Altrochè Forza Italia. A sinistra con “Forza Islanda”...

“Rischio default”, “borsa a picco”, “debito pubblico alle stelle”: paginate di giornali incomprensibili per un comune mortale. Con una sola certezza: che pagheranno sempre i soliti. Quelli che da secoli lo fanno e che non hanno mai smesso di farlo. I “non abbienti”, li chiamava il mega direttore galattico “medio-progressista” a colloquio con il Fantozzi diventato improvvisamente comunista. Ma è una preoccupazione, quella della bancarotta, che investe chi ha. Chi non possiede, chi non ha rendite di posizione, chi a fine mese ci arriva col fiatone, da una bel default ha solo da guadagnarci. Perché da quando la politica si è votata definitivamente alla finanza, perdendo di vista le proprie finalità, lì è cominciato  l’inizio della fine.

Ripartire dalle macerie. In Islanda lo hanno fatto. E nessuno ne parla. La paura che la gente anche qui si svegli è troppo grande. Che poi forse è anche una paura eccessiva, visto che questo popolo di sadomasochisti negli ultimi 17 anni ha eletto per ben tre volte (esatto, 3) Silvio Berlusconi premier.
L’Islanda, dicevamo. Un paese ricco, con tassi di crescita medi del 6% l’anno, improvvisamente diventato “debitore” verso mezzo mondo a causa di quella strana e omicida alchimia elaborata dalla finanza mondiale; dove tutto è virtuale, dove i numeri diventano più importanti della realtà. Era il 2008 e il Paese veniva dichiarato in bancarotta. E non solo, diventava debitore di 3,5 miliardi di euro verso Olanda e Gran Bretagna. La natura di un popolo, la forza di una nazione, la vedi in quei momenti. La rivoluzione gentile c’è stata allora. Con un referendum il 93% dei cittadini hanno deciso di non voler pagare quel debito. Che lo pagassero i responsabili di quella crisi, hanno detto. E così è stato fatto, con gli arresti eccellenti dei top manager che avevano causato il disastro. E poi un nuovo governo di sinistra rosso-verde, un premier donna e gay, una nuova Costituzione basata sulla democrazia diretta, un nuovo parlamento composto da docenti universitari, avvocati, giornalisti ed anche da un sindacalista, un contadino, un pastore e un regista.
E adesso? Avete letto di scontri e guerra civile nel paese nordico? Avete sentito parlare di manovre “lacrime e sangue”, cioè quelle che da noi si susseguono puntuali “come i treni quando c’era Mussolini”? Avete visto in foto i pentoloni dove adesso i comunisti islandesi fanno bollire i biondi bambini, notoriamente molto appetitosi? Macché. In Islanda nel 2011 le cifre sono di aumento del 2,2% del Pil. Una ulteriore crescita del 2,9% è prevista per il 2012. Infine il deficit pubblico, secondo i dati Ocse, è calato dell’1,4% rispetto al Pil. E nonostante i dati smaglianti, le agenzie di rating continuano a dare all’isola giudizi bassi: Baa3 secondo Moody’s e BBB- per Standard & Poor’s. Appena sopra al livello dei junk bond.
Dalla “crisi” – anche se va detto che per noi poveracci la crisi è un “modello di vita” imposto, non una contingenza – si esce così: meno finanza, meno banche, meno impunità, più democrazia diretta e più coscienza civile. E soprattutto, più coraggio.
Matteo Pucciarelli.

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