"HAREAFTER"
di Clint Eastwood.
Recensione a cura di DOMENICO CENA.
Anzitutto bisogna chiarire una cosa: l’ultimo film di Clint Eastwood non parla di quello che ci aspetta, o non ci aspetta, dopo la morte”. “Hereafter”, infatti, significa “aldilà”, ma anche “da qui in avanti”, “d’ora in poi”, “in avvenire” ed è di questo che intende parlarci Eastwood, del nostro futuro.
“Hereafter” si ricollega direttamente agli ultimi film del regista, cioè “Gran Torino” e “Invictus.
In “Gran Torino”, attraverso la storia di Walt Kowalski, uno scontroso e solitario ex operaio Ford in pensione che detesta il conformismo idiota di figli e nipoti, Eastwood ci diceva che ci può essere un futuro per tutti noi soltanto superando gli individualismi che generano opportunismo e violenza e aprendosi alle ragioni della convivenza e dell’integrazione, per dare vita a una società multietnica basata su nuovi valori, o meglio su una rigenerazione di quelli tradizionali. Kowalski si sacrificava, affrontando disarmato il duello finale, per dirci che il sogno americano basato sulla lotta del singolo che combatte per salvare la comunità è ormai definitivamente tramontato, il conflitto genera violenza e spargimento di sangue innocente e il primo passo è rifiutarsi di sparare. Detto così potrebbe anche sembrare un po’ retorico, ma basta pensare a quello che succede ogni giorno in Iraq e in altre parti ai confini dell’impero per capire tutta l’attualità e la pregnanza di un simile messaggio.
In “Invictus”, con la storia di Nelson Mandela, il presidente nero, e di François Pienaar, il capitano bianco, siamo già oltre, in uno spazio civile del tutto nuovo, in cui le ragioni del singolo, dell’io, lasciano il campo a quelle dell’altro, per ricostruire una nuova identità anche qui mista, non violenta, aperta e tollerante, generosa.
Ed è di qui che parte “Hereafter”, con un inizio folgorante, dai toni epici, in cui una società pacifica, aperta e tollerante è travolta in pochi istanti da uno tsunami devastante, apocalittico. E chi si salva per puro caso non può tornare indietro e vivere come prima. Dopo aver sperimentato la morte, sarà costretto a fare i conti con lei, a elaborarla dentro di sé, per riemergere diverso, più solo e ostaggio del proprio dolore e della propria consapevolezza forse, ma anche pronto ad affrontare quello che gli resta da vivere con una compostezza sommessa, una delicata gentilezza che permette di entrare in contatto con l’altro e immaginare insieme un futuro.
E’ quello che succede a Marie, una giornalista francese di successo travolta dallo tsunami, ma anche a Marcus, un ragazzino inglese che ha perso il fratello gemello in un incidente d’auto, e a George, un sensitivo americano che vive il dono di poter entrare in contatto con l’aldilà come una maledizione. Tre persone assai diverse e molto lontane tra loro, destinate però a incontrarsi e parlarsi, per provare a dare ancora un significato, forse, alla parola, o virtù, o valore che sia, più usurato in assoluto, la speranza nel futuro.
Il tutto con il tocco magico della regia di Clint Eastwood, qui in un momento di grazia, e con quella che è probabilmente la migliore interpretazione in assoluto di Matt Damon, nei panni di George.

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