Ci sembra utile pubblicare questo articolo (un po ristretto)
Barbara Spinelli
Ragioni e miserie della sinistra
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Si può capire la passione che affligge le sinistre radicali, impegnate a governare con Prodi da un anno e mezzo. Dentro di sé sentono accumularsi delusione, scoraggiamento, e un senso d'inutilità che s'espande e le umilia.
Fausto Bertinotti ha dato voce a questo stato d'animo nell'intervista a Massimo Giannini su
Ha cominciato il direttore di Liberazione Piero Sansonetti, l'1 novembre in un editoriale, a porre l'eretica domanda: «Perché restiamo in questo governo?». Sono tante le cose - e non solo l'equilibrio dei conti - che le sinistre radicali son chiamate ad accettare affinché il governo non perda Mastella o Di Pietro, Dini o
C'è un passaggio nell'intervista di Bertinotti che chiarisce forse alcune cose. È quando dice che per far prosperare la sinistra radicale «devi vivere nello spazio grande e nel tempo lungo». Lo spazio grande cui pensa Bertinotti è quello del mondo, del caos e delle giustizie che lo assediano. Ed è lo spazio dell'Europa, dove si sta rafforzando una sinistra refrattaria al declino dello Stato sociale. La sinistra in cui crede è data per agonizzante, ma nei paesi travagliati da mondializzazione e precariato non pare avere il futuro alle spalle: pare averlo davanti a sé. Questa sinistra sta crescendo in Germania, in Francia. Il nuovo partito fondato nel giugno scorso a Berlino (Die Linke,
Quel che unisce tali forze è
Le sinistre radicali vedono tutto questo, ma senza lucidità su se stesse, sulla necessaria reinvenzione dei mezzi, perfino sui pericoli. Senza intuire che i nuovi dilemmi resteranno anche in Italia irrisolti, se non muteranno dottrine, metodi, e la memoria di quel che la sinistra estrema ha fatto nell'ultimo decennio. Essa ha di fronte a sé una conflittualità ravvivata, è vero, ma l'astrattezza con cui si ripromette di affrontarla ha qualcosa di profondamente autodistruttivo, di ancestralmente miserabilista. È astratto in primo luogo lo sguardo sulle alternative a Prodi: è per evitare l'errore compiuto nel '98 che Rifondazione ha deciso di andare al governo nel 2006, e quel che rischia è di ripetere la colpa e di offrire di nuovo l'Italia a Berlusconi.
È astratto in secondo luogo perché molte delle cose chieste da questa sinistra sono solo in apparenza giuste: se i soldi vanno tutti a poche categorie molto garantite, nulla resterà per i veri poveri e emarginati. Lafontaine mente, quando proclama che la restaurazione tale e quale dello Stato sociale «è solo questione di buona volontà», e in Italia questo ormai lo si sa. Indagando sui conflitti francesi mi è stato detto che «la sinistra non ha futuro quando lo Stato non ha soldi», e una risposta a questa sfida ancora non esiste. È infine astratto lo sguardo sulla propria pratica di governo: non è vero che le sinistre radicali non abbiano ottenuto nulla. Il poco ottenuto, esse hanno tendenza a non valutarlo, a non esserne mai fiere.
Il fatto è che non volevano solo il ritiro dall'Iraq, ma anche il rientro dall'Afghanistan e la chiusura della base di Vicenza. Non volevano solo l'inizio di ridistribuzione e le prime misure per i precari, che Prodi ha assicurato.
Il popolo di sinistra non avrebbe strappato queste misure se al governo non avesse avuto propri rappresentanti. Bertinotti tace i progressi, non dice che senza le sue truppe avremmo più razzismo e meno senso della misura con gli immigrati. Non dice che se mai vi sarà un'indagine parlamentare sulla «macelleria messicana» del G-8 di Genova, lo si dovrà alla presenza nel governo di Rifondazione e dei comunisti. Ma soprattutto, Bertinotti e Sansonetti non dicono che il successo dei radicali di sinistra, in Germania e Francia, è dovuto al fatto che non governano, al loro essere tribuni che trascinano ma non possono fare vere promesse, perché promettere vuol dire agire, e agire si può solo assumendosi l'onere del governare. La sinistra alternativa in Italia non è l'ultima e la più sfortunata in Europa, ma la più coraggiosa e l'unica in grado di offrire risultati, sia pur parziali. In Germania
Sansonetti si pone la domanda fondamentale: «Vale la pena [restare al governo],? Sì, vale la pena, perché l'Italia senza il ministro per
3 commenti:
Personalmente, giudico la questione del governo secondaria. Non perché ritenga che occorre stare all'opposizione sempre e comunque ma perché quella del governo non mi pare la questione cruciale che abbiamo di fronte. Il governo è un mezzo talvolta efficace, molte altre volte no - e bisognerà che prima o poi lo si riconosca apertamente - di produrre cambiamenti. Tutto sommato, o forse di conseguenza, non sono neanche ossessionato dal programma di governo. Siamo di fronte ad una formidabile offensiva di classe che dura ormai da vent'anni, ad una crisi del ceto medio che si accentua sempre più e noi, invece di capire come ricostruire dentro questo quadro, dentro quest'assetto capitalistico, un'ipotesi di conflitto, di far sì che quel ceto medio in via di proletarizzazione, anziché assecondare gli impulsi regressivi della società, sia parte di un più ampio schieramento di classe contro il capitalismo, passiamo il tempo a discutere se è giusto o no stare al governo? Ma i soggetti politici non durano cinque anni. La verità è che io non credo che i cambiamenti si producano per effetto del quadro politico-istituzionale che il ceto politico è capace di costruire. Sono i cambiamenti materiali, dei rapporti di forza dentro i processi produttivi e sociali che semmai producono i cambiamenti del quadro politico-istituzionale. La teoria delle due sinistre non convince neanche me ma, temo, per ragioni abbastanza diverse da quelle espresse da Filippo Turati. Avanti di questo passo di sinistra non ne avremo neanche una, anziché due. Senza il movimento dei lavoratori e le loro lotte anticapitalistiche la sinistra smette di esistere e non vengono neppure formati governi che mettono in atto politiche riformiste, come ormai dovrebbe essere chiaro a chiunque voglia esaminare i risultati ottenuti in questi ultimi quindici anni in cui la sinistra al governo c'è stata eccome.
