La stessa fine del tiranno?

Mi ha colpito la frase di una studentessa intervistata al volo da una giornalista: "domani non tenteremo di sfondare la zona rossa, i parlamentari li lasceremo lì con il loro cinismo, nella solitudine dei palazzi del potere". Forse le parole non sono esatte, ma il senso è questo. La parola-chiave era solitudine. Mi è venuto così in mente un racconto di Calvino, Il re in acolto, citato da Bobbio in Democrazia e segreto: "le spie sono appostate dietro tutti i tendaggi, le cortine, gli arazzi. Le tue spie, gli agenti del tuo servizio segreto, che hanno il compito di redigere rapporti minuziosi sulle congiure di palazzo. La corte pullula di nemici, tanto che è sempre più difficile distinguerli dagli amici: si sa per certo che la congiura che ti detrinizzerà sarà formata dai tuoi ministri e dignitari. E tu sai che non c'è servizio segreto che non sia infiltrato di agenti del servizio segreto avversario. Forse tutti gli agenti stipendiati da te lavorano anche per i congiurati, sono essi stessi congiurati, ciò ti obbliga appunto a continuare a stipendiarli per tenerteli buoni il più a lungo possibile....  da quante ore non senti il cambio della guardia? E se il drappello delle guardie a te fedeli fosse stato catturato dai congiurati?".
E' la solitudine estrema, angosciosa, la nemesi del tiranno. Da Platone in avanti, il pensiero politico è stato prodigo di simili descrizioni. La novità è che anche una classe dirigente democratica può correre lo stesso pericolo, e probabilmente fare la stessa fine.
Ermanno Vitale.

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