Ieri era festa, e sono andato in campagna, nelle colline che circondano la mia città. Mi sono fermato in un prato al centro di una valletta, piena d'erba alta e fiori e verde.
Verde di ogni colore, verde grasso, verde forte, verde leggero come una farfalla. L'erba era bella, lucente, piegata dal vento in onde e spruzzi che sembrava un mare che sembrava un fiume.
Gli steli erano di tutte le forme, piattipiatti , sottili, robusti. Alcuni sembarvano così tersi da riuscire a vederene la linfa, come un sangue che scorreva nelle vene delle foglie, vitale, potente.
Vicino a me c'erano alcune persone, forse erano venuti per un picnik. Ogni tanto le voci scoppiavano, forti, irose. "Dammelo è mio", "mamma mi ha preso il panino", "buoni, che papa dorme".. insomma un continuo di urla, strepiti, litigi.
Ma perchè siete venuti in campagna se non guardate nulla? mi sono chiesto. Cosa siete venuti a fare se non riuscite a vedere dove siete? Magari avete preparato la gita da giorni, chiusi nel cemento della vostra metropoli, tra cemento e asfalto, traffico e smog. E adesso che siete qui, non riuscite ad uscire dal vostro "IO" per assorbire il bello che vi circonda.
Ma aveta mai provato a guardare un prato come lo guarda un deportato?
- La conta iniziava alle tre di mattina, estate, autunno, inverno. Ogni mattina di ogni giorno "schnell" veloci, in fila per la conta. Per essere assolutamente certi che ci fossimo tutti. Due ore in piedi, al freddo o al caldo, visto che di conte se ne facevano due, una al mattino ed una alla sera, al ritorno dalla fabbrica in cui si lavorava da schiavi. Dopo la conta, al mattino ci davano una tazza di una brodaglia scura, disgustosa e un pezzo (a volte) di pane. Pane.. un'impasto di segatuta e bucce di patate, che chiamavanopane. La fame era tanta, troppa. Poi in marcia, in file da cinque, in gruppi da cento.
Le SS, con i loro cani a guinzaglio corto, sembrava che avessero a cuore solo che le file (da cinque) fossero in linea, e che tutti stessero precisi, al loro posto.
In file da cinque, in gruppi da cento. Guai a perdere il passo, guai ad inciampare. La fila era sacra, il gruppo deveva essere preciso. Si poteva morire per un passo fuori linea, per una caduta fuori gruppo. E la fame..
"Sul ciglio della strada c'erano dei campi d'erba grassa, verde, sugosa. Le gocce di rugiada scorrevano piano sui fiori di campo, sugli steli carnosi, invitanti. A volte qualcuno riusciva, controllando la guardia, a strapparne un mazzo, veloce, furtivo. C'era chi la mangiava subito, ingordo, avido. Altri nascondevano il ciuffo nella giacca, sperando di poterne rapinare ancora, nel tragitto, per poi mangiarla di nascosto, magari nelle latrine, come topi nascosti.
Magari era erba pisciata da un cane, magari era piena di polvere, ma che fresca, che golosa, che bello masticarla. Era viva, era forte, era BUONA."
Ma voi avete mai guardato un prato come lo guarda un deportato?
Ps. non è roba mia, ma non trovo la fonte. Ho scitto a memoria, con tutti i miei limiti, il testo di un deportato vero, che ho sentito qualche giorno fa ad uno spettacolo fatto a
Lauriano sulla memoria dell'olocausto. Chi sa chi è l'autice (era una donna, questo me lo ricordo) può gentilmente segnalarmelo? Grazie.
Lauriano sulla memoria dell'olocausto. Chi sa chi è l'autice (era una donna, questo me lo ricordo) può gentilmente segnalarmelo? Grazie.
Saturnino

1 commento:
Si dovrebbe trattare del racconto intitolato "Il prato", scritto da Carla Cohn, deportata a Maauthausen. Lo spettacolo era una rielaborazione dell'opera "Brundibar", di Hans Krasa.
Complimenti per la memoria, signor Saturnino.
Battista Cicli.
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