IL LIBRO DEL MESE DI OTTOBRE



Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

"La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili"

Milano, Rizzoli 2007.

Recensione a cura di Primo Carnera


«La casta» di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo è un libro da leggere. Anche i tanti che, seguendo la politica quotidianamente, credono di non trovarvi nulla che già non sanno, scopriranno fatti che hanno dimenticato o che sono loro sfuggiti. E sono molte le chicche. Come quella di Bossi che sistema come «portaborse» ben pagati il figlio e il fratello al parlamento europeo. Roma è ladrona, dicono i leghisti. Ma il parlamento europeo vive del denaro dei paesi membri dell'Unione europea. E quindi anche del denaro che arriva da Roma ladrona. Forse facendo un lungo giro da Roma a Strasburgo quei soldi si purificano e giungono candidi nel portafoglio dei congiunti di Bossi.

Detto questo, bisogna sottolineare quel che nel libro manca o è insoddisfacente. Come molti hanno rilevato, poco o nulla vi si dice di una casta ancora più potente, quella dei possessori della ricchezza, industriali, finanzieri, proprietari dei mass media. Certo in un libro non si può dire tutto. Ma sarebbe bello che nella loro prossima opera Stella e Rizzo si occupassero della casta dei ricchi. Tra parentesi: perché proprio quel titolo? In genere si intende per casta un gruppo sociale nel quale è proibito o comunque molto difficile entrare. Un gruppo chiuso, dunque. In verità la categoria dei politici non è chiusa: ad ogni elezione assistiamo all'ingresso di nuovi membri. Basta pensare a Chivasso: nelle elezioni del 2001 è entrato in parlamento Chianale, e nel 2006 Fluttero. C'è più mobilità sociale nella politica che nel mondo dell'impresa. Piuttosto, Stella e Rizzo mostrano che, una volta entrato nella casta, chi vuole ci resta, e continua a goderne i privilegi. Se un membro del parlamento non viene rieletto, generalmente non torna tra i comuni cittadini. Se lo chiede, i suoi colleghi gli trovano un qualche confortevole posto nel quale continuare a far parte della categoria, anche se ad un rango considerato inferiore. Vedi Cambursano fuori dal Senato e dentro alla Cassa depositi e prestiti.


Comunque, il difetto più grave del libro mi sembra un altro. I due giornalisti denunciano tante malefatte, che si possono tutte ricondurre ad una macrocategoria: soldi pubblici che escono in modo lecito o illecito - dalle casse dello stato per soddisfare interessi particolari anziché l'interesse collettivo. Ma qual è la causa delle malefatte? Dalla lettura del libro si riemerge con l'impressione che la ragione di quasi tutto sia l'avidità dei politici. Chi ha il potere prima o poi si lascia travolgere da un desiderio di arricchimento personale che progressivamente diviene inesauribile. E il libro racconta l'assalto alle casse statali che i politici compiono spinti da questa insaziabile voracità.


Tutto qui? Non credo. Per cominciare, gran parte dei fatti raccontati sono riconducibili alla lotta dei partiti per i voti e per i posti di potere. Un politico che riesce a dirottare dei finanziamenti pubblici nel proprio collegio elettorale guadagna voti per sé e per il proprio partito. Un partito che riesce a piazzare un proprio uomo, o donna, al vertice della Rai, o alla Cassa depositi e prestiti, o in una qualche authority, o nella direzione dei dipartimenti dei ministeri, accresce il proprio potere. Ma la lotta pacifica tra i partiti per la conquista dei voti e delle cariche pubbliche è l'essenza della democrazia. Per realizzare il proprio programma, che magari approviamo, un partito deve conquistare voti e cariche. Voglio dire che molti degli eventi che nel libro appaiono espressione di mera avidità sono interpretabili in un alto modo: come manifestazioni di quella lotta pacifica per il consenso e per il potere che caratterizza la democrazia. Ovviamente, bisogna tracciare la linea di confine tra ciò che è moralmente e giuridicamente lecito e ciò che pensiamo non lo sia. O semplicemente tra politica e amministrazione: fino a che punto è opportuno spingersi nello spoil system? E un bene o un male che i partiti colonizzino l'amministrazione pubblica, le società pubbliche e miste, i consigli di amministrazione dei consorzi, la dirigenza delle Asl, ecc.? Dove debbono fermarsi?


