Il Premio letterario Carla Boero e il compagno Germani...

Gli organizzatori del premio letterario «Carla Boero» hanno chiesto alla Fondazione Novecento di partecipare al festival di letteratura «I luoghi delle parole». La richiesta è accolta e in ottobre il Premio «Carla Boero» avrà uno spazio nel festival: una mattina in una scuola, forse per presentare il pensiero di Simone Weil nel centenario della nascita.

Provo a mettermi al posto degli organizzatori del Premio. Un piccolo gruppo di persone generose, che con poche risorse e con sacrificio cercano di animare la vita culturale della città. Il grande evento «I luoghi delle parole» sono un’occasione per raggiungere un pubblico più vasto utilizzando i mezzi potenti della Fondazione Novecento: la sua organizzazione, i suoi rapporti con Comuni, Provincia, Regione e sponsor privati, il pieghevole col programma diffuso in migliaia di copie, i manifesti, lo spazio sulla stampa, il sito del Comune, la mailing list della Fondazione. Perché rinunciare all’occasione? Perché rinunciare ai mezzi, che ci vengono offerti dalla Fondazione, se i nostri fini sono buoni?

Altri gruppi potrebbero trovarsi nella medesima situazione: i gruppi teatrali e musicali amatoriali, il Centro Otelli, i GAS, Anguis, il gruppo giovani lavoratori, gli ambientalisti. Se si presenta, perché rinunciare ad una occasione come questa?

Non pretendo di avere la risposta. Ma penso che, prima di accettare, dovrebbero considerare il contesto nel quale avverrebbe la collaborazione con la Fondazione Novecento e con il Comune.

Per prima cosa, «I luoghi delle parole» non sono soltanto un evento culturale. Sono anche uno degli strumenti con cui un abile politico, Alessandro Germani, costruisce la propria carriera. Ma è uno strumento costoso. Per organizzare «I luoghi delle parole» e le altre attività (teatro, musica, cabaret, mostre) occorre denaro. E sono soldi in gran parte pubblici, che arrivano dai Comuni, dalla Regione e dalla Provincia. Da tempo in città ci si domanda se – nel mezzo di una grave crisi economica – sia opportuno continuare in una politica culturale così dispendiosa oppure se non si debbano riequilibrare le spese del Comune a vantaggio degli altri settori. Non ci sono soldi per tutto. Se il Comune spende molto per teatro, mostre, festival, dovrà lesinare negli altri settori: la manutenzione delle scuole, la creazione di servizi nei nuovi quartieri, l’aiuto alle fasce delle deboli della popolazione, la tutela dell’ambiente, e così via. Eppure le politiche culturali dei grandi eventi prosperano ovunque, sotto amministrazioni di destra e di sinistra: sono diventate occasioni di carriere politiche, di conquista del consenso, di creazione di clientele «culturali», di moltiplicazioni di fondazioni e associazioni che a loro volta prosperano grazie alla condizione di «favoriti» degli amministratori locali.

In secondo luogo, mentre le fondazioni bene introdotte crescono e diventano potenti, i piccoli gruppi che aspirano a fare cultura restando indipendenti dal potere pagano cara la loro aspirazione: affittare per una sera la sala consiliare costa 70 euro, l’aula piccola di Palazzo Einaudi 70 più Iva, quella grande 180, e il teatrino civico 170. Per loro l’Amministrazione comunale non prevede agevolazioni. Non consente di usare il suo sito internet (pagato da tutti) o le «Notizie del Chivassese». Non vi sono bacheche comunali su cui affiggere le locandine. Se vogliono restare indipendenti paghino. E si paghino tutto: volantini, manifesti, locandine, diritti di affissione, ecc. Costi che possono scoraggiare un piccolo gruppo senza risorse. Potrebbero chiedere il patrocinio del Comune per ottenere i locali gratuitamente: ma questo vuol dire sottoporsi al rito umiliante dell’attesa che «chi sta in alto» (il sindaco o Germani?) stabilisca arbitrariamente chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Qualche tempo fa il patrocinio è stato negato a Legambiente: per quale ragione? Perché disturba il manovratore?

Mi chiedo allora se gli organizzatori del Premio Carla Boero - pur senza rinunciare all’opportunità loro offerta - non dovrebbero, unendosi agli altri gruppi indipendenti, aprire un negoziato con l’Amministrazione: chiedere che il Comune conceda a chi vuole fare cultura, musica, teatro, a tutti indistintamente (non concessioni discrezionali ad personam), un minimo di agevolazioni. Non occorre molto: per cominciare basterebbe stabilire una tariffa ridotta per l’uso della sala consiliare e degli altri locali, e la posizione di bacheche almeno in centro.

Poco sopra ho alluso al rapporto tra mezzi e fini. Oltre a quello di Simone Weil, quest’anno ricorre il centenario della nascita di Norberto Bobbio. Citando la massima «machiavellica» secondo cui il fine (buono) giustifica i mezzi (un po’ meno buoni), il filosofo torinese ammonisce che può avvenire il contrario: che i mezzi cattivi corrompano i fini buoni. Si comincia rivoluzionari e si finisce fondazione.

Piero Meaglia.

Nessun commento: