Diego Giachetti
Un sessantotto e tre conflitti.
Un sessantotto e tre conflitti.
Generazione, genere, classe
Pisa, BFS edizioni (http://www.bfs.it/), 2008.
Recensione a cura di Francesco RACCO.
“La nuova sinistra, -scrissero a suo tempo Arrighi, Hopkins, Wallerstein (opportunamente citati nel libro a p. 116)-, accusò la vecchia di cinque peccati capitali: debolezza, corruzione, connivenza, incuria e arroganza. La debolezza consisteva nell’inefficacia dei vecchi movimenti (socialdemocratici e comunisti) nel contrastare l’imperialismo, lo sfruttamento e il razzismo. La corruzione era relativa ai benefici materiali che alcuni strati sociali avevano ottenuto causando un ammorbidimento della loro militanza. La connivenza costituiva un passo avanti dopo la corruzione. Alcuni strati sociali si dimostravano disponibili a beneficiare dello sfruttamento. L’inerzia riguardava l’incapacità a comprendere gli interessi degli strati più bassi (il sottoproletariato, le minoranze etniche e razziali, e, ovviamente, le donne). L’arroganza: il disprezzo della leadership della sinistra tradizionale nei confronti dei gruppi sociali più deboli e la sua autolegittimazione ideologica”. Cosa legittimava la nuova sinistra degli anni Cinquanta e Sessanta a muovere un’accusa di tale entità alla vecchia sinistra?
La riposta a questo grave interrogativo si trova nella ricostruzione storica contenuta nel libro che ha per protagonisti i giovani, le donne e i lavoratori che negli anni Sessanta e Settanta del Novecento furono soggetti del conflitto sociale, culturale e politico che ha nel ’68 il suo punto culminante e unificante su scala mondiale, e di cui la nuova sinistra fu una risultante; non bisogna dimenticare, negli anni più intensi, l’ambizione che essa nutriva di presentarsi come sinistra rivoluzionaria o sinistra di classe. Questa triplice definizione per lo stesso concetto si può forse assimilare alla triade: generazione, genere, classe, che compare nel sottotitolo dell’opera.
Giovani
La ricostruzione prende l’avvio dalla constatazione che la trasformazione del modo di autorappresentazione come genere e come classe sia dovuta alla rilevanza assunta dal ricambio generazionale nell’innescare la molteplice fenomenologia del conflitto sociale: questi nuovi soggetti prima di diventare uomini, donne, operai erano giovani. La sottolineatura di tale caratteristica, non meramente anagrafico-biologica, implica la capacità di configurare l’emersione di una nuova composizione di classe e di una nuova soggettività di genere, confliggenti con gli adulti le adulte. Naturalmente questa non è una novità storica, neppure la ribellione, la rivolta esistenziale e le contrapposizioni generazionali, le trasformazioni degli stili di vita; la novità dell’ipotesi interpretativa è che l’insieme di questi conflitti siano evoluti in movimento sociale di contestazione del sistema e della società al punto da raggiungere la consapevolezza che quello scontro non riguardasse il “lottare per trovare un posto nella società degli adulti (per i giovani), degli uomini (per le donne) o della borghesia (per i lavoratori), ma che il conflitto era ben più arduo e complesso: si doveva trasformare radicalmente e collettivamente la società” (p. 11) essendo la posta in gioco la ristrutturazione dei ruoli e la posizione delle classi nella società.
Per questa interpretazione l’autore ritiene ricco di potenzialità euristiche il concetto di generazione, ricostruito partendo dalla concezione marxiana secondo cui la storia non è altro che il succedersi delle generazioni, ciascuna delle quali “modifica le vecchie circostanze con un’attività del tutto cambiata”; assieme al dato biologico-riproduttivo, con Marc Bloch, occorrono esperienze “storiche forti” e un “movimento sociale”. Bisogna individuare eventi che segnano una cesura nel tempo, quel tipo di crisi che minaccia valori e interessi costituiti, oppure innovazioni sociali tali da modificare le strutture, le abitudini e i modi della quotidianità. E’ precisamente quello che si verifica negli anni Sessanta, consentendo alla generazione del ’68 di giungere a quell’appuntamento già costituita come soggetto collettivo dell’azione sociale: essa possiede stili di vita, consumi e pratiche culturali che creano un cortocircuito nella musica, nel cinema, nella letteratura, nell’abbigliamento e una condivisione di atteggiamenti verso la realtà sociale.
Per poter parlare di nesso o legame generazionale secondo Mannheim occorre una “partecipazione ai destini comuni, quando contenuti sociali e spirituali reali costituiscono nel campo del dissolto e del nuovo in divenire un’azione reale tra individui che si ritrovano nella stessa collocazione generazionale”. Tuttavia, per passare dalla potenzialità all’attualità occorre che si siano sincronizzati due calendari diversi: quello del ciclo vitale dell’individuo e quello dell’esperienza storica (P. Abrams). Sulla scorta di questi elementi definitori di carattere storico-sociologico, rispetto ai giovani delle generazioni di epoche storiche precedenti si rivela che i giovani (non solo i figli delle classi abbienti) degli anni Sessanta hanno l’esperienza della gioventù. Dai 14 ai 24 anni, quale fase intermedia tra l’adolescenza e l’entrata nel mondo del lavoro e delle responsabilità degli adulti. Tale situazione storicamente è dovuta alle riforme relative al prolungamento dell’obbligo scolastico prima e poi alla liberalizzazione dell’accesso alle facoltà universitarie; la figura dello studente diventò un elemento massificante della condizione giovanile.
Nelle società capitalistiche avanzate negli anni Sessanta l’essere giovani, come età sospesa e prolungata, vive una crisi per la quale la società non aveva predisposto modelli culturali e sociali di riferimento; il che comporta, ad esempio, per i giovani lavoratori, che non hanno potuto proseguire gli studi, di sentire, nei desideri, nei bisogni, negli stili di vita, nei modi di pensare, dire, fare, più vicinanza verso i giovani studenti che non verso i lavoratori più anziani.
Con il ’68 ciò assunse una valenza internazionale: “ci fu chi chiamò di più e fu ascoltato, creando così un nesso generazionale forte, chi pur chiamando, fu meno ascoltato e non riuscì a stabilire un nesso generazionale; chi, pur non chiamando, fu molto sentito malgrado non vi fossero i presupposti per un nesso generazionale” (pp. 17-18).
Nel primo caso, nei paesi del capitalismo occidentale si ha una dinamica generazionale operante il passaggio dalla generazione alla generazione politica che assume l’ingiunzione politica di trasformazione della società, e si parlerà del lungo ’68 italiano.
