Il prezzo del pane e i summit alle braciole
Mercoledì scorso al Parco Mauriziano gli ambientalisti hanno diffuso un volantino contenente un elenco di aree verdi urbane e agricole «da salvare». Mi sembrano opportune alcune precisazioni, anche se sono cose arcinote e altri le conoscono molto meglio di me.
1) Quando gli ambientalisti chiedono di salvare aree verdi come quelle di Via Bradac, di Via Togliatti, dell’ex Smeraldo, dell’ex Agip, del Parco Mauriziano, non si preoccupano «solo» di conservare in città dei giardinetti dove godersi un po’ d’ombra e un po’ di fresco. Anche se fosse solo questo sarebbe già importante: meglio una città verde che grigia, meglio gradevole che opprimente. Ma c’è un punto ancora più importante: salvare ed ampliare le aree verdi serve a combattere l’inquinamento dell’aria. La Pianura padana è una delle zone più inquinate del mondo. I dati sulla presenza di polveri sottili nell’aria sono impressionanti: le rilevazioni dell’Arpa si leggono sul sito internet del Comune. E inquinamento vuole dire danni alla salute: tanto per cominciare alle vie respiratorie e ai polmoni. Dunque con la loro azione gli ambientalisti non si limitano a difendere giardinetti: difendono la salute di tutti. A questo fine preservare il verde e piantare alberi certo non basta, ma serve. Non è un caso che altri paesi europei comincino a rimboschire. Inoltre, curare le malattie costa. Curare le malattie prodotte da un ambiente inquinato è un costo che grava sul servizio sanitario nazionale, e che tutti noi contribuiamo a pagare. Le malattie è meglio prevenirle: e si fa prevenzione anche conservando il verde e piantando alberi. Un piano regolatore che consenta una cementificazione selvaggia riempie per qualche anno le casse del comune, ma danneggia la salute di tutti, e contribuisce a far salire nel tempo i costi della sanità pubblica. Arricchisce pochi e danneggia tutti.
2) Il volantino non si occupa solo del verde urbano. Elenca area agricole, coltivate o coltivabili, da salvare dall’urbanizzazione. Oggi tutti sono preoccupati dall’aumento del prezzo di frutta, verdura, pane e pasta. A parte le cause contingenti, quelle profonde sono note. Da tempo nel mondo aumentano costantemente le aree destinate alla coltivazione di cereali per allevare animali, invece di quelle che producono cereali per gli uomini. E più recentemente altre aree agricole vengono convertite alla produzione di biocarburanti. Per conseguenza, la produzione di prodotti dell’agricoltura per l’alimentazione umana non basta a fronteggiare la domanda e i prezzi crescono. Umberto Veronesi ha scritto: «Ogni anno 150 milioni di tonnellate di cereali sono destinati agli animali da allevamento: in pratica quasi il 50% dei cereali e il 75% della soia raccolti nel mondo servono a nutrire gli animali da allevamento invece di sfamare persone…Ogni anno l’America del Sud distrugge una parte della foresta amazzonica grande come l’Austria per far posto ai pascoli e agli animali» («La Repubblica», 21 agosto). Sono fenomeni di dimensioni mondiali. La consapevolezza della loro gravità cresce in Europa. Per fronteggiare la crisi nel Vecchio continente si sta invertendo la decennale tendenza all’abbandono dei terreni agricoli. E la Pianura padana - l’abbiamo appreso sui banchi delle elementari – è un terreno fertilissimo. Da sottrarre nella misura del possibile all’urbanizzazione e alla cementificazione compulsiva degli enti locali. Per questo salvare le aree agricole del nostro territorio è una richiesta ragionevole. Per questo la richiesta di conservare all’agricoltura il campo tra Stradale Torino e Via Settimo, o la vasta area tra Chivasso e Castelrosso a Nord di Stradale Galileo Ferrarsi, non è un «pallino» di alcuni ecologisti «fissati». Si tratta di una questione drammaticamente attuale. L’Amministrazione comunale non può fingere di non vedere e di non sapere. A meno che i suoi membri, troppo presi dalle importantissime guerre interne ai loro partiti e dai loro epocali summit «politici» alle braciole, abbiano smesso di guardare quel che accade fuori dall’uscio.
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