«La mia finestra sull’inferno».
Un documentario racconta la storia della Valledora, la zona più inquinata d’Italia.
(Gloria Pozzo, «La Stampa», giovedì 25 giugno 2009)

Alice Castello (Vercelli). La cascina di Gabriella è assediata dalle mosche. In cantina lampeggiano rilevatori di gas. Se iniziassero a suonare, la famiglia di Gabriella dovrebbe abbandonare immediatamente la casa, perché i biogas emessi dal terreno potrebbero farla esplodere. Quando sono iniziati gli scavi per la prima cava, una ventina di anni fa, non immaginava che sarebbe andata a finire così. Le cave sono diventate due, poi tre. Una per una, sono state trasformate in discariche. A pochi metri da casa sua.
La storia di Gabriella è la storia della Valledora, poco più di 300 chilometri quadrati di pianura padana tra le province di Vercelli e Biella. E’ questo il territorio più violato d’Italia. Incastrato tra il deposito di scorie nucleari di Trino, le due centrali termoelettriche di Livorno Ferraris e l’inceneritore di Vercelli. Soffocato dal cemento di ponti, piloni e peduncoli dell’alta velocità. Martoriato da decine di cave e discariche, di cui non si conosce nemmeno il numero esatto. Solo ad Alice Castello sono stoccati 2 milioni di e 500 mila metri cubi di rifiuti, mentre delle potenziali nuove discariche (le numerose cave disseminate tra Cavaglià, Santhià, Tronzano e gran parte della Valledora) si è perso il conto. L’acqua che irriga le risaie, e che esce dai rubinetti delle case, scorre appena al di sotto. E l’agricoltura locale, quella che faceva delle cascine della zona un paradiso da Mulino Bianco, è in via di estinzione. Da anni gli abitanti della zona e le associazioni ambientaliste, riuniti in quello che hanno battezzato il «Movimento Valledora», tentano di forzare il muro dell’indifferenza e del silenzio. Ricorsi al Tar, raccolta di firme, pellegrinaggi negli uffici di assessori e sindaci, alla ricerca di risposte e responsabilità. Perché è vero che ogni singolo impianto, ogni singola cava ha l’autorizzazione, ma manca l’attuazione di un piano territoriale che tenga conto di una situazione unica in Italia.
E manca la consapevolezza. Così il movimento crea i «tour delle discariche», rivolti a cittadini, politici, bambini delle elementari. Per far toccare loro con mano lo scempio. Ma non basta. Gli uomini e le donne del Valledora pensano così di far parlare le immagini, e di farle ascoltare a quante più persone possibile. La chiave è Matteo Bellizzi, giovane e pluripremiato regista vercellese. «I normali canali di comunicazione – spiegano – non erano più sufficienti per raggiungere anche chi non si interessa di questioni ambientali. Quando il problema Valledora nacque, tra gli Anni 80 e 90, ci furono processi, arresti e indagati. Allora scesero in piazza migliaia di persone. Oggi non si vede, o non si vuole vedere». Chiedono a Bellizzi di girare un documentario e gli affidano la storia di Gabriella. Bellizzi raccoglie la sfida. «E così ho scoperto che a pochi chilometri da casa mia c’è l’inferno». Circa un anno di lavoro, tra riprese, interviste, ricerche. Il risultato si intitola «Valledora. La terra del rifiuto», probabilmente il primo caso di un documentario commissionato e prodotto da un movimento di cittadini per denunciare i problemi ambientali di un territorio. Il trailer è su www.movimentovalledora.org. La presentazione in anteprima nazionale, ieri sera alla multisala di Borgo Vercelli. Gabriella, in prima fila.

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