Nel secondo caso, nei paesi del “socialismo reale”, si svilupparono movimenti simili a quelli dei loro coetanei occidentali, li cercarono ma ottennero scarsa risposta: la Cecoslovacchia della Primavera di Praga e la Polonia. Nel terzo caso l’esempio più rilevante è l’esplosione della rivoluzione culturale del 1966 in Cina, che contaminò ma non si lasciò contaminare, analogamente alla lotta del Vietnam contro gli Stati Uniti. Benché quest’ultimo caso si collochi sul terreno mitopoietico, si rivela come tutti questi elementi assumono un valore simbolico individuale prima che politico facendo nascere una mentalità che, “grazie e una forza, attiva, attrattiva unificante a distanza”, consente alla comunità giovanile di “scoprire in sé le proprie intenzioni fondamentali” e anziché farsi rappresentare dalla cultura dominante i giovani iniziano ad autorappresentarsi come artefici della propria soggettività.
Paradossalmente la cultura del consumo consente alla nuova generazione di “leggere”, di articolare resistenze e persino prese di coscienza che esprimono un conflitto preesistente in forma latente nelle famiglie e nelle istituzioni che intaccava la loro struttura patriarcale e autoritaria. I giovani operai, investiti dalla modernità, desiderano merci e beni proposti dalla società del consumo, che essi producono ma di cui ancora non possono disporre.
In un modo diviso in due blocchi contrapposti lo sguardo politico si orientò su quattro direttrici utopico-rivoluzionarie che investivano: il piano dei costumi, quello della nuova cultura di riferimento che si rifiutava di ereditare dal passato le definizioni della realtà, quello della lotta contro l’imperialismo e il suo dominio nel mondo e quello, infine, della lotta contro i sistemi burocratici e autoritari dell’Est europeo. Su questi due ultimi piani la generazione sessantottina subì le più cocenti e amare disillusioni e sconfitte: la fine della Primavera di Praga nel ’68 stesso e la corrosione del mito del Vietnam, dopo la fine della guerra di liberazione con la fuga disperata di circa 300 mila profughi. Sui primi due piani invece la rivolta generazionale non era destinata ad estinguersi così presto e, almeno in Italia, si confonderà e confluirà nel movimento del ’77.
Sulla scorta di Marc Bloch, che assoggetta lo scandirsi delle generazioni alla cadenza del movimento sociale che differenzia generazioni lunghe da generazioni corte con l’inevitabile conseguenza del loro accavallarsi, l’autore afferma che “quelle del ’68 e del ’77 offrono un esempio di generazioni che si accavallano, ma sono fortemente differenziate per contenuti culturali, forme politiche, contesti storici” (p. 30). Il movimento del ’77 evidenziò in modo inequivocabile la comparsa di una nuova generazione profondamente diversa da quella del ’68 nel comportamento, nella concezione del mondo e nella politica. La data dirimente è il 20 giugno 1976: la speranza suscitata dalla sfida del ’68 della ricerca di una nuova via per sbloccare sul piano sociale, politico e istituzionale una società statica si era infranta, e un’ondata di riflusso investì inesorabilmente la generazione del ’68. Invece la “generazione corta” si radicalizzò ulteriormente, la parte più politicizzata ingrossò le fila dell’autonomia operaia in ascesa; altri si relegarono nelle “riserve indiane”, nei circoli del proletariato giovanile “sconvolti” dalla politica e dalla militanza, scoprendo nel territorio una nuova dimensione del sociale; altri si organizzarono una vita precaria tra lavori intermittenti: tempo libero, viaggi, frequentazioni amicali, attività di circolo, assemblee, cortei. Senza più maestri ed eroi da interrogare, il futuro incuteva paura, così come la dimensione internazionale trascinava con sé il crollo dei miti fondanti della nuova sinistra: dalla Cina al Vietnam, dalla Cambogia a Cuba.
Donne
Così come nella rivolta degli universitari di Berkeley del 1964 si può scorgere il lontano antecedente del Maggio di Parigi, per la categoria di “genere” accade qualcosa di analogo. Proveniente dagli Stati Uniti, nella seconda metà degli anni Settanta, in Europa sostituisce espressioni come “due sessi”, “ruoli sessuali”, “differenza sessuale”. Rispetto ad esse, nell’analisi e nella comprensione dei rapporti sociali ha il merito di introdurre un nuovo elemento di differenziazione: sesso e genere non sono la stessa cosa, con il primo si intende la differenza biologica, con il secondo l’attenzione è incentrata sulle differenze inerenti ai ruoli sociali, che variano e sono distribuiti in modo diseguale per classi di appartenenza, etnia, religione, età contesto storico e sesso. Diventa significativa la negazione che ciò che differenzia la donna dall’uomo dipenda dalla biologia, che comporterebbe l’immutabilità di tali differenze e l’impossibilità del cambiamento. Le femministe degli anni Settanta proposero l’idea della costruzione sociale del carattere umano, comprendente anche quelle costruzioni che separano il corpo femminile da quello maschile.
Nella generazione degli anni Sessanta inizia un conflitto di genere che mette in discussione la scontata universalità del concetto di “genere umano”: le giovani donne, oltre che giovani, “scoprirono anche di essere o poter essere un soggetto autonomo con bisogni propri, indipendenti da quelli praticati e richiesti dai loro “amici” e “compagni” di gioventù e di rivolta, che necessitavano di rappresentanza.
Sociologi come Luciano Gallino e filosofi come Herbert Marcuse concordano nell’assegnare ai movimenti di emancipazione e di liberazione femminili il ruolo di evento di maggior rilevanza nella storia della seconda metà del Novecento. La seconda ondata del femminismo espresse una nuova generazione politica nella cui vita la “normalità stava ai margini, al centro scorreva un flusso di speranze, passioni, illusioni che ci trascinava verso la politica”, ha scritto Anna Bravo. Nel loro caso il ’68 fu un tempo di accelerazione dal quale attingere la rivendicazione di un’uguaglianza di diritti, fondata sulla differenza anziché sull’integrazione della donna nella società maschile.
Diversamente dal movimento studentesco, lo sguardo delle donne fu presbite sia verso il passato che verso il futuro, il ’68 si rivelò cruciale per la diffusione del femminismo: si impose la necessità di studiare la storia delle donne e degli uomini in modo analogo alla storia dei contadini e degli operai, con l’avvertenza che il parallelismo funziona solo parzialmente. Occorre evidenziare che nel rapporto uomo-donna entra l’elemento fisico, l’elemento affettivo che, estranei alla lotta di classe, costituiscono un terreno d’analisi assolutamente diverso da ogni altro campo di indagine storica e irriducibile ad una sola contraddizione fondamentale, fosse anche quella tra lavoro e capitale.
