Su “Il Manifesto” di ieri, è comparsa un’intervista a Sergio Chiamparino. Le sue dichiarazioni hanno il pregio della chiarezza. E anche della coerenza. Ad esempio: “i ricatti ce li pone la globalizzazione, non Marchionne, che ci trasferisce il mondo com’è, con le sue brutture”. In altre parole: non c’è un altro mondo possibile al di fuori del mondo attuale della globalizzazione, al di fuori del capitalismo globalizzato liberista. In questo mondo ci dobbiamo stare, volenti o nolenti, e per sopravvivere alla competizione internazionale è inevitabile accettare la logica di Marchionne. Non ci piacerà ammetterlo, ma il pensiero del sindaco di Torino è coerente. Indignarci contro queste dichiarazioni è comprensibile, ma inutile. Quello che occorrerebbe è saper contrapporgli almeno i lineamenti di quell’altro mondo possibile alternativo a quello attuale. Nel mondo sotterraneo che i mass media non vedono vi sono ricerche e elaborazioni: uno dei compiti di una eventuale ripresa dell’attività culturale del Centro Otelli dovrebbe essere, a mio parere, la presentazione di autori e testi che appartengono a questi orientamenti innovativi e poco conosciuti.
Ho scritto che Chiamparino è coerente: per restare competitivi bisogna accettare la macelleria sociale di Mirafiori. Con una precisazione. In Italia probabilmente ci sono le risorse che permetterebbero di mantenere a un livello di vita più decente i lavoratori e la loro famiglie: ci sono i milioni di euro di evasione fiscale e quelli persi a causa della corruzione. Inoltre il governo dovrebbe fare quella politica industriale che non fa, e che si dice altri paesi europei, come la Germania, facciano. Ma non mi sembra che nella nostra classe politica, né di destra né di “sinistra”, ci sia la volontà e l’energia per perseguire gli evasori e per imporre agli imprenditori una politica industriale. E, se anche questa volontà ci fosse, e i governi facessero seguire i fatti, non credo che ciò basterebbe. La cruda realtà di Chiamparino resterebbe il dato principale: per sopravvivere nel mondo spietato della globalizzazione bisogna accettare le regole di Marchionne, altrimenti le fabbriche chiudono.
Nella loro brutalità, le parole di Chiamparino risaltano per chiarezza nel confronto con altri dirigenti del suo partito, che sono sostanzialmente d’accordo con lui ma che si aggrappano a una battuta infelice di Marchionne o di Berlusconi per mostrare i muscoli da “oppositori”, con dichiarazioni tanto vibranti di indignazione quanto inefficaci. Meglio la posizione coerentemente di destra di Chiamparino che l’”opposizione” di Cofferati, che probabilmente serve solo a fare credere a una parte della base del PD che nel partito c’è ancora qualcuno dalla parte della Fiom. Cofferati farà qualche altra dichiarazione rovente contro Camusso, poi tornerà a fare il ricco pensionato al Parlamento europeo. Spero di sbagliarmi: ma Cofferati ha già preso in giro mezza sinistra nel 2002, quando sembrò addirittura che volesse fondare un nuovo partito che avrebbe affiancato i movimenti antiglobalizzazione. Poi mollò quelli che gli avevano dato credito e andò a fare il sindaco di Bologna. Meglio il coerente destrismo di Chiamparino, che ha il merito di parlare chiaro e di agire di conseguenza. E’ anche un elemento di chiarezza per noi: se vogliamo replicargli con argomenti persuasivi, dobbiamo riuscire a trovare una alternativa alla sua “globalizzazione”. Altrimenti avrà ragione lui: e la sinistra, non avendo una alternativa da contrapporgli, farà l’alleata disciplinata del PD alle prossime elezioni, locali e nazionali. Svolgerà nei fatti la funzione di corrente interna del PD, come avviene ormai da anni.
Sono passati ormai parecchi anni da quando abbiamo cominciato a leggere storie come quelle raccontate da Vandana Shiva e da Arundhati Roy: milioni di contadini indiani costretti ad abbandonare le loro terre per lasciare posto a enormi dighe e ai loro bacini, oppure alle coltivazioni intensive della “rivoluzione verde”. Storie di terribile sofferenza, ma appartenenti ad un mondo lontano e molto diverso dalle nostre società del Welfare. Così pensavamo. Invece, ora l’India sta arrivando da noi. Sempre su “il manifesto” di ieri, Marco Revelli ha descritto le conseguenze del sistema dei turni e degli straordinari previsto dall’accordo di Mirafiori. Uno sconvolgimento ulteriore delle vite dei lavoratori, che saranno costretti a far tornare i conti tra gli orari di lavoro e la vita al di fuori dei cancelli in una società sempre più disorganizzata e complicata per chi non è ricco: trasporti pubblici che non funzionano, asili e scuole sempre più carenti, anziani e malati scaricati sulle famiglie, sanità pubblica vicina al collasso. Dopo avere descritto il sistema dei turni, degli straordinari e delle pause previsto dall’accordo, Revelli scrive: “Dentro questa griglia ci sono le vite di alcune migliaia di uomini e donne. Ci sono centinaia e centinaia di famiglie, con la loro organizzazione spaziale e temporale, con la loro rete di relazioni, con le loro concrete esistenze. Ci sono appunto delle ‘persone’: c’è il loro ‘tempo di vita’, diventato una sostanza spalmabile a piacere dall’impresa sulle proprie catene di montaggio…”.
E Revelli si pone la domanda che molti si fanno: è possibile continuare così? E’ sopportabile continuare così, cioè accettando ogni volta il peggio? E’ possibile accettare la macelleria sociale in corso? Revelli risponde nel suo modo suggestivo e metaforico: “se ai lavoratori non dovesse rimanere altra alternativa che quella tra la perdita del posto o l’accettazione di una condizione esplicitamente servile del proprio lavoro […] allora non ci resterebbe davvero che organizzare un esodo di massa, fuori dalle mura dentate delle fabbriche, lontano dallo stato di ‘salariato’”. Non so se ho capito bene, ma questo “esodo di massa” non mi pare significare altro che uscire dal capitalismo. Dal punto di vista della tradizione del movimento operaio, non può voler dire che questo. Ma come fare? Non lo so. Però in quel grande sottosuolo dei movimenti, dei comitati, delle associazioni, dove giornali e televisione non arrivano, e che i partiti poco conoscono, da tempo sono in corso ricerche e riflessioni. Bisogna cercarle e collegarsi: mi sembra che questo potrebbe essere il compito principale delle iniziative culturali del Centro Otelli.
Giovanni Locchi.


2 commenti:
Locchi ha ragione. Bisogna ripartire da una prospettiva realmente e realisticamente di sinsitra, fuori dagli attuali modelli partitici e salvando qual poco che ancora si puo' salvare, (mi riferisco a cio' che resta in particolare del PRC e di individualità presenti in altri partiti di sinsitra). Una prospettiva che sia in grado di dare un segnale di speranza affinchè sia possibile di nuovo e con rinnovato vigore parlare di uscita dal capitalismo, partendo proprio dalle contraddizzioni del capitalismo. Collegarsi con i movimenti ed i nuovi fermenti della società, in Italia e non solo. Dal movimento contro la precarizzazione del lavoro, alle lotte studentesche, passando attraverso i mille comitati e movimenti locali che con la loro ostinanta presenza a macchia di leopardo sono presenti da anni contro le speculazioni ambientali e le grandi opere. Ripartire con una prospettiva di sinistra significa ripartire con questi contenuti, e spero che anche il Centro Paolo Otelli possa dire la sua a livello locale come ha saputo fare in tutti questi anni.
Spartako.
Non so se qualcuno ha visto la penosa performance di Livia Turco ieri sera sabato 15 gennaio a "In onda", su La 7 alle 20,30, intervistata da Luca Telese. Terrea, imbarazzata, quasi incapace di parlare, ha espresso con mille contorsioni e esitazioni, a voce bassa, la sua posizione a fianco del "sì" all'accordo di Mirafiori, seguendo il suo capocorrente Fassino, probabile candidato alla carica di sindaco di Torino. Insomma, il nulla. Il segno non dell'assenza della politica, ma dell'assenza del PD. O forse meglio, del(definitivo?) schieramento del PD a fianco del capitale, sempre, comunque e sdraiato sulla linea(di Marchionne). Livia Turco non aveva niente da dire all'impiegata della Ceva Logistic che partecipava alla trasmissione: allora perché è andata in TV? Non era meglio se andava a nascondersi? E se non ha più niente da dire, non sarebbe meglio che la smettesse di candidarsi a vita al parlamento e si godesse la sua abbondante pensione. C'è molta attività di volontariato da fare in Italia: almemo farebbe qualcosa di utile e non ci farebbe vergognare di avere fatto parte del suo schieramento politico.
piero meaglia
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