Da giorni il nostro giornale racconta quanto sta accadendo a un gruppo di quasi duecento profughi africani (arrivano soprattutto da Eritrea, Etiopia e Somalia), rimpallati da un posto dove stanno male (l'ex clinica San Paolo) a un altro dove – tranne Comune e Prefetto – non li vuole nessuno (la caserma di Via Asti). Proteste, petizioni, costituzione di comitati, scritte sui muri, raduno pro e contro. E' uno di quei casi in cui si potrebbe fare qualcosa, cogliere un'opportunità, qui e adesso. Sono legittime alcune preoccupazioni dei residenti di Borgo Po ("chi vigilerà per evitare infiltrazioni della malavita"?, "chi controllerà sulla nostra e loro sicurezza?"). Sacrosante sono anche le proteste di chi abita in Corso Peschiera ("li hanno sistemati qui in autunno, e nessuno se n'è più preoccupato"). Ma ciò detto, è mai possibile che nove mesi dopo l'arrivo, questa gente continui a essere sbattuta da un posto provvisorio all'altro? E con la quasi certezza di dover ripetere il penoso trasloco magari fra un anno, quando la caserma servirà ad altre esigenze.

E' mai possibile che in una città come Torino, culla dell'etica laica e dei santi sociali, non si riescano a riunire intorno a un tavolo i protagonisti della politica, del volontariato, dell'industria, dell'esercito, della cultura e della religione, per risolvere una questione numericamente così poco rilevante? In questa microcomunità di disperati ci sono persone con un curriculum di studi che molti si sognano di esibire: possibile che non si possa dividerli in gruppi da assegnare alle varie istituzioni cittadine affinché studino un percorso di formazione e inserimento nel mondo del lavoro? Visto che la comunità sta pagando di tasca propria per mantenere queste persone e continuerà anche in futuro, è davvero impossibile, pur in questi tempi di crisi dura, trovare un inserimento o una occupazione anche minima, ad esempio nel volontariato, per evitare continui trasferimenti da un ghetto ad un altro, da una protesta all'altra? E' vero che le istituzioni sono distratte da molti problemi seri, che il denaro è sempre poco, che il governo strige ogni giorno di più i cordoni della borsa, ma qui non si tratta di soldi: è la faccia della città ad essere in gioco. Un bene che non dovrebbe avere prezzo, tanto meno uno così basso.

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