E’ merito storico delle giovani femministe la ribellione alla propria condizione esistenziale, che ancora le loro madri e nonne avevano accettato e, rifiutando la maternità e la fecondità come misura del proprio valore, quasi marxianamente iniziarono una lotta tra i sessi, che si differenzia dalla lotta di classe per la seguente contraddizione: “non esistono nel nostro pianeta altri oppressi che vadano a letto con gli oppressori, li desiderino, li amino, ci facciano insieme dei figli, ne condividano la condizione sociale, la miseria o i privilegi, i ricordi e le speranze, i timori e i linguaggi”, come dice il richiamo a Lidia Cirillo (p. 42).
Bisogna anche ricordare che culturalmente e politicamente il femminismo italiano nasceva e cresceva in un periodo tra il ’68 e il ’77: anni del ritorno a Marx, ma anche di crisi strisciante del marxismo, nei quali la riaffermazione del ruolo rivoluzionario della classe operaia fu ben presto sostituita dalla ricerca di nuovi soggetti entro l’orizzonte incrinato dei “trenta gloriosi” sia del capitalismo occidentale che del “socialismo reale”. L’autore ripercorre con empatia la storia del femminismo italiano attraverso la categoria sartriana dei “gruppi in fusione” articolata nell’autocoscienza e nel piccolo gruppo, quali strumenti dell’organizzarsi al femminile. Ne vengono rimarcati l’estremismo, quale caratteristica che accomuna tutti i movimenti sociali nella loro fase iniziale e il separatismo, che nella fase matura scuote l’intera società articolandosi in collettivi e coordinamenti regionali e nazionali per affrontare le campagne referendarie sul divorzio, la legge sull’aborto e i consultori.
Lavoratori
In quegli anni sul versante del conflitto di classe si manifesta una contraddizione tra tempo di lavoro e tempo libero, fatta di passività, irresponsabilità, conformismo, che le lotte operaie pensano di risolvere unendo alla domanda di riduzione dell’orario di lavoro la rivendicazione di consistenti aumenti salariali. Si esprime così il bisogno di liberazione dalla fatica, dalla monotonia del lavoro e di adeguazione del salario al costo crescente della vita, ma altresì la sollecitazione consumistica indotta dal sistema attraverso i nuovi media. Questa situazione viene vista criticamente dalla sinistra che vi scorge modelli di integrazione dei lavoratori nel sistema, mentre i giovani lavoratori danno al tempo libero il significato di luogo di vacanza, di consumo e di spesa, diversamente dagli anziani che lo consideravano tempo di riposo quando non addirittura tempo per altri lavori. “Vogliono guadagnare molto perchè amano il benessere, hanno imparato dal socialismo che si può eliminare la miseria e dal capitalismo che si può ben usare la ricchezza, e non hanno nessuna intenzione di rinunciare a queste promesse profane, amano la vita e non gliene importa niente delle consolazioni ascetiche dei prodotti intellettuali e sanno conoscere e riconoscere solo la felicità terrena di tutti i sensi umani: sono una rude razza pagana, senza ideali, senza fede, senza morale”; sono le celebri affermazioni di Mario Tronti del ’68, che l’autore pone a suggello dello spirito del tempo. Analogamente ai movimenti giovanili nelle società industriali, molti giovani operai crebbero in un clima e in una prospettiva condizionati dal consumismo, nelle fabbriche la distinzione tra lotta di classe e conflitto tra generazioni era difficile da stabilire, il conflitto generazionale e quello di genere si affiancavano a quello di classe.
Secondo l’interpretazione di Ezio Tarantelli nel biennio 1968-69 giungono a maturazione le tensioni inerenti alla contraddizione tra la divisione tecnica del lavoro, risalente ai primi decenni del Novecento, con le sue scale gerarchiche, differenziazioni salariali e normative della forza-lavoro, e i due grandi blocchi generazionali: il primo, d’età superiore ai quarant’anni, caratterizzato da una bassa scolarità e con difficoltà d’accedere ai nuovi media (giornali, televisione, riviste), il secondo, le nuove leve operaie che subivano l’obsoleta eredità contrastante con la nuova organizzazione del lavoro e l’istruzione di massa. Su queste contraddizioni si innesca il ciclo di lotte operaie, in cui coesistevano elementi di conflittualità generazionale acuiti dalla recente immigrazione dal sud, che sviluppò una coscienza rivendicativa egualitaria con la richiesta dal basso di governo delle decisioni e delle scelte: l’assemblea di reparto, i delegati per gruppi omogenei, fino al rifiuto della delega e dell’identificazione con l’azienda.
L’uso della categoria di generazione consente di superare l’apparente dicotomia tra il ’68 degli studenti e il ’69 degli operai: i due movimenti conflittuali hanno una loro peculiarità originaria, ma dal punto di vista generazionale è possibile comprendere la loro fusione come avvenne in Francia e in Italia e il loro mancato incontro, come avvenne negli Stati Uniti, nella Germania Federale e in Giappone. Agli studenti si affiancarono i giovani operai sfuggiti al sindacato e alle direzioni burocratiche delle organizzazioni operaie tradizionali, costituendo un soggetto che egemonizzò la scena sociale della prima parte degli anni Settanta.
Proprio ciò che fece la sua forza costituì nel contempo anche il suo limite che l’autore individua nei seguenti termini: “i giovani lavoratori, le giovani avanguardie, abili nel dialogare e nel saper parlare con altri giovani coetanei perchè uniti e motivati da tanti sentimenti comuni, incontrarono notevoli difficoltà a superare la dimensione generazionale, a spezzare il cerchio della coorte giovanile per costituire un vero e proprio conflitto di classe fondato su un’unità più larga e diversa da quella rappresentata dalla generazione” (p. 72).
Movement
Quanto detto anticipa la trama del capitolo “Generazione in movimento”, che ricostruisce la genesi e l’evoluzione del movement, quale fenomeno planetario: dalla guerra fredda (in cui i conflitti sociali perdono vigore anche a causa della divisione del movimento operaio tra Est ed Ovest, comunisti e socialisti, facendo venire meno il suo carattere internazionalista), attraverso lo sviluppo ineguale e combinato dei movimenti, per giungere al ’68 in cui “entrano contemporaneamente nel presente” tutti i tipi di conflitto richiamandosi l’un l’altro. A sostenere questa interpretazione, che qui accenniamo, sono i nomi della più lucida sociologia statunitense, della cui forza analitica sono testimonianza le seguenti parole di Charles Wright Mills del 1960: “siamo alla fine di quella che viene chiamata l’età moderna, seguita da un periodo post-moderno.
I nostri stessi orientamenti fondamentali –liberalismo e socialismo- hanno praticamente cessato di esistere come spiegazioni adeguate del mondo e di noi stessi. Entrambe queste ideologie provengono dall’illuminismo e hanno in comune parecchie assunzioni e particolarmente due valori fondamentali: la libertà e la ragione. Il marchio ideologico della post-modernità – ciò che la differenzia dall’età moderna è da vedere nel fatto che le idee di liberta e di ragione sono diventate ormai dubbie e che non si può più assumere che la crescente razionalità produca crescente libertà”; e ancora: al giorno d’oggi non esiste più alcuna organizzazione di sinistra che sia internazionale e rivoluzionaria. Nell’Unione Sovietica le attività politiche e culturali sono completamente in mano alle organizzazioni del partito comunista, un partito nazionalista e coercitivo. Negli Stati Uniti la sinistra non esiste più. L’attività politica è monopolizzata dal sistema bipartitico e la sinistra si è fatta establishment” (pp. 78-79).
Il richiamo a questo autore si giustifica per la sua assunzione a riferimento qualificato del capitolo conclusivo: “Nuova sinistra”, che indaga sul piano della cultura politica la vicenda del movement. La fine del maccartismo e la crisi dello stalinismo sono assunti a elementi di conferma dell’impostazione teorica che muove alla ricerca di nuovi soggetti rivoluzionari. L’incontro tra le idee della nuova sinistra e i movimenti del ’68 costituiscono la leva per il passaggio dalla generazione anagrafica alla generazione politica e per l’accostamento del neo-marxismo alle avanguardie artistiche, letterarie e cristiane-cattoliche. Si spiega così il desiderio di andare verso il popolo, la refrattarietà verso il lavoro di fabbrica, l’innamoramento per la classe operaia, la riscoperta del concetto di alienazione.
Una totalizzate, smisurata passione per la partecipazione politica che faceva coincidere l’impegno politico con la “scelta di come vivere, non di come votare”. Agli occhi di questa generazione il rapporto con la tradizione del movimento operaio oscilla tra il rifiuto, l’irrisione/irriverenza e la ripresa critica di una continuità con la costruzione del partito e dell’organizzazione rivoluzionaria. Nel momento in cui acquisisce una propria rilevante consistenza, dopo il ’68, la nuova sinistra si muove tra l’idea dell’organizzazione centralizzata e la frammentazione che nella migliore delle ipotesi prende la forma marcusiana della spontaneità organizzata o dell’organizzazione della spontaneità. Nella situazione italiana, mentre la DC e il PCI si fronteggiano secondo le modalità del ’48, gli eretici del mondo comunista e i cattolici critici si incontrano rendendo possibile la mobilitazione della giovane generazione estremista e portando a maturazione un processo già avviato agli inizi degli anni Sessanta.
Il passaggio dalla fase entusiasmante di sviluppo spontaneo delle lotte ai gruppi, indagato attraverso una pluralità di fonti, dalla demografia alla sociologia, è esemplarmente fissato da queste parole di Mauro Rostagno: “all’estrema politicizzazione si contrappone una lotta appena iniziata o ancora da iniziare. E l’una situazione rimane spesso, di fronte all’altra, muta e sorda, ci troviamo così a ragionare e a lottare in assenza di una strategia rivoluzionaria. Il movimento deve uscire dall’iperuranio delle idee platoniche dove finora ha conservato questi concetti (classe, partito, lotta di classe) per verificarli sul terreno della pratica sociale” (p. 129). Che qui si trovino le questioni fondamentali lo testimonia il fatto che, dopo aver ripercorso in modo certosino le vicende dei gruppi in fusione della nuova sinistra, l’autore individui le seguenti contraddizioni caratteristiche: il nesso solidarietà/identità, cioè il costituirsi di comunità solidali, se aveva forte valenza identitaria per i suoi membri, causava esclusione e inibiva il confronto con la realtà e con altri gruppi politici; efficacia politica/senso pratico: inefficienza della partecipazione nel processo decisionale e nei rapporti tra base e vertice; obiettivi raggiunti/maturazione nuova, personale e politica dei membri del gruppo; differenze ideologiche/politiche: incapacità dei gruppi a dare stabilità all’impegno dei propri militanti; rivendicazioni delle donne/femminismo: incapacità di un confronto fisiologico.
Si forma un’area militante, stimata intorno alle centomila persone, la cui costituzione viene narrata nella sue componenti fondamentali con l’assunzione dell’ipotesi di Romano Madera: “non si passa dal movimento ai gruppi, ma dai gruppi-al movimento-ai gruppi” (p. 149).
Alle culture politiche dei gruppi dirigenti vengono riconosciuti complessivamente quali meriti: la ripresa di un “leninismo purificato” da scorie di economicismo; l’attenzione al nesso democrazia/socialismo e la ricerca di forme consiliari per la democrazia proletaria; la riscoperta del nesso fabbrica/società e l’analisi di classe, della composizione di classe, con il relativo passaggio spontaneità-organizzazione-autonomia operaia; la partecipazione democratica dal basso verso le istituzioni statali e partitiche; la propaganda e la campagna contro l’imperialismo.
All’insuccesso nell’autonomizzarsi dalle proprie caratteristiche delle singole culture viene imputato il fallimento del processo di unificazione di un blocco sociale alternativo, che pure era nella logica delle cose: “il movimento e il conflitto generazionale, che avevano riempito di giovani le loro fila ed avevano rappresentato il loro asse identitario di riferimento, diventarono un limite nella situazione di riflusso a causa dell’incapacità di “tenere” in un contesto caratterizzato dal venir meno di prospettive di cambiamento” (p. 151).
1973: si scioglie Potere operaio e nascono gli organismi policentrici di Autonomia operaia; 1976: si scioglie Lotta Continua e inizia l’unificazione del Manifesto-Pdup con Avanguardia Operaia che si conclude, qualche anno dopo, con la scissione reciproca e la costituzione di Democrazia Proletaria che confluisce infine in Rifondazione Comunista nel 1991. All’ondata di riflusso, con la paretiana persistenza di aggregati, sopravvivono ancora oggi anarchici e trotskisti che, unici, preesistevano al ’68. E’ da notare che, a parte un accenno al “partito dell’insurrezione” riferito a Potere Operaio, le Brigate Rosse non sono nominate mai. Forse sono considerate un caso di “avanguardie senza masse”, oppure forse è sottovalutato il loro peso tra le cause dell’ondata di riflusso e di fine dei movimenti.
