Libro del mese - Giugno 2008. "Una primavera di fuoco" di Sahar Khalifah Giunti Editore - Firenze. Euro 14,50 Recensione a cura di Domenico Cena. Non si sono ancora spente del tutto le polemiche che hanno accompagnato la recente fiera del libro di Torino. Polemiche provocate, è bene dirlo, non dal fatto che l'edizione di quest'anno fosse dedicata alla letteratura israeliana contemporanea, che puù vantare scrittori del calibro di Amos Oz, Yehoshua e Grossman, per citare solo i più noti. Tutti autori apertamente schierati a favore della pace e del riconoscimento dei diritti del popolo palestinese, il che conferma ancora una volta come la scrittura possa rappresentare una voce originale e importante, quando ad esercitarla sono uomini coraggiosi e liberi. Le polemiche piuttosto sono nate dal fatto che la fiera èdedicata ogni anno ad uno stato, e quest' anno si è scelto di celebrare i sessant'anni trascorsi dalla fondazione dello stato di Israele, con una evidente presa di posizione di tipo politico, che qualcuno si è invano affannato a negare. Come si diceva, i più importanti rappresentanti della letteratura israeliana dei nostri giorni sono noti ad un vasto pubblico ed alcuni di loro sono molto legati all' Italia, che ha contribuito a dare loro una notorietà internazionale. Meno si sa, forse, degli scrittori palestinesi, che incontrano maggiori difficoltà a farsi conoscere al di fuori dell' area mediorientale. Tuttavia, in Italia esiste una casa editrice, la Giunti di Firenze, che si è specializzata nel pubblicare autori di lingua araba, tra cui alcuni palestinesi. Il più famoso tra gli autori di questa terra è sicuramente Gassan Kanafani, considerato il padre della narrativa palestinese contemporanea, autore di romanzi famosi, come "Uomini sotto il sole", e morto in un attentato nel 1972. Negli ultimi decenni si è sviluppata in Palestina una nuova produzione letteraria, la cosiddetta "letteratura dei Territori Occupati", la cui più insigne rappresentante Sahar Khalifah, di cui è stato pubblicato da poco in Italia il romanzo "Una primavera di fuoco". Sahar Khalifah è nata a Nablus, in Cisgiordania, dove ha fondato il Centro per le donne, e la maggior parte dei suoi romanzi trattano della condizione femminile. Tra i più famosi, ricordiamo: "I Girasoli", "La Svergognata", "Terra di fichi d'india" e "La porta della piazza". Nelle sue opere, Khalifah riesce a unire una sensibilità dolce e delicata, una ingenuità tenera e sognante, con il racconto e la descrizione della ferocia e della disumanità della guerra. Il suo sguardo lucido, e per molti versi spietato, di testimone diretta degli avvenimenti e delle trasformazioni spesso violente che colpiscono la sua terra le permette di mettere a fuoco le molte contraddizioni della società palestinese. Una società sempre più imprigionata, in senso letterale, tra violenza e desiderio di pace, fondamentalismo e ricerca di nuove identità e tradizioni e apertura verso l' esterno, innovazione e corruzione, rovina economica, terrorismo. Una situazione tragica, da cui l' autrice riconosce chiaramente di non vedere una via d' uscita... La vicenda si svolge nella primavera del 2002, al tempo della seconda Intifada, nel campo profughi di Ein al-Murgian, vicino a Nablus. Qui vive il libraio e giornalista Fadel al-Qassam, con la moglie e i suoi due figli. Il primogenito, Magid, sogna di diventare una rockstar, il secondo, Ahmad, un timido e sensibile pittore e fotografo. Entrambi, perderanno travolti dalla guerra, che occupa tutta la parte centrale del romanzo e ne rappresenta il culmine drammatico, con il racconto dell' assedio alla Musqata'a, sede dell'Autorità palestinese a Ramallah, da parte dell' esercito israeliano, della prigionia di Arafat e della costruzione del Muro fra territori palestinesi e colonie israeliane. Ne usciranno trasformati e senza più futuro. Una parte fondamentale nella storia, tanto da renderle in un certo senso le vere protagoniste del romanzo, è svolta dalle varie figure femminili che si muovono al fianco dei protagonisti. Mentre gli uomini uccidono, distruggono e si autodistruggono, spesso con piena coscienza di ciò che stanno facendo ma senza riuscire a trovare valide alternative, le donne si incaricano di assisterli, curarli, confortarli, diventando il vero motore della resistenza. Quando crollano i valori e ogni fede, sono loro a dare la forza di continuare, con una volontà di sopravvivenza quasi fisica, come quella della gatta Anbar, dalle sette vite. Ma il pregio principale di questo romanzo sta forse nella sua volontà di testimonianza, nello sforzo di vedere ciò che accade dall 'interno e di raccontarlo, perchè tutti possano sapere, e vedere a loro volta. Come dice l' autrice stessa in una intervista rilasciata a Laura Battaglia: "A dispetto delle nostre vite, noi amiamo la vita. Siamo sensibili. Non siamo così terribili come ci dipingono i "media" occidentali. Siamo anche belli, divertenti, allegri. Se non potete venire a vedere come siamo, potete leggere di noi. E leggere per credere. Questo può cambiare il mondo. Io ci ho creduto, tanto da scommetterci tutta la mia vita". | |||
IL LIBRO DEL MESE DI GIUGNO 2008
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