Inoltre, moltissimi fatti raccontati da Stella e Rizzo rientrano in una categoria ben nota ai politologi e ai commentatori politici: il finanziamento, lecito o illecito, dei partiti. I quali sostengono la loro attività non solo con i contributi pubblici. Non solo con i contributi dei privati, in chiaro o in nero. Non solo con la quota del loro compenso che deputati, senatori, consiglieri regionali, ecc., devolvono al partito. Non solo con l'autofinanziamento, con il tesseramento dei militanti, o con l'euro che i sostenitori del Partito democratico verseranno alle primarie del 14 ottobre. Vi sono molti altri modi indiretti, se vogliamo «occulti», attraverso i quali i partiti si finanziano. Gli assistenti di deputati, senatori, consiglieri regionali, i così spesso deprecati «portaborse», svolgono nei fatti, in concreto, anche una attività di militanza per il proprio partito, ma pagata con denaro pubblico: sono militanti che sostituiscono i volontari che una volta riempivano le sezioni dei partiti. Colui che è stato nominato da un partito nel consiglio di amministrazione di una società a capitale pubblico, municipale o provinciale o regionale, non dimenticherà a chi deve la nomina: in campagna elettorale presterà la sua opera, metterà a disposizione la propria casa per le riunioni, userà il proprio telefono per chiedere il voto ai conoscenti, contribuirà alla colletta per pagare le spese elettorali. Chi sale al vertice di istituzioni più importanti, come la Cassa depositi e prestiti, le Fondazioni bancarie, le Fondazioni Circuiti Teatrali dei Piemonti, ogni tanto alzerà gli occhi stanchi dalle carte e andrà in giro a fare proselitismo e a raccogliere fondi nelle zone alte della società. Magari organizzando cene di finanziamento: no money no party. Sono fìgure tanto note che vent'anni fa, in un importante studio sui partiti, Angelo Panebianco dette loro un nome: «professionisti politici occulti». E non c'era nulla di offensivo in quella espressione: era solo la constatazione di un fatto.


Bella roba, qualcuno dirà. E aggiungerà: viva Grillo! Ma qui arriviamo al punto: i partiti debbono o non debbono avere il sostegno economico dallo stato? Giuridicamente lecito e moralmente pulito, s'intende. Debbono averlo o non averlo? Ebbene, i partiti che dall'Ottocento in poi hanno raccolto i voti nelle fasce deboli della popolazione lo sapevano e lo sanno bene: senza i contributi statali, nei parlamenti delle democrazie entrerebbero solo i ricchi e gli amici dei ricchi. In origine i parlamentari non erano retribuiti. Fu una grande conquista democratica riconoscere loro un compenso: in questo modo entrarono in parlamento anche coloro che non avrebbero potuto permettersi di vivere solo facendo politica. Senza finanziamento pubblico, nel parlamento italiano siederebbero solo i berlusconi, i parenti di berlusconi, gli amici di berlusconi, i portavoce di berlusconi, i giornalisti di berlusconi, gli avvocati di berlusconi, i fiscalisti di berlusconi, i bucamontagne di berlusconi, gli imprenditori in affari con berlusconi, i leghisti di berlusconi, le ballerine delle televisioni di berlusconi, ecc. ecc. ecc. Col finanziamento pubblico, invece, esistono anche altri partiti, non di berlusconi. Che a volte servono ai cittadini, non a berlusconi. Oggi, quando in una città si forma un comitato, di qualsiasi tipo e con qualsiasi obiettivo (opporsi all'installazione di un ripetitore o di un inceneritore, impedire la sospensione di un servizio pubblico, organizzare una manifestazione in difesa dell'ambiente), dove si riunisce? Spesso trova ospitalità nella sede di un partito, ne usa la luce, il gas, l'acqua, ecc. Ma, dopo avere letto «La casta», questa cortesia dovrebbe venire rifiutata con orrore, e per coerenza le riunioni dovrebbero svolgersi al freddo.


A parte le battute, l'esempio dei comitati potrebbe stimolare una riflessione: lo stato dovrebbe sostenere solo i partiti, o anche l'attività spontanea di gruppi di cittadini? Forse una parte del denaro corrisposto ai partiti potrebbe venire usata per offrire luoghi e attrezzature ai cittadini che desiderano riunirsi per svolgere attività pubblica, culturale, di volontariato, anche al di fuori dei partiti. Il Comune di Chivasso vuole costruire un museo dell'agricoltura, cifra di partenza appena appena due milioni di euro. Ne basterebbe una parte per mettere quel che poco che occorre - una stanza, un telefono, un computer - a disposizione di chiunque voglia riunirsi per partecipare alla vita pubblica anche al di fuori dei partiti, e senza dover mettersi in coda davanti all'ufficio di qualche mammasantissima dell'amministrazione comunale.


Primo Carnera.




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