Se nel futuro nuovamente giovani, donne, lavoratori riprenderanno la contestazione del capitalismo, c’è da augurarsi che nella loro cultura politica abbiano trovato spazio adeguato le seguenti parole: “ il problema del futuro della rivoluzione è un brutto problema, dal momento che, fino a quando lo si continua a porre, si ritroveranno sempre altrettante persone che non diventano rivoluzionarie, e dal momento che tale problema è fatto proprio per soffocarne un altro, vale a dire quel divenire-rivoluzionario della gente a tutti i livelli, e in ogni luogo” (G. Deleuze, C. Pereut, Conversazioni, Ombre Corte, Verona, 2008, p. 162), affinché si possa nutrire la speranza che, nei loro confronti, la generazione successiva non possa essere legittimata a muovere l’accusa che mosse la nuova sinistra verso la precedente.
Francesco Racco
La riposta a questo grave interrogativo si trova nella ricostruzione storica contenuta nel libro che ha per protagonisti i giovani, le donne e i lavoratori che negli anni Sessanta e Settanta del Novecento furono soggetti del conflitto sociale, culturale e politico che ha nel ’68 il suo punto culminante e unificante su scala mondiale, e di cui la nuova sinistra fu una risultante; non bisogna dimenticare, negli anni più intensi, l’ambizione che essa nutriva di presentarsi come sinistra rivoluzionaria o sinistra di classe. Questa triplice definizione per lo stesso concetto si può forse assimilare alla triade: generazione, genere, classe, che compare nel sottotitolo dell’opera.
Giovani
La ricostruzione prende l’avvio dalla constatazione che la trasformazione del modo di autorappresentazione come genere e come classe sia dovuta alla rilevanza assunta dal ricambio generazionale nell’innescare la molteplice fenomenologia del conflitto sociale: questi nuovi soggetti prima di diventare uomini, donne, operai erano giovani. La sottolineatura di tale caratteristica, non meramente anagrafico-biologica, implica la capacità di configurare l’emersione di una nuova composizione di classe e di una nuova soggettività di genere, confliggenti con gli adulti le adulte. Naturalmente questa non è una novità storica, neppure la ribellione, la rivolta esistenziale e le contrapposizioni generazionali, le trasformazioni degli stili di vita; la novità dell’ipotesi interpretativa è che l’insieme di questi conflitti siano evoluti in movimento sociale di contestazione del sistema e della società al punto da raggiungere la consapevolezza che quello scontro non riguardasse il “lottare per trovare un posto nella società degli adulti (per i giovani), degli uomini (per le donne) o della borghesia (per i lavoratori), ma che il conflitto era ben più arduo e complesso: si doveva trasformare radicalmente e collettivamente la società” (p. 11) essendo la posta in gioco la ristrutturazione dei ruoli e la posizione delle classi nella società.
Per questa interpretazione l’autore ritiene ricco di potenzialità euristiche il concetto di generazione, ricostruito partendo dalla concezione marxiana secondo cui la storia non è altro che il succedersi delle generazioni, ciascuna delle quali “modifica le vecchie circostanze con un’attività del tutto cambiata”; assieme al dato biologico-riproduttivo, con Marc Bloch, occorrono esperienze “storiche forti” e un “movimento sociale”. Bisogna individuare eventi che segnano una cesura nel tempo, quel tipo di crisi che minaccia valori e interessi costituiti, oppure innovazioni sociali tali da modificare le strutture, le abitudini e i modi della quotidianità. E’ precisamente quello che si verifica negli anni Sessanta, consentendo alla generazione del ’68 di giungere a quell’appuntamento già costituita come soggetto collettivo dell’azione sociale: essa possiede stili di vita, consumi e pratiche culturali che creano un cortocircuito nella musica, nel cinema, nella letteratura, nell’abbigliamento e una condivisione di atteggiamenti verso la realtà sociale.
Per poter parlare di nesso o legame generazionale secondo Mannheim occorre una “partecipazione ai destini comuni, quando contenuti sociali e spirituali reali costituiscono nel campo del dissolto e del nuovo in divenire un’azione reale tra individui che si ritrovano nella stessa collocazione generazionale”. Tuttavia, per passare dalla potenzialità all’attualità occorre che si siano sincronizzati due calendari diversi: quello del ciclo vitale dell’individuo e quello dell’esperienza storica (P. Abrams). Sulla scorta di questi elementi definitori di carattere storico-sociologico, rispetto ai giovani delle generazioni di epoche storiche precedenti si rivela che i giovani (non solo i figli delle classi abbienti) degli anni Sessanta hanno l’esperienza della gioventù. Dai 14 ai 24 anni, quale fase intermedia tra l’adolescenza e l’entrata nel mondo del lavoro e delle responsabilità degli adulti. Tale situazione storicamente è dovuta alle riforme relative al prolungamento dell’obbligo scolastico prima e poi alla liberalizzazione dell’accesso alle facoltà universitarie; la figura dello studente diventò un elemento massificante della condizione giovanile.
Nelle società capitalistiche avanzate negli anni Sessanta l’essere giovani, come età sospesa e prolungata, vive una crisi per la quale la società non aveva predisposto modelli culturali e sociali di riferimento; il che comporta, ad esempio, per i giovani lavoratori, che non hanno potuto proseguire gli studi, di sentire, nei desideri, nei bisogni, negli stili di vita, nei modi di pensare, dire, fare, più vicinanza verso i giovani studenti che non verso i lavoratori più anziani.
Con il ’68 ciò assunse una valenza internazionale: “ci fu chi chiamò di più e fu ascoltato, creando così un nesso generazionale forte, chi pur chiamando, fu meno ascoltato e non riuscì a stabilire un nesso generazionale; chi, pur non chiamando, fu molto sentito malgrado non vi fossero i presupposti per un nesso generazionale” (pp. 17-18).
Nel primo caso, nei paesi del capitalismo occidentale si ha una dinamica generazionale operante il passaggio dalla generazione alla generazione politica che assume l’ingiunzione politica di trasformazione della società, e si parlerà del lungo ’68 italiano.
Nel secondo caso, nei paesi del “socialismo reale”, si svilupparono movimenti simili a quelli dei loro coetanei occidentali, li cercarono ma ottennero scarsa risposta: la Cecoslovacchia della Primavera di Praga e la Polonia. Nel terzo caso l’esempio più rilevante è l’esplosione della rivoluzione culturale del 1966 in Cina, che contaminò ma non si lasciò contaminare, analogamente alla lotta del Vietnam contro gli Stati Uniti. Benché quest’ultimo caso si collochi sul terreno mitopoietico, si rivela come tutti questi elementi assumono un valore simbolico individuale prima che politico facendo nascere una mentalità che, “grazie e una forza, attiva, attrattiva unificante a distanza”, consente alla comunità giovanile di “scoprire in sé le proprie intenzioni fondamentali” e anziché farsi rappresentare dalla cultura dominante i giovani iniziano ad autorappresentarsi come artefici della propria soggettività.