Toni Capuano
Vorrei provare a portare all’interno di questo interessante dibattito anche le mie riflessioni, cercando di mantenere una concretezza che mi pare opportuna in questa disamina.
Per iniziare penso che la diatriba “governo si/governo no” abbia una rilevanza non per chi ne viene coinvolto nell’elaborazione del progetto di governo, ma anche per quanto la presenza al governo venga vissuta, da quella che un tempo si sarebbe definita “la Base”, come la possibilità, solo perché esiste (la presenza nel governo) di fare deeelle cose da noi ritenute prioritarie. E questo a prescindere dalla contingenza attuale che ci vede si in un governo, ma dentro una maggioranza risicatissima, con presenze molto eterogenee, che rappresentano anche interessi a noi contrapposti. In questa situazione contingente, mi sembra però estremamente utile tenere in considerazione quanto detto dalla Spinelli in un articolo sulla Stampa, ossia che senza i “nostri” ministri si starebbe peggio. Ora mi pare che il punto sia proprio questo. Ovvero il problema non è che se cade Prodi arriva Berlusconi, ma che i nostri attuali alleati non avessero la presenza dei “nostri” ministri e della nostra rappresentanza parlamentare ne farebbero di ben peggiori. Penso che sia evidente che il nostro agire non sia tanto contro le destre, ma soprattutto come punto di mediazione nella ricostruzione di uno stato e di una società che , dopo la caduta dei blocchi e il capitalismo globale, non ha ancora ridefinito una sua dimensione etica ed economica. Il nostro paese ha vissuto di riflesso, e con le rivisitazioni nostrane, tutto quello che è arrivato dall’impero: il thatcerismo, il Reganismo, Il blairismo ecc.. ma senza riuscire a definire, come in passato era successo sia con la DC che con il vecchio PCI, una prospettiva italiana alla società postcapitalistica. Questo grazie anche alle difficoltà di ricomposizione e di proposta che la nostra sinistra ha avuto e tutt’ora manifesta.
In questo quadro mi pare che quindi sia importante mantenere una logica di governance nella costruzione della nuova forza, magari con la coscienza che difficilmente si potrà arrivare al 51% ma con la consapevolezza che il lavoro deve essere orientato non tanto a stoppare le cose, ma essere propositivo.
Chiaramente questa impostazione andrà ad arcuire i rapporti con i movimenti, ma forse dovremmo fare tutti un passo indietro:
I movimenti, capendo che non basta un ministro per avere il potere, e i partiti, smettendo di avere (spesso) i piedi in due scarpe.
Massimo
Risposta a Toni.
All’incirca, il tuo invito è: guarda alla struttura, non alla sovrastruttura (il governo). Se non si riesce a ricostruire un ampio e forte movimento di lotta che comprenda lavoratori e ceto medio impoverito, qualsiasi governo di sinistra è destinato a galleggiare nel vuoto, a fallire e a deludere. Mi sembra una considerazione convincente. A Chivasso da tempo si progetta una inchiesta sul lavoro, che non è ancora partita perché non si può fare tutto e insieme.
Tuttavia vorrei fare due osservazioni. La prima: anche questo auspicabile movimento di lotta dovrebbe trovare uno sbocco a livello del governo. Parte delle sue rivendicazioni avranno come controparte le associazioni imprenditoriali. Ma un’altra buona parte saranno richieste rivolte al governo, richieste di provvedimenti legislativi (welfare, trasporti, sanità, pensioni, ecc.). E qui il problema del governo si ripresenta.
La seconda: vi sono estese categorie sociali deboli, e delle quali si deve occupare la sinistra, che non è facile far rientrare nello schema tradizionale del conflitto di classe. Penso a consumatori e utenti (pendolari, utenti della sanità pubblica, compratori di farmaci, clienti delle banche, pagatori dei più vari tipi di bollette, ecc., anziani). Non si può liquidare la questione criticando il PD che, dimenticati i lavoratori, sir irovle solo più all’”indistinto cittadino consumatore” a cui il PD. Si tratta di frustratissimi e impotenti consumatori e utenti, tartassati non solo dalle imprese private ma anche a volte dall’amministrazione pubblica e dalle aziende pubbliche, magari municipali (che progettano inceneritori). Sono soggetti deboli anche loro, ma che è difficile organizzare: e tra cui cresce la sfiducia e il risentimento nei confronti della politica. Come organizzarli?
Filippo Turati
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