“Noi credevamo”
di Mario Martone.
Recensione a cura di DOMENICO CENA.
Mario Martone è sicuramente uno dei più interessanti tra i registi italiani di oggi. Napoletano fino in fondo all’anima, il suo film più bello rimane ancora “L’amore molesto”, un vero e proprio canto d’amore per la sua città. Portato alle contaminazioni, è nato come regista teatrale e non disprezza la televisione e l’opera lirica, non ha paura di affrontare temi scomodi e scabrosi, come la guerra, o le zone più buie del nostro inconscio.
E ci vuole una buona dose di coraggio per fare oggi un film sul nostro Risorgimento, sfidando sia la retorica delle celebrazioni ufficiali, per la verità poche e con pochi soldi a disposizione, sia la reazione leghista che vede nell’Unità d’Italia la radice di tutti i mali. E in più, si tratta di un tema che il cinema italiano ha già largamente sviluppato, con opere di assoluto valore come “Bronte”, o “Quanto è bello lu murire acciso”. Martone raccoglie tutte queste sfide e realizza ancora una volta un film originale, a cominciare dal punto di vista che sceglie per raccontarci i fatti storici. Lascia infatti sullo sfondo le grandi figure, a parte Mazzini, interpretato da Toni Servillo, che ci viene presentato come un vecchio rivoluzionario chiuso nel proprio miraggio/delirio e incapace di capire il corso dei tempi. E non adotta neppure la prospettiva più radicale dei due film citati, anche se ha ben presente la lezione gramsciana del Risorgimento come rivoluzione nazionale tradita.
Martone cerca di tenere tutto insieme, collocandosi in una zona intermedia, a metà strada tra i grandi che hanno fatto la storia e il popolo che l’ha subita. Emergono così delle figure di secondo piano, come la Contessa di Belgioioso, che accoglie i fuorusciti nel suo salotto parigino, o l’anarchico Orsini, con il suo disastroso attentato a Napoleone terzo. E risaltano le figure giovanili di quelli che hanno creduto e che sono morti, o hanno votato tutta la loro vita all’idea. Giovani di diversa origine, nobile, borghese o popolare, con i loro errori e le loro illusioni, generazioni intere ingannate e bruciate.
Ma ciò che forse interessa di più al regista napoletano è quel “noi” che compare nel titolo e che in qualche modo rappresenta una antinomia, perché sarebbe più logico “loro credevano”, o “noi crediamo ancora”. Martone cioè crea una corrispondenza diretta tra il Risorgimento e noi, anche in modo esplicito, come nell’inquadratura in cui, durante i fatti dell’Aspromonte, compaiono le strutture in cemento armato di una casa in costruzione. Senza fare troppa retorica, e solo questo è già un grande merito, il film ci dice che niente è cambiato, al potere ci sono ancora gli opportunisti alla Crispi, con al loro servizio uno stuolo di personaggi ambigui. E ”il popolo” è ancora tenuto nell’ignoranza, o ingannato, e ogni tentativo di cambiare le cose viene più o meno brutalmente represso.
Non per niente “Noi credevamo”, prodotto dalla Rai, è stato distribuito, almeno inizialmente, quasi controvoglia, in pochissime copie, con la scusa che “i giovani d’oggi hanno gusti diversi, certe cose a loro non interessano”. Meglio non farli ragionare troppo, non sia mai che si sveglino e magari salgano sui tetti.
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