Paradossalmente la cultura del consumo consente alla nuova generazione di “leggere”, di articolare resistenze e persino prese di coscienza che esprimono un conflitto preesistente in forma latente nelle famiglie e nelle istituzioni che intaccava la loro struttura patriarcale e autoritaria. I giovani operai, investiti dalla modernità, desiderano merci e beni proposti dalla società del consumo, che essi producono ma di cui ancora non possono disporre.
In un modo diviso in due blocchi contrapposti lo sguardo politico si orientò su quattro direttrici utopico-rivoluzionarie che investivano: il piano dei costumi, quello della nuova cultura di riferimento che si rifiutava di ereditare dal passato le definizioni della realtà, quello della lotta contro l’imperialismo e il suo dominio nel mondo e quello, infine, della lotta contro i sistemi burocratici e autoritari dell’Est europeo. Su questi due ultimi piani la generazione sessantottina subì le più cocenti e amare disillusioni e sconfitte: la fine della Primavera di Praga nel ’68 stesso e la corrosione del mito del Vietnam, dopo la fine della guerra di liberazione con la fuga disperata di circa 300 mila profughi. Sui primi due piani invece la rivolta generazionale non era destinata ad estinguersi così presto e, almeno in Italia, si confonderà e confluirà nel movimento del ’77.
Sulla scorta di Marc Bloch, che assoggetta lo scandirsi delle generazioni alla cadenza del movimento sociale che differenzia generazioni lunghe da generazioni corte con l’inevitabile conseguenza del loro accavallarsi, l’autore afferma che “quelle del ’68 e del ’77 offrono un esempio di generazioni che si accavallano, ma sono fortemente differenziate per contenuti culturali, forme politiche, contesti storici” (p. 30). Il movimento del ’77 evidenziò in modo inequivocabile la comparsa di una nuova generazione profondamente diversa da quella del ’68 nel comportamento, nella concezione del mondo e nella politica. La data dirimente è il 20 giugno 1976: la speranza suscitata dalla sfida del ’68 della ricerca di una nuova via per sbloccare sul piano sociale, politico e istituzionale una società statica si era infranta, e un’ondata di riflusso investì inesorabilmente la generazione del ’68. Invece la “generazione corta” si radicalizzò ulteriormente, la parte più politicizzata ingrossò le fila dell’autonomia operaia in ascesa; altri si relegarono nelle “riserve indiane”, nei circoli del proletariato giovanile “sconvolti” dalla politica e dalla militanza, scoprendo nel territorio una nuova dimensione del sociale; altri si organizzarono una vita precaria tra lavori intermittenti: tempo libero, viaggi, frequentazioni amicali, attività di circolo, assemblee, cortei. Senza più maestri ed eroi da interrogare, il futuro incuteva paura, così come la dimensione internazionale trascinava con sé il crollo dei miti fondanti della nuova sinistra: dalla Cina al Vietnam, dalla Cambogia a Cuba.
Donne
Così come nella rivolta degli universitari di Berkeley del 1964 si può scorgere il lontano antecedente del Maggio di Parigi, per la categoria di “genere” accade qualcosa di analogo. Proveniente dagli Stati Uniti, nella seconda metà degli anni Settanta, in Europa sostituisce espressioni come “due sessi”, “ruoli sessuali”, “differenza sessuale”. Rispetto ad esse, nell’analisi e nella comprensione dei rapporti sociali ha il merito di introdurre un nuovo elemento di differenziazione: sesso e genere non sono la stessa cosa, con il primo si intende la differenza biologica, con il secondo l’attenzione è incentrata sulle differenze inerenti ai ruoli sociali, che variano e sono distribuiti in modo diseguale per classi di appartenenza, etnia, religione, età contesto storico e sesso. Diventa significativa la negazione che ciò che differenzia la donna dall’uomo dipenda dalla biologia, che comporterebbe l’immutabilità di tali differenze e l’impossibilità del cambiamento. Le femministe degli anni Settanta proposero l’idea della costruzione sociale del carattere umano, comprendente anche quelle costruzioni che separano il corpo femminile da quello maschile.
Nella generazione degli anni Sessanta inizia un conflitto di genere che mette in discussione la scontata universalità del concetto di “genere umano”: le giovani donne, oltre che giovani, “scoprirono anche di essere o poter essere un soggetto autonomo con bisogni propri, indipendenti da quelli praticati e richiesti dai loro “amici” e “compagni” di gioventù e di rivolta, che necessitavano di rappresentanza.
Sociologi come Luciano Gallino e filosofi come Herbert Marcuse concordano nell’assegnare ai movimenti di emancipazione e di liberazione femminili il ruolo di evento di maggior rilevanza nella storia della seconda metà del Novecento. La seconda ondata del femminismo espresse una nuova generazione politica nella cui vita la “normalità stava ai margini, al centro scorreva un flusso di speranze, passioni, illusioni che ci trascinava verso la politica”, ha scritto Anna Bravo. Nel loro caso il ’68 fu un tempo di accelerazione dal quale attingere la rivendicazione di un’uguaglianza di diritti, fondata sulla differenza anziché sull’integrazione della donna nella società maschile.
Diversamente dal movimento studentesco, lo sguardo delle donne fu presbite sia verso il passato che verso il futuro, il ’68 si rivelò cruciale per la diffusione del femminismo: si impose la necessità di studiare la storia delle donne e degli uomini in modo analogo alla storia dei contadini e degli operai, con l’avvertenza che il parallelismo funziona solo parzialmente. Occorre evidenziare che nel rapporto uomo-donna entra l’elemento fisico, l’elemento affettivo che, estranei alla lotta di classe, costituiscono un terreno d’analisi assolutamente diverso da ogni altro campo di indagine storica e irriducibile ad una sola contraddizione fondamentale, fosse anche quella tra lavoro e capitale.
E’ merito storico delle giovani femministe la ribellione alla propria condizione esistenziale, che ancora le loro madri e nonne avevano accettato e, rifiutando la maternità e la fecondità come misura del proprio valore, quasi marxianamente iniziarono una lotta tra i sessi, che si differenzia dalla lotta di classe per la seguente contraddizione: “non esistono nel nostro pianeta altri oppressi che vadano a letto con gli oppressori, li desiderino, li amino, ci facciano insieme dei figli, ne condividano la condizione sociale, la miseria o i privilegi, i ricordi e le speranze, i timori e i linguaggi”, come dice il richiamo a Lidia Cirillo (p. 42).
