Lettera di Ermanno Vitale
sottoscritta da ANPI, ACLI, ARCI Zeta, Associaz.Anguis e Centro Paolo OTELLI.
Da qualche tempo, dai nostalgici a vario titolo della Repubblica sociale italiana arrivano, in forma diretta e indiretta, arrivano pressanti “inviti” alle associazioni che si riconoscono nei valori dell’antifascismo, della resistenza e della Costituzione, e in particolare all’ANPI di Chivasso, ad aprire un dibattito inteso a “rivedere” la storia del fascismo e del nazismo, e più in generale dei totalitarismi del novecento. L’ultimo in ordine di tempo, a firma di Ludovico Ellena, assessore alla cultura di Alice Castello e “direttore” del Liceo Scientifico Cairoli di Torino, si fonda, in estrema sintesi, su due tormentoni: 1) l’anpi non ha nulla da dire sui crimini del comunismo reale? ; 2) chi non accetta l’invito a discutere o è un fifone (un vile!) o si nega perché non ha argomenti degni di questo nome.
Proprio da queste due affermazioni si può facilmente evincere che un dibattito con questi signori e a questo livello non ha per chi si è formato nel rispetto dei principi costituzionali alcun interesse culturale. A nostra volta, sinteticamente:
1. L’ANPI non ha alcuna difficoltà s riconoscere i crimini del comunismo reale, con due precisazioni, la prima di carattere storico e la seconda di carattere teorico. In Italia, l’ambito di cui si occupa e in cui si muove l’associazione nazionale partigiani d’Italia, abbiamo conosciuto i crimini del fascismo e del nazismo, non quelli del comunismo. Il PCI, al di là della formale vicinanza all’URSS, sempre più critica col passare del tempo, fin dal primo dopoguerra ha intrapreso la via democratica e costituzionale, partecipando alla Costituente e convertendosi di fatto in una forza socialdemocratica. Se poi si vuole fare di tutta l’erba un fascio, allora perché non parlare anche dei crimini del turbocapitalismo reale la cui logica predatoria continua a provocare milioni di vittime di fame, sete e malattie in tutto il mondo? Ma uno storico serio replicherebbe subito che non è metodologicamente corretto allargare a dismisura il campo d’indagine: dunque, vi piaccia o no, in Italia, quanto a crimini politici su grande scala, rimangono maestri insuperati il fascismo e il nazismo. In questo senso la RSI aggiunse alla tragedia il grottesco (basti rileggere i 18 punti del programma del novembre 1943!). Il comunismo italiano invece, pur con tutti i suoi errori, non ha nulla a che vedere con questa dimensione.
La questione teorica. E’ bene non dimenticare mai che il comunismo reale fu un tragico rovesciamento dell’utopia universalistica di una società libera, egualitaria e nonviolenta: un’utopia convertita – inevitabilmente? Questa è la vera questione interessante – in distopia, ma pur sempre un progetto di liberazione dal dominio dell’uomo sull’uomo. Fascismo e nazismo realizzarono invece i loro obiettivi teorici esattamente opposti: una visone del mondo e della società fondata sulla gerarchia, l’asservimento, la diseguaglianza, il razzismo e l’assenza dei diritti fondamentali della persona e del cittadino. Anche sotto questo profilo si tratta di teorie e fenomeni politici che chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale dovrebbe tenere distinti.
2. Nessun timore del dibattito. Semplicemente non troviamo ragioni per discutere perché, come dimostra la vostra insistenza, il vostro obiettivo è tutto politico e per nulla storico-culturale: ottenere dal dibattito una qualche legittimazione morale e civile come interlocutori, confidando nel clima politico favorevole offerto da questa destra di governo in gran parte apertamente anticostituzionale. Non l’avrete. Che vi piaccia o no, la storia contemporanea è ancora intrisa di politica e di memoria. Non si può guardare con distacco, come se fosse la storia di Alessandro Magno, Cesare o Napoleone. Siete voi i primi a riconoscere che le cose stanno così attraverso le vostre insistenti richieste di pretestuosi dibattiti.
Lasciate –lasciamo tutti quanti – lavorare gli storici di professione che continuano ogni giorno la revisione dei fatti e della loro interpretazione. Dai loro studi, tra cinquanta o cento anni, le future generazioni, se vorranno, ne sapranno di più, sine ira ac studio. Ma questo per ora non è ancora possibile, le ferite sono ancora aperte: io porto il nome di uno zio di ventidue anni trucidato dai “repubblichini”. Siate cortesi e rassegnatevi ad un diniego che non dipende dalla fifa ma dal senso del pudore e del rispetto per vicende particolari magari controverse ma soprattutto, almeno per noi, ancora molto dolorose. Per chi è affascinato da coloro che inneggiavano alla morte forse le cose sono diverse: per questo non ha senso discutere, perché nel fondo siano antropologicamente diversi. Una cosa sola è certa: come affermava Norberto Bobbio, al di là di questa o quella rivisitazione, sulle grandi linee della storia del fascismo e del nazismo, il tribunale della storia ha già emesso il suo verdetto definitivo. Fatevene una ragione.
Ermanno Vitale.
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