E' insopportabile il conformismo interessato di chi afferma che la globalizzazione è una realtà senza alternative possibili, o l'ingenuità e la disinformazione di chi ne canta inni di lode, perché senza di essa non arriverebbero dall'Oriente ogni sorta di prodotti a prezzi stracciati. Facciamoci prima un'idea (almeno approssimativa) di che cosa essa sia. La globalizzazione è libera circolazione di capitali, libero commercio, libero svolgimento di qualsivoglia attività, a cui fa riscontro la massima restrizione possibile degli interventi dello Stato nell'economia e nel sociale.
Distinguiamo innanzi tutto la globalizzazione che si realizza nell'ambito dell'U.E., che è in relazione agli obiettivi di integrazione sempre più stretta fra gli Stati che ne fanno parte. Interrompere la serie infinita di guerre fra gli Stati europei, che si è dipanata lungo i secoli, è uno scopo che giustifica tutti i sacrifici, prevedibili e inevitabili, ma anche suscettibili di correzioni o attenuazioni, che conseguono alla progressiva integrazione fra le nazioni. La globalizzazione europea, che ha le sue premesse già negli anni '50, è stata pero' risucchiata nel processo globalizzatore mondiale provocato dagli interessi delle grandi concentrazioni capitalistiche di USA e Gran Bretagna a partire dagli anni '70.
In questi ultimi 30 anni la globalizzazione si è concretizzata in interventi effettuati a sostegno del proprio profitto da parte di potenti soggetti capitalisti e personaggi politici al loro servizio: questo significa che lo scopo della globalizzazione è far guadagnare di più i proprietari e i gestori del capitale, a scapito di tutte le altre categorie economiche, costrette ad arretrare (cioè ad impoverire).
Ne risulta che gli operai della Fiat devono subire non solo la concorrenza dei polacchi o dei romeni, coi quali siamo sulla stessa barca europea, ma anche quella inaccettabile di schiavi che in Sudamerica o altrove lavorano per paghe da fame, e privi di diritti. Sfruttando quegli schiavi i nostri industriali si arricchiscono, lasciando disoccupati gli italiani, o costringendoli ad accettare condizioni "alla Marchionne".
La globalizzazione ha provocato in Italia la desertificazione industriale, la riduzione di reddito dei ceti salariati, l'aumento del numero di famiglie sotto la soglia di povertà. Tutto cio' allo scopo di consentire enormi guadagni ai "gestori del capitale".
Sapendo queste cose, gli stolti o disonesti cantori della globalizzazione trovano ancora che essa sia cosa giusta e inevitabile? Trovano ancora giusto e inevitabile che tutti noi diventiamo sempre più poveri affinché alcuni ricchissimi possano diventare ancora più ricchi? Non trovano che invece sarebbe "giusto e inevitabile" annullare le leggi che hanno originato questa mostruosità, e tornare a un'economia più umana e controllabile?
Partiamo almeno da un punto minimo irrinunciabile: non ammettiamo più che si scriva o si parli a favore della globalizzazione.
Ginof.
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