Bisogna anche ricordare che culturalmente e politicamente il femminismo italiano nasceva e cresceva in un periodo tra il ’68 e il ’77: anni del ritorno a Marx, ma anche di crisi strisciante del marxismo, nei quali la riaffermazione del ruolo rivoluzionario della classe operaia fu ben presto sostituita dalla ricerca di nuovi soggetti entro l’orizzonte incrinato dei “trenta gloriosi” sia del capitalismo occidentale che del “socialismo reale”. L’autore ripercorre con empatia la storia del femminismo italiano attraverso la categoria sartriana dei “gruppi in fusione” articolata nell’autocoscienza e nel piccolo gruppo, quali strumenti dell’organizzarsi al femminile. Ne vengono rimarcati l’estremismo, quale caratteristica che accomuna tutti i movimenti sociali nella loro fase iniziale e il separatismo, che nella fase matura scuote l’intera società articolandosi in collettivi e coordinamenti regionali e nazionali per affrontare le campagne referendarie sul divorzio, la legge sull’aborto e i consultori.
Lavoratori
In quegli anni sul versante del conflitto di classe si manifesta una contraddizione tra tempo di lavoro e tempo libero, fatta di passività, irresponsabilità, conformismo, che le lotte operaie pensano di risolvere unendo alla domanda di riduzione dell’orario di lavoro la rivendicazione di consistenti aumenti salariali. Si esprime così il bisogno di liberazione dalla fatica, dalla monotonia del lavoro e di adeguazione del salario al costo crescente della vita, ma altresì la sollecitazione consumistica indotta dal sistema attraverso i nuovi media. Questa situazione viene vista criticamente dalla sinistra che vi scorge modelli di integrazione dei lavoratori nel sistema, mentre i giovani lavoratori danno al tempo libero il significato di luogo di vacanza, di consumo e di spesa, diversamente dagli anziani che lo consideravano tempo di riposo quando non addirittura tempo per altri lavori. “Vogliono guadagnare molto perchè amano il benessere, hanno imparato dal socialismo che si può eliminare la miseria e dal capitalismo che si può ben usare la ricchezza, e non hanno nessuna intenzione di rinunciare a queste promesse profane, amano la vita e non gliene importa niente delle consolazioni ascetiche dei prodotti intellettuali e sanno conoscere e riconoscere solo la felicità terrena di tutti i sensi umani: sono una rude razza pagana, senza ideali, senza fede, senza morale”; sono le celebri affermazioni di Mario Tronti del ’68, che l’autore pone a suggello dello spirito del tempo. Analogamente ai movimenti giovanili nelle società industriali, molti giovani operai crebbero in un clima e in una prospettiva condizionati dal consumismo, nelle fabbriche la distinzione tra lotta di classe e conflitto tra generazioni era difficile da stabilire, il conflitto generazionale e quello di genere si affiancavano a quello di classe.
Secondo l’interpretazione di Ezio Tarantelli nel biennio 1968-69 giungono a maturazione le tensioni inerenti alla contraddizione tra la divisione tecnica del lavoro, risalente ai primi decenni del Novecento, con le sue scale gerarchiche, differenziazioni salariali e normative della forza-lavoro, e i due grandi blocchi generazionali: il primo, d’età superiore ai quarant’anni, caratterizzato da una bassa scolarità e con difficoltà d’accedere ai nuovi media (giornali, televisione, riviste), il secondo, le nuove leve operaie che subivano l’obsoleta eredità contrastante con la nuova organizzazione del lavoro e l’istruzione di massa. Su queste contraddizioni si innesca il ciclo di lotte operaie, in cui coesistevano elementi di conflittualità generazionale acuiti dalla recente immigrazione dal sud, che sviluppò una coscienza rivendicativa egualitaria con la richiesta dal basso di governo delle decisioni e delle scelte: l’assemblea di reparto, i delegati per gruppi omogenei, fino al rifiuto della delega e dell’identificazione con l’azienda.
L’uso della categoria di generazione consente di superare l’apparente dicotomia tra il ’68 degli studenti e il ’69 degli operai: i due movimenti conflittuali hanno una loro peculiarità originaria, ma dal punto di vista generazionale è possibile comprendere la loro fusione come avvenne in Francia e in Italia e il loro mancato incontro, come avvenne negli Stati Uniti, nella Germania Federale e in Giappone. Agli studenti si affiancarono i giovani operai sfuggiti al sindacato e alle direzioni burocratiche delle organizzazioni operaie tradizionali, costituendo un soggetto che egemonizzò la scena sociale della prima parte degli anni Settanta.
Proprio ciò che fece la sua forza costituì nel contempo anche il suo limite che l’autore individua nei seguenti termini: “i giovani lavoratori, le giovani avanguardie, abili nel dialogare e nel saper parlare con altri giovani coetanei perchè uniti e motivati da tanti sentimenti comuni, incontrarono notevoli difficoltà a superare la dimensione generazionale, a spezzare il cerchio della coorte giovanile per costituire un vero e proprio conflitto di classe fondato su un’unità più larga e diversa da quella rappresentata dalla generazione” (p. 72).
Movement
Quanto detto anticipa la trama del capitolo “Generazione in movimento”, che ricostruisce la genesi e l’evoluzione del movement, quale fenomeno planetario: dalla guerra fredda (in cui i conflitti sociali perdono vigore anche a causa della divisione del movimento operaio tra Est ed Ovest, comunisti e socialisti, facendo venire meno il suo carattere internazionalista), attraverso lo sviluppo ineguale e combinato dei movimenti, per giungere al ’68 in cui “entrano contemporaneamente nel presente” tutti i tipi di conflitto richiamandosi l’un l’altro. A sostenere questa interpretazione, che qui accenniamo, sono i nomi della più lucida sociologia statunitense, della cui forza analitica sono testimonianza le seguenti parole di Charles Wright Mills del 1960: “siamo alla fine di quella che viene chiamata l’età moderna, seguita da un periodo post-moderno.
I nostri stessi orientamenti fondamentali –liberalismo e socialismo- hanno praticamente cessato di esistere come spiegazioni adeguate del mondo e di noi stessi. Entrambe queste ideologie provengono dall’illuminismo e hanno in comune parecchie assunzioni e particolarmente due valori fondamentali: la libertà e la ragione. Il marchio ideologico della post-modernità – ciò che la differenzia dall’età moderna è da vedere nel fatto che le idee di liberta e di ragione sono diventate ormai dubbie e che non si può più assumere che la crescente razionalità produca crescente libertà”; e ancora: al giorno d’oggi non esiste più alcuna organizzazione di sinistra che sia internazionale e rivoluzionaria. Nell’Unione Sovietica le attività politiche e culturali sono completamente in mano alle organizzazioni del partito comunista, un partito nazionalista e coercitivo. Negli Stati Uniti la sinistra non esiste più. L’attività politica è monopolizzata dal sistema bipartitico e la sinistra si è fatta establishment” (pp. 78-79).
Il richiamo a questo autore si giustifica per la sua assunzione a riferimento qualificato del capitolo conclusivo: “Nuova sinistra”, che indaga sul piano della cultura politica la vicenda del movement. La fine del maccartismo e la crisi dello stalinismo sono assunti a elementi di conferma dell’impostazione teorica che muove alla ricerca di nuovi soggetti rivoluzionari. L’incontro tra le idee della nuova sinistra e i movimenti del ’68 costituiscono la leva per il passaggio dalla generazione anagrafica alla generazione politica e per l’accostamento del neo-marxismo alle avanguardie artistiche, letterarie e cristiane-cattoliche. Si spiega così il desiderio di andare verso il popolo, la refrattarietà verso il lavoro di fabbrica, l’innamoramento per la classe operaia, la riscoperta del concetto di alienazione.
Una totalizzate, smisurata passione per la partecipazione politica che faceva coincidere l’impegno politico con la “scelta di come vivere, non di come votare”. Agli occhi di questa generazione il rapporto con la tradizione del movimento operaio oscilla tra il rifiuto, l’irrisione/irriverenza e la ripresa critica di una continuità con la costruzione del partito e dell’organizzazione rivoluzionaria. Nel momento in cui acquisisce una propria rilevante consistenza, dopo il ’68, la nuova sinistra si muove tra l’idea dell’organizzazione centralizzata e la frammentazione che nella migliore delle ipotesi prende la forma marcusiana della spontaneità organizzata o dell’organizzazione della spontaneità. Nella situazione italiana, mentre la DC e il PCI si fronteggiano secondo le modalità del ’48, gli eretici del mondo comunista e i cattolici critici si incontrano rendendo possibile la mobilitazione della giovane generazione estremista e portando a maturazione un processo già avviato agli inizi degli anni Sessanta.
Il passaggio dalla fase entusiasmante di sviluppo spontaneo delle lotte ai gruppi, indagato attraverso una pluralità di fonti, dalla demografia alla sociologia, è esemplarmente fissato da queste parole di Mauro Rostagno: “all’estrema politicizzazione si contrappone una lotta appena iniziata o ancora da iniziare. E l’una situazione rimane spesso, di fronte all’altra, muta e sorda, ci troviamo così a ragionare e a lottare in assenza di una strategia rivoluzionaria. Il movimento deve uscire dall’iperuranio delle idee platoniche dove finora ha conservato questi concetti (classe, partito, lotta di classe) per verificarli sul terreno della pratica sociale” (p. 129). Che qui si trovino le questioni fondamentali lo testimonia il fatto che, dopo aver ripercorso in modo certosino le vicende dei gruppi in fusione della nuova sinistra, l’autore individui le seguenti contraddizioni caratteristiche: il nesso solidarietà/identità, cioè il costituirsi di comunità solidali, se aveva forte valenza identitaria per i suoi membri, causava esclusione e inibiva il confronto con la realtà e con altri gruppi politici; efficacia politica/senso pratico: inefficienza della partecipazione nel processo decisionale e nei rapporti tra base e vertice; obiettivi raggiunti/maturazione nuova, personale e politica dei membri del gruppo; differenze ideologiche/politiche: incapacità dei gruppi a dare stabilità all’impegno dei propri militanti; rivendicazioni delle donne/femminismo: incapacità di un confronto fisiologico.
Si forma un’area militante, stimata intorno alle centomila persone, la cui costituzione viene narrata nella sue componenti fondamentali con l’assunzione dell’ipotesi di Romano Madera: “non si passa dal movimento ai gruppi, ma dai gruppi-al movimento-ai gruppi” (p. 149).
Alle culture politiche dei gruppi dirigenti vengono riconosciuti complessivamente quali meriti: la ripresa di un “leninismo purificato” da scorie di economicismo; l’attenzione al nesso democrazia/socialismo e la ricerca di forme consiliari per la democrazia proletaria; la riscoperta del nesso fabbrica/società e l’analisi di classe, della composizione di classe, con il relativo passaggio spontaneità-organizzazione-autonomia operaia; la partecipazione democratica dal basso verso le istituzioni statali e partitiche; la propaganda e la campagna contro l’imperialismo.
All’insuccesso nell’autonomizzarsi dalle proprie caratteristiche delle singole culture viene imputato il fallimento del processo di unificazione di un blocco sociale alternativo, che pure era nella logica delle cose: “il movimento e il conflitto generazionale, che avevano riempito di giovani le loro fila ed avevano rappresentato il loro asse identitario di riferimento, diventarono un limite nella situazione di riflusso a causa dell’incapacità di “tenere” in un contesto caratterizzato dal venir meno di prospettive di cambiamento” (p. 151).
1973: si scioglie Potere operaio e nascono gli organismi policentrici di Autonomia operaia; 1976: si scioglie Lotta Continua e inizia l’unificazione del Manifesto-Pdup con Avanguardia Operaia che si conclude, qualche anno dopo, con la scissione reciproca e la costituzione di Democrazia Proletaria che confluisce infine in Rifondazione Comunista nel 1991. All’ondata di riflusso, con la paretiana persistenza di aggregati, sopravvivono ancora oggi anarchici e trotskisti che, unici, preesistevano al ’68. E’ da notare che, a parte un accenno al “partito dell’insurrezione” riferito a Potere Operaio, le Brigate Rosse non sono nominate mai. Forse sono considerate un caso di “avanguardie senza masse”, oppure forse è sottovalutato il loro peso tra le cause dell’ondata di riflusso e di fine dei movimenti.
Se nel futuro nuovamente giovani, donne, lavoratori riprenderanno la contestazione del capitalismo, c’è da augurarsi che nella loro cultura politica abbiano trovato spazio adeguato le seguenti parole: “ il problema del futuro della rivoluzione è un brutto problema, dal momento che, fino a quando lo si continua a porre, si ritroveranno sempre altrettante persone che non diventano rivoluzionarie, e dal momento che tale problema è fatto proprio per soffocarne un altro, vale a dire quel divenire-rivoluzionario della gente a tutti i livelli, e in ogni luogo” (G. Deleuze, C. Pereut, Conversazioni, Ombre Corte, Verona, 2008, p. 162), affinché si possa nutrire la speranza che, nei loro confronti, la generazione successiva non possa essere legittimata a muovere l’accusa che mosse la nuova sinistra verso la precedente.
Francesco Racco
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