Per non dimenticare
Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni”, il film vincitore del festival di Cannes, non tratta del tema dell’aborto. E’ vero che racconta di una studentessa che, con l’aiuto di un’amica, ricorre alla pratica dell’aborto clandestino, tra l’altro quando la gravidanza è ormai avanzata, quasi al quinto mese, appunto.La vicenda si svolge in Romania, nel 1987, due anni prima della fine dell’era Ceausescu. Ed è proprio di questo che parla il film, di come si vive sotto un regime squallido e soffocante, che nega qualsiasi diritto, e riesce a sopravvivere a se stesso soltanto grazie alla sopraffazione più brutale.
Per raccontarci, anzi per farci provare questa realtà, il giovane autore del film, il trentanovenne Cristian Mungiu, ha scelto un punto di vista simile in qualche modo a quello del Naturalismo francese di fine ottocento, secondo cui gli scrittori dovevano “trasformarsi in scienziati”, adottare l’impersonalità rinunciando ad esporre i propri sentimenti e le proprie ideologie, per descrivere la società di cui facevano parte. Per raggiungere questo obiettivo, il regista adotta uno stile di ripresa che potremmo definire duplice: a lunghe inquadrature di interni a macchina fissa, alterna delle veloci sequenze, soprattutto di esterni, in cui la macchina da presa insegue da vicino la protagonista, rendendoci partecipi delle sue paure e della sua progressiva discesa sul fondo.
L’inizio del film è esemplare in questo senso: ci troviamo in un ambiente che a prima vista sembra essere un carcere, in cui due giovani donne, compagne di stanza, o di cella, si preparano ad affrontare una nuova giornata. Solo dopo un po’ di tempo si capisce che in realtà non di un carcere si tratta, ma di un pensionato universitario. E sempre per mantenere le distanze, per non indulgere al pathos e al melodrammatico, il regista sceglie come protagonista non la ragazza che si prepara ad abortire, ma la sua compagna di stanza, che cerca di aiutarla in questa impresa rischiosa. Perché nella Romania di Ceausescu, l’aborto è illegale, naturalmente, il che provocherà, in circa vent’anni, la morte di novemila donne per aborto clandestino e il ricorso all’aborto, diffuso ancora oggi, come pratica anticoncezionale.
Così noi seguiamo la protagonista, Otilia, una ragazza pratica, decisa e razionale, nei minimi atti di una giornata che è insieme ordinaria ed eccezionale, dalla ricerca dei soldi, alla prenotazione della camera d’albergo, ai contatti con lo sconosciuto che praticherà l’aborto, fino al momento terribile in cui dovrà sbarazzarsi del feto. Tutto questo in una società repressiva e maschilista, come tutti i regimi dittatoriali che si rispettino, in cui le donne sono le prime vittime indifese. Non tutte le donne, naturalmente, solo quelle che non fanno parte, a qualsiasi titolo, dell’apparato di potere. Così un qualsiasi impiegato, o impiegata d’albergo può rifiutare una camera o richiedere più volte gli stessi documenti per puro istinto di vessazione, e per avere anche le cose più piccole, come un pacchetto di sigarette, un qualsiasi prodotto per l’igiene femminile, occorre sottoporsi a lunghi giri per la città e ai riti del mercato nero.
In una simile situazione, o si affonda, come Gabita, la ragazza incinta, ormai totalmente irresponsabile e incapace di governare la propria vita, o si cerca di reagire, con praticità e opportunismo, districandosi tra le rigide maglie di una società in cui in realtà tutto, o quasi, è possibile se ci si sa muovere nel modo giusto.
Otilia ha scelto di vivere in questo modo, un modello di vita basato sul consumo, illegale, e su un’attività frenetica, quasi meccanica, un muoversi continuo per sentirsi vivere, guarda caso un modello di vita che potremmo definire “occidentale”. Ma certe cose prima o poi si pagano e Otilia sarà vittima di quella che è forse, nella sua normalità, una delle figure più agghiaccianti di aguzzino che si siano viste sullo schermo. Un medico, o un infermiere, l’uomo che praticherà l’aborto, un figlio esemplare di questa società totalitaria, che sa sfruttare a proprio vantaggio i drammi e le sofferenze altrui, con un cinismo crudele, ma pratico e efficiente.
Gabita, la ragazza che subisce l’aborto, uscirà quasi indenne da questa tremenda esperienza, la vediamo, nell’ultima scena, mentre si appresta a consumare la cena al tavolo del ristorante. Otilia invece ne uscirà profondamente segnata, perché lei ha agito e ha visto. E qui siamo alla scena dello scandalo, quella che ha fatto inorridire tutti i benpensanti, specie quelli nostrani. Dopo l’aborto di Gabita, tocca ad Otilia portare via il feto, avvolto in un asciugamano d’albergo. La vediamo, inquadrata dal basso, mentre guarda il feto, che è fuori campo. Speriamo che l’obiettivo non scenderà, ma invece l’obiettivo si abbassa, piano piano, e vediamo anche noi. Allora viene in mente l’ammonimento di Primo Levi, in apertura di “Se questo è un uomo”: Voi che siete sicuri / nelle vostre tiepide case… meditate che questo è stato: / vi comando queste parole…
Nessun commento:
